PFAS: quando la comunità si mobilita contro le grandi aziende inquinanti
I PFAS sono sostanze persistenti nell’ambiente e pericolose per la salute. Nuove normative europee e italiane ne restringono l’uso, ma il problema non è risolto.
È passato poco più di un anno da quando il tribunale di Vicenza ha condannato undici ex dirigenti dell’azienda chimica Miteni per disastro ambientale, avvelenamento delle acque e bancarotta fraudolenta. Il processo ha stabilito che per anni la Miteni ha riversato in acque, falde e fognature grandi quantità di PFAS: composti usati in tantissimi settori ma anche persistenti e inquinanti e particolarmente pericolosi nella catena alimentare. A partire dall’estate del 2026 nuove norme europee e italiane ne limitano ulteriormente la presenza nell’acqua e negli imballaggi alimentari, rimarcando al contempo la loro pericolosità. Ma vale la pena non considerarlo un problema risolto.
Cosa sono i PFAS?
Il termine PFAS indica un gruppo di migliaia di sostanze chimiche sintetiche, ovvero realizzate in laboratorio, dal nome completo di sostanze per- e polifluoroalchiliche. Sono molto apprezzate nella produzione industriale di prodotti diversi – dalle padelle antiaderenti ai vestiti impermeabili, dai cosmetici ai tappetini da yoga – per la loro capacità di conferire impermeabilità all’acqua e ai grassi, resistenza alle alte temperature e persino proprietà detergenti. L’esempio forse più noto di PFAS è il teflon, la prima di queste sostanze a diffondersi sui mercati, già nel 1938.
I PFAS sono tristemente noti anche come forever chemicals, composti eterni. I più resistenti possono richiedere centinaia o migliaia di anni per degradarsi nell’ambiente. Questa persistenza è dovuta a catene di atomi di fluoro legati ad atomi di carbonio, tra i più forti legami chimici esistenti. Proprio la difficoltà nel romperlo dona ai PFAS le loro proprietà e li rende, al contempo, difficili da degradare. Negli organismi viventi tendono a bioaccumularsi, ovvero a essere assorbiti più rapidamente di quanto non vengano espulsi. Si stima che il corpo umano possa metterci anche decenni per eliminare i più persistenti.

Per via del loro grande numero, non esistono al momento dati riguardo agli effetti sulla salute umana di tutti i PFAS. È però ormai nota con certezza la pericolosità di alcuni specifici composti, come il PFOA (acido perfluoroottanoico) e il PFOS (acido perfluoroottansolfonico). Entrambi sono stati recentemente classificati dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, il primo come cancerogeno per gli esseri umani (gruppo 1) e il secondo come possibilmente cancerogeno (gruppo 2B). Ci sono poi ricerche che mostrano come il PFOS interferisca con la regolazione degli ormoni, la fertilità, la funzionalità del fegato e quella della tiroide.
I PFAS nell’ambiente europeo
Una volta diffusi nell’ecosistema dunque – in acqua, suolo, piante e animali – i PFAS restano. Sono presenti nell’acqua, nel cibo e nel sangue della maggior parte delle persone, in tutto il mondo, nonostante non siano composti presenti in natura. La loro creazione e commercializzazione crescente, a partire dagli anni quaranta, ha segnato un nettissimo spartiacque nella storia di inquinamento e salute umana.
Nel 2023 un progetto di giornalismo investigativo portato avanti dal quotidiano francese Le Monde insieme a 17 partner ha incrociato dati di contaminazione da PFAS, pubblici e non, per creare la Forever Pollution Map: una mappa che indica i luoghi del territorio europeo con le maggiori concentrazioni di PFAS e la posizione di aziende che li producono o utilizzano. La mappa individua più di 2100 hotspot, ovvero luoghi dove la contaminazione raggiunge o supera la soglia di 0,1 µg/L, e viene quindi considerata potenzialmente pericolosa per la salute umana.
Per avere un’idea di quanto sia questa concentrazione, immaginate di prendere una boccetta con il contagocce, riempirla di un PFAS pericoloso a vostra scelta e avvicinarvi a una piscina olimpica. Una di quelle con le corsie lunghe 50 metri. Fate cadere cinque gocce di PFAS nella piscina e avrete ottenuto una concentrazione di 0,1 µg/L. L’acqua della piscina sarebbe ora considerata pericolosa per il consumo.

I dati della mappa del progetto Forever Pollution indicano chiaramente come il Paese più colpito in Europa sia il Belgio, che non a caso ospita la fabbrica fiamminga della 3M. La 3M, la stessa di Post-It e Scotch, è stata la prima azienda a produrre e vendere PFAS. Tra gli anni ’70 e il 2024 l’ha fatto anche dai suoi stabilimenti belga. Intorno alla fabbrica fiamminga sono state rilevate concentrazioni quasi un milione di volte superiori ai livelli considerati sicuri.
Sono migliaia le azioni legali che, da più di vent’anni a questa parte, hanno portato prove che 3M ha consapevolmente causato contaminazione e avvelenamento da PFAS. Quello del Belgio non è un caso isolato: la maggior parte delle nazioni europee mostra almeno un sito inquinato, e in quelle meno colpite il minor numero di dati potrebbe star nascondendo parte del problema.
Miteni e la contaminazione da PFAS in Italia
In Italia la più nota contaminazione da PFAS riguarda un territorio di circa 180 chilometri quadrati tra le province di Vicenza, Padova e Verona, per un totale stimato di circa 300.000 persone colpite. Il problema è diventato di pubblico dominio dopo che nel 2013 uno studio del Consiglio nazionale delle richerche (CNR) rilevò alte concentrazioni di PFAS nell’area e ne individuò la fonte nell’allora azienda chimica Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza. Successive verifiche da parte della Regione Veneto mostrarono poi che la contaminazione si estendeva su una vasta area geografica, coprendo più province, e che alcuni abitanti dell’area presentavano concentrazioni pericolose di PFAS nel sangue, soprattutto i più giovani.
Il procedimento legale contro i dirigenti della Miteni, accusati di aver avvelenato le acque e causato un disastro ambientale, è iniziato nella primavera del 2021. È stato il primo maxi-processo ambientale della storia italiana, con oltre 300 parti civili tra privati ed enti pubblici. Più di 100 udienze e quattro anni di dibattimenti hanno stabilito che l’azienda era a conoscenza sia della contaminazione che della sua pericolosità e che si era mossa per insabbiare le prove ed evitare di dover bonificare l’area, nel frattempo continuando con la produzione. Undici dei 15 dirigenti sotto processo sono stati condannati a un totale di 141 anni di carcere.

A rendere particolarmente significativo il processo e la sua sentenza sono state, oltre al numero di parti civili, anche le loro provenienze: grandi e piccole organizzazioni ambientaliste nazionali, sindacati, associazioni scientifiche e della salute, comitati civici locali. Tra questi forse il più attivo quello delle Mamme No PFAS, un movimento di cittadinanza attiva nato proprio dall’unione delle madri delle province contaminate, intenzionate a difendere la salute dei propri figli e delle proprie figlie dopo aver scoperto con orrore la presenza di PFAS nel loro sangue.
I PFAS e la legge
Tra gli argomenti – fallimentari – portati avanti dalla difesa di Miteni c’era la supposta assenza, all’epoca dei fatti, di norme sufficienti riguardo ai PFAS e ai loro effetti sulla salute. Se da una parte è stato dimostrato come questa linea difensiva fosse sostanzialmente priva di fondamento – esisteva infatti già dal 2006 una direttiva europea che affermava la pericolosità del PFOS –, è vero d’altra parte che negli ultimi anni le normative sul tema si sono evolute rapidamente, sia in Europa che in Italia.
Due strumenti legali particolarmente importanti sono entrati in vigore durante l’estate del 2026: il decreto legislativo 102/2025, che tra i provvedimenti abbassa i limite dei PFAS nell’acqua potabile, e il cosiddetto “Regolamento imballaggi”, il 2025/40 dell’Unione Europea, che proibisce la vendita di imballaggi per alimenti contenenti PFAS sopra una certa soglia.
Il decreto legislativo – che recepisce in realtà la Drinking Water Directive 2020 dell’UE – impone che la somma totale dei PFAS nell’acqua potabile rimanga al di sotto agli 0,1 µg/L, cioè che sia meno di cinque gocce in una piscina olimpica. Per la somma di quattro PFAS considerati prioritari, ossia più pericolosi degli altri – i già citati PFOA e PFOS, insieme a PFNA e PFHxS –, la concentrazione deve invece rimanere al di sotto a 0,02 µg/L, ovvero essere meno di una goccia in una piscina olimpica.
Il Regolamento imballaggi invece – in quanto Regolamento europeo entra in vigore per tutti gli Stati allo stesso momento e allo stesso modo –, stabilisce un limite massimo per il contenuto di PFAS negli imballaggi. Se il limite esatto è di interesse soprattutto dei produttori, la stretta è significativa proprio perché i PFAS vengono largamente usati in prodotti a contatto col cibo, come contenitori per cibo da asporto, carta da forno e incarti usati nei fast-food. Tra le loro proprietà, d’altronde, c’è proprio la resistenza ai grassi.

La fine del pericolo da PFAS?
Purtroppo no. Condanne e nuove normative costringono le aziende europee a sostituire quei PFAS la cui pericolosità è ormai nota con altre sostanze, talvolta della stessa famiglia, non meno persistenti nell’ambiente, ma per le quali non sono ancora disponibili altrettanti studi riguardo a pericolosità e impatto ambientale. Al contempo le stesse aziende spostano il proprio guadagno e i propri veleni in parti del mondo meno visibili ai mercati occidentali.
Nel 2025, pochi mesi dopo la condanna agli ex-dirigenti di Miteni, un’inchiesta di Gianluca Liva, Filippo Tommasoli, Anna Violato e Marta Frigerio pubblicata sul Guardian ha rivelato che la produzione dell’azienda continua a oggi in India. Macchinari e brevetti della Miteni sono infatti stati venduti poco dopo la sua bancarotta a Viva Lifesciences, sussidiaria dell’azienda chimica Laxmi Organic Industries, per riprendere la produzione di PFAS con gli stessi metodi e mezzi, ma in un Paese con normative meno stringenti.
Gli scandali, le condanne, tutti i tasselli di evidenza scientifica, medica e investigativa che compongono il quadro inquietante del ruolo dei PFAS, popolano una scena comune ma di fondamentale importanza. Da una parte le aziende inquinanti, 3M e Miteni tra migliaia, che mostrano di essere impermeabili a qualsiasi requisito minimo di umanità; guidate esclusivamente dalle logiche di un capitalismo estrattivista lasciato senza freni. Dall’altra le migliaia di persone che a queste logiche hanno opposto e continuano a opporre rigore scientifico, cittadinanza attiva e responsabilità civile e che, almeno in Europa, ogni tanto hanno anche vinto.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.










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