Quando incide davvero la deforestazione sugli ecosistemi e sulle comunità locali?
Sofia Farina di Source International ci porta in Guatemala per mostrarci il vero volto delle grandi monocolture: deforestazione, scarsità d’acqua, perdita di biodiversità e gravi conseguenze sulla vita delle persone che vivono in queste regioni.
Lungo la costa meridionale del Guatemala le grandi piantagioni di palma da olio, canna da zucchero e banane hanno trasformato il paesaggio e modificato la disponibilità d’acqua del fiume Madre Vieja. Le conseguenze si sono fatte sentire anche a valle, sugli ecosistemi di mangrovie e sulle comunità che dipendono dal fiume per coltivare, pescare e soddisfare i propri bisogni quotidiani.
È una storia che noi di Source International abbiamo conosciuto da vicino attraverso un’indagine che abbiamo condotto tra il 2017 e il 2018. E che ci permette di raccontare un aspetto spesso trascurato della deforestazione: la trasformazione delle foreste e dei territori circostanti può compromettere equilibri ecologici ben più ampi della sola superficie occupata dagli alberi.
Quante foreste stiamo ancora perdendo?
Secondo il Global Forest Resources Assessment 2025 della FAO, le foreste coprono circa 4,14 miliardi di ettari, pari al 32% delle terre emerse. Il ritmo della deforestazione è diminuito, passando dai 17,6 milioni di ettari persi ogni anno negli anni Novanta ai 10,9 milioni annui del periodo 2015-2025. Si tratta di un miglioramento significativo, anche se vuol dire che continuiamo a perdere, ogni anno, una superficie forestale superiore a un terzo dell’Italia.
Anche gli ultimi dati del World Resources Institute, pubblicati nell’aprile 2026, mostrano segnali contrastanti: nel 2025 la perdita di foreste tropicali primarie è diminuita del 36% rispetto all’anno precedente, segnato da incendi eccezionali, ma sono comunque scomparsi 4,3 milioni di ettari, l’equivalente di undici campi da calcio al minuto. I due rapporti utilizzano indicatori differenti, ma restituiscono un quadro comune: nonostante i progressi, continuiamo a perdere foreste a un ritmo preoccupante.

A queste perdite si aggiunge il degrado delle foreste ancora esistenti. Secondo il nuovo State of the World’s Forests 2026, oltre 460 milioni di ettari di foreste risultano degradati, con conseguenze sulla biodiversità, sull’immagazzinamento del carbonio e sulla regolazione del ciclo dell’acqua. Il problema quindi riguarda anche le condizioni degli ecosistemi che rimangono.
L’America Latina, la deforestazione e il costo delle monocolture
Una delle regioni maggiormente interessate dalla deforestazione è l’America Latina, che secondo il rapporto ONU sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2026, insieme ai Caraibi, ha perso oltre il 14% della propria superficie forestale dal 1990. La causa principale è l’espansione agricola, che ha inciso per il 72% del totale nel periodo che va dal 2001 al 2025: allevamenti bovini, coltivazioni di soia, palma da olio e altre produzioni agricole continuano a richiedere nuove superfici, spesso a scapito degli ecosistemi naturali.
Considerando il Guatemala nello specifico, i dati di Global Nature Watch ci raccontano che tra il 2002 e il 2025 il paese ha perso circa 660.000 ettari di copertura arborea nelle aree classificate come foresta primaria tropicale umida, per una riduzione del 26% rispetto all’estensione iniziale. Naturalmente, le cause variano da territorio a territorio. Lungo la costa meridionale del Guatemala, una delle trasformazioni più evidenti è stata l’espansione delle monocolture destinate all’esportazione. È in questo contesto che si inserisce l’indagine che abbiamo condotto sul fiume Madre Vieja.
Il fiume Madre Vieja: quando l’agroindustria cambia un ecosistema
Per oltre trent’anni, la costa meridionale del Guatemala ha conosciuto una progressiva espansione delle piantagioni di canna da zucchero, palma da olio e banane. Colture che richiedono grandi quantità d’acqua, soprattutto durante la stagione secca, e che hanno contribuito a modificare la disponibilità delle risorse idriche nel bacino del Madre Vieja.

Tra il 2017 e il 2018, insieme all’organizzazione guatemalteca Utz’Che, abbiamo realizzato un’indagine indipendente per comprendere le conseguenze di queste attività. Abbiamo raccolto campioni d’acqua in diversi punti lungo il fiume e analizzato alcuni pozzi utilizzati dalle comunità. I risultati hanno evidenziato un problema ambientale significativo, legato soprattutto alla riduzione della disponibilità d’acqua. Il Madre Vieja è stato classificato come un fiume di scarsa qualità ecologica: la diminuzione della portata alterava le condizioni fisiche e chimiche dell’acqua, con conseguenze per gli organismi acquatici.
La riduzione della portata del fiume aveva inoltre conseguenze sugli ecosistemi di mangrovie presenti nella parte terminale del bacino. Infatti queste foreste costiere, particolarmente importanti per la biodiversità e per la protezione delle coste, dipendono da un delicato equilibrio tra acqua dolce e acqua salata. E quando questo equilibrio viene alterato, possono cambiare la salinità, la disponibilità di ossigeno e le condizioni necessarie alla sopravvivenza di pesci, crostacei e altre specie.
L’impatto chiaramente si ripercuoteva anche sulle comunità che vivevano lungo il fiume, che vedevano ridursi l’acqua disponibile per coltivare, pescare e soddisfare i propri bisogni quotidiani. Nell’ambito dello studio sui diritti umani condotto parallelamente al monitoraggio ambientale, tra il 60% e il 90% delle persone intervistate ha riferito una considerevole diminuzione della disponibilità d’acqua durante la stagione secca.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.








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