4 Agosto 2026 | Tempo lettura: 8 minuti

Animali selvatici: la coesistenza è anche una questione culturale?

Con la comunicatrice ambientale Anna Sustersic riflettiamo sulle diverse sfaccettature – principalmente culturali – della coesistenza fra esseri umani e animali selvatici.

Autore: Luca Bartolucci
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L’incontro con animali selvatici è sempre fonte di emozioni: sorpresa, timore, curiosità, repulsione, fascino, paura in quel momento si possono sovrapporre o mescolare. Dipende dalle nostre esperienze pregresse e dal nostro immaginario, ovvero da quanto ognuno di noi ha immagazzinato nel corso della vita. Dentro a quel mix di sensazioni c’è anche, più o meno inconsapevolmente, una questione irrisolta: ma noi siamo davvero così “diversi” dagli altri animali?

Anna Sustersic è comunicatrice ambientale e collabora con aree protette, case editrici, istituzioni, riviste, musei e altre realtà. È scrittrice e coordinatrice della collana “Storie di scienza” del Parco Nazionale dello Stelvio e l’anima del Coesistenza Festival, un evento che tutti gli anni raccoglie esperti ed esperienze che parlano di equilibrio tra l’essere umano e la natura, ovvero delle terre di confine tra “selvatico” e “addomesticato”. Relazioni naturali è una raccolta di pensieri originati dalle esperienze dell’autrice e di relazioni tra umani e mondo selvatico.

Anna, il tuo libro si apre con le emozioni e i timori suscitati da un incontro con lo sguardo di un lupo. Questo è l’unico grande carnivoro diffuso in tutto il paese, ma le statistiche ci dicono che la probabilità di avere incidenti “insalubri” con animali selvatici è molto più alta incontrando esseri meno evocativi, come calabroni, zanzare o zecche. 

Il lupo non è soltanto un animale: è un simbolo, un portatore di significati che abbiamo evoluto lungo l’intero svolgersi della nostra storia. E questo bagaglio, fatto solo parzialmente di realtà biologica e molto di cultura, tradizione, superstizione e psicologia, orienta la nostra reazione alla sua presenza che è spesso più emotiva che statistica.

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Anna Sustersic, laureata in Scienze Ambientali, comunicatrice ambientale ed educatrice in diverse riserve naturali

Se guardiamo ai dati, certamente ci sono animali molto più pericolosi per la nostra salute, ma nessuno di loro occupa lo stesso spazio nell’immaginario collettivo. Questo non significa che le emozioni siano sbagliate; anzi, sono una parte importante del nostro rapporto con il selvatico. Il problema nasce quando smettiamo di riconoscerle come emozioni e le scambiamo per una valutazione oggettiva della realtà. La sfida della coesistenza passa anche da qui: imparare a distinguere ciò che sappiamo da ciò che sentiamo.

Quali azioni dovrebbero essere intraprese per alzare il livello di accettazione nelle nostre comunità nei confronti dei selvatici?

La cultura è certamente una componente fondamentale, ma non è l’unica. In realtà credo che sia importante evitare di idealizzare altre culture o altri continenti. Anche in Africa, in Asia o in America Latina, quando un elefante distrugge un raccolto, un leone preda il bestiame o un leopardo si avvicina ai villaggi, capita e in alcuni casi è sempre capitato che l’animale venga ucciso. La reazione al danno non è un’esclusiva europea. La differenza è più complessa.

Da un lato c’è una questione di scala. In molti luoghi del mondo le densità umane erano, e talvolta sono ancora oggi, più basse e distribuite su territori molto vasti. In queste condizioni l’abbattimento di alcuni individui aveva un impatto minore sulla sopravvivenza complessiva della popolazione animale. In Europa invece, dopo secoli di persecuzione e trasformazione del territorio, molte specie sono arrivate sull’orlo dell’estinzione o sono state proprio eradicate da alcuni territori – come la lince e il lupo – e questo rende il contesto in cui oggi discutiamo di coesistenza completamente diverso.

Dall’altro lato credo che conti molto il modo in cui definiamo un problema. In molte società la presenza di animali potenzialmente pericolosi o dannosi era semplicemente una delle condizioni della vita, al pari della siccità, delle malattie o delle inondazioni. Questo non significa che fosse accettata con entusiasmo, ma che era considerata parte della normalità. Nel momento in cui identifichiamo qualcosa come un problema specifico, iniziamo a osservarlo, raccontarlo e amplificarlo come tale. A volte questo è necessario, altre volte rischia di farci perdere il quadro più ampio.

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C’è anche un problema culturale?

C’è una questione di memoria culturale. In molte parti del mondo il rapporto con il selvatico non si è mai realmente interrotto. È un po’ come la differenza tra chi ha continuato ad allenarsi e chi torna in palestra dopo tre anni di inattività. Entrambi possono raggiungere un buon livello di forma, ma non partono dalla stessa condizione. In Europa, per generazioni, abbiamo vissuto in paesaggi dai quali i grandi carnivori erano quasi scomparsi. Oggi stiamo cercando di ricostruire una competenza pratica, culturale ed emotiva della coesistenza che altrove non è mai andata completamente perduta.

Per questo credo che la sfida non sia tanto aumentare l’accettazione in modo astratto, quanto ricostruire familiarità, esperienza e strumenti concreti per convivere con una presenza che per molto tempo abbiamo dimenticato. Credo che anche in Europa dovremmo lavorare su più livelli contemporaneamente. Da un lato servono strumenti concreti – prevenzione, sostegni economici, assistenza tecnica, perché la coesistenza non può essere costruita sulle spalle di chi subisce i costi. Dall’altro è necessario creare occasioni di conoscenza diretta. È difficile accettare ciò che si conosce solo attraverso titoli allarmistici o racconti di seconda mano. La familiarità non elimina i conflitti, ma permette di affrontarli in modo più lucido e meno ideologico.

Si potrebbe penare che persone che vivono in campagna, agricoltori, chi ha animali da cortile e da affezione siano più propensi ad accettare un equilibrio con i predatori, ma spesso non è così.

Hai ragione, la vicinanza alla natura non produce necessariamente accettazione. Anzi, spesso chi vive e lavora sul territorio sperimenta in prima persona i costi reali della presenza della fauna selvatica e per questo sviluppa posizioni più critiche perchè vengono toccata due tasti fondamentali: economia e sicurezza. Quello che sostengo nel libro è leggermente diverso: l’esperienza diretta tende a restituire una percezione più realistica del rischio.

La sfida della coesistenza passa anche da qui: imparare a distinguere ciò che sappiamo da ciò che sentiamo

Un allevatore può essere molto contrario alla presenza del lupo, ma forse ha una visione più realistica del problema nella sua dimensione concreta. Questo naturalmente per chi non ha interrotto il contatto con questi animali. Chi invece è completamente distante dagli ambienti naturali rischia talvolta di oscillare tra idealizzazione e una paura sovradimensionata dalle credenze accumulate nei secoli. La conoscenza non garantisce il consenso, ma rende il confronto più aderente alla realtà.

Cosa pensi dell’opportunità che tra il mondo selvatico e quello umano vi sia una distanza di sicurezza, soprattutto parlando del il lupo, che dopo aver saturato i territori marginali della penisola, sta insediandosi nelle pianure abitate?

Penso che la distanza sia una componente essenziale della relazione con il selvatico. Non perché gli animali debbano essere esclusi dai paesaggi umani o perché effettivamente ci siano di per sé problema di sicurezza, ma perché una parte del loro valore e l’efficacia della tutela risiedono proprio nella loro alterità. Quando un grande carnivoro perde la diffidenza nei confronti dell’essere umano, aumentano i rischi sia per le persone sia per l’animale stesso. Non è più selvatico e non ha più I comportamenti di un selvatico, ma di un animale parzialmente “domesticato”, cioè abituato alla presenza umana ravvicinata.

Difendere una sana distanza significa quindi proteggere entrambe le parti. Questo non implica che ogni lupo osservato vicino a un centro abitato sia un problema o che debba essere perseguitato. Significa piuttosto riconoscere che la coesistenza richiede regole, adattamenti reciproci e una gestione attenta delle situazioni in cui i confini diventano troppo sfumati.

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Poi racconti le tue esperienze nelle zone più selvatiche della Slovenia, un paese dove sono presenti, con popolazioni stabili, tutti i grandi carnivori europei – orso bruno, lupo e lince?

La Slovenia è un caso molto interessante perché mostra come la coesistenza non coincida necessariamente con una visione romantica della natura. In quel contesto gli orsi sono percepiti come una presenza normale del paesaggio e la loro gestione comprende anche prelievi controllati. Personalmente non credo che esista un modello universale da copiare. Ogni territorio ha una propria storia ecologica, sociale e culturale. Più che importare soluzioni preconfezionate, dovremmo osservare quali condizioni rendono possibile la compresenza umana e selvatica: fiducia nelle istituzioni, monitoraggio scientifico, coinvolgimento delle comunità locali, chiarezza sugli obiettivi di gestione. Credo sia il lavorare su questi elementi, più che il singolo strumento adottato, a fare la differenza.

Secondo te lupo, orso e altri carnivori hanno fatto parte della nostra evoluzione e perciò abbiamo anche bisogno di loro. Ho capito bene?

Sì, è esattamente uno dei temi che mi interessava esplorare. I grandi carnivori rappresentano una complicazione pratica, ma anche qualcosa di più profondo. Ci ricordano che non viviamo in un mondo interamente progettato da noi e per noi. La loro presenza introduce un limite, un elemento di imprevedibilità che spesso ci mette a disagio, ma che può anche arricchire il nostro rapporto con la realtà. Credo che molte persone, anche quando esprimono timori o contrarietà, percepiscano intuitivamente il valore di questa presenza.

Lupo, orso e lince non sono soltanto specie da conservare: sono testimoni di una relazione antica che ha contribuito a plasmare il nostro immaginario, le nostre culture e forse anche una parte di ciò che siamo. E banalmente sono parte di una struttura ecosistemica fatta di equilibri e bilanciamenti in cui la presenza di tutti gli elementi ha senso per garantire la tenuta del sistema stesso, la sua funzionalità e la sua capacità di reagire agli stress.

Al cambiamento climatico reagiamo tutti insieme, è il sistema che risponde all’impatto di Vaia, e più il sistema è articolato e complesso più la reazione sarà ‘plastica’. E questo pensiero va tenuto a mente quando ci rapportiamo non solo con i grandi carnivori ma più in generale con i diversi componenti dell’ambiente in cui viviamo. Un sistema di relazioni, di cui noi siamo una parte.

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Leggi anche l’intervista all’allevatrice Marika Francioli.