Gli studenti che stanno organizzando una rivoluzione in Serbia
Un gruppo di giornalisti e attivisti serbi che abbiamo conosciuto in occasione di un progetto europeo ci ha raccontato della straordinaria diffusione del movimento studentesco in Serbia, che sta minacciando l’egemonia del presidente in carica Aleksandar Vučić e del suo capillare apparato di potere.
Quando l’8 settembre il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato lo scioglimento del parlamento e le elezioni anticipate per il 25 ottobre, dopo quasi due anni di proteste, gli studenti erano già pronti. Il giorno successivo, il 9 settembre, è stata costituita la lista studentesca “Gli studenti vincono”. Servivano almeno 10.000 firme autenticate per presentarla: in un fine settimana ne hanno raccolte più di 70.000 e ai banchetti c’era chi è restato in fila anche per sei ore. Il 14 settembre, nel centro di Belgrado, hanno portato decine di scatoloni pieni di firme fino alla sede della commissione elettorale, accompagnati da migliaia di persone che gridavano in coro “Pobeda!“, vittoria.
Quello stesso giorno Vučić ha provato a ridimensionare il tutto liquidandoli come «una lista senza nome, senza programma, senza piani, senza niente». Nel frattempo i volontari di quella lista bussavano porta a porta, villaggio per villaggio. Con il programma “Uno studente in ogni villaggio” hanno girato più di mille tra villaggi e città e montato banchetti nelle piazze. Secondo gli attivisti, in soli venti giorni hanno bussato alla porta di 170.000 famiglie. Quindicimila cittadini sono stati invitati a formarsi come osservatori ai seggi.
Come fa un movimento nato nelle aule occupate, senza un leader né un portavoce, a muoversi con tale efficienza e precisione? Chi decide, e in che modo, se non c’è nessuno al comando? Come si coordinano migliaia di volontari da Subotica a Novi Pazar? E chi sono questi ragazzi che vanno raramente in televisione, che le generazioni precedenti faticano a capire e che oggi sfidano l’uomo che governa la Serbia da quattordici anni?
La pensilina di Pandora
Per capirlo è utile tornare un po’ indietro. Tutto è cominciato il 1° novembre 2024, alle 11:52, quando la pensilina di cemento della stazione di Novi Sad è crollata sulle persone che aspettavano sotto. La stazione era stata appena ristrutturata nell’ambito della Nuova via della seta, il programma con cui la Cina finanzia infrastrutture in decine di Paesi. Nell’incidente sono morte sedici persone, ma a distanza di due anni, nessuno è stato ritenuto responsabile. I procedimenti contro tredici indagati, tra cui l’ex ministro delle infrastrutture Goran Vesić, sono stati più volte rimandati indietro o annullati dai tribunali.

Per molti serbi quel cemento crollato è diventato il simbolo di un sistema in cui corruzione e appalti opachi contano più della vita delle persone. Le proteste sono scoppiate quasi subito, ma da principio in maniera silenziosa. Ogni giorno alle 11:52 la gente si fermava in strada e bloccava il traffico per sedici minuti, uno per ogni vittima. Il 22 novembre, davanti alla Facoltà di arti drammatiche di Belgrado, un gruppo di persone ha aggredito studenti e docenti durante la commemorazione. Secondo il Centro per gli studi orientali di Varsavia (OSW), erano membri organizzati del partito di governo.
Tre giorni dopo gli studenti hanno occupato la facoltà. In poche settimane il blocco si è esteso a più di due terzi degli atenei del Paese. Gli studenti hanno fatto al governo quattro richieste: pubblicare tutti i documenti sulla ristrutturazione della stazione, identificare e perseguire gli aggressori di studenti e professori, ritirare le accuse contro gli studenti arrestati durante le proteste e aumentare del 20% il bilancio dell’università. Nessuna di queste includeva, almeno inizialmente, la caduta del governo.
Di fronte alle continue promesse disattese del governo e a istituzioni rimaste immobili, gli studenti hanno capito che le loro richieste non sarebbero mai state accolte da chi era al potere. Speravano anche che a muoversi fossero i dipendenti pubblici, dai magistrati ai funzionari, ma non è successo. Così, a partire dal maggio del 2025, hanno cambiato obiettivo: elezioni anticipate.
Il sistema che hanno di fronte è quello costruito dal Partito progressista serbo (SNS) di Vučić, al potere dal 2012. Molti analisti lo descrivono con l’espressione state capture, “Stato catturato”: una situazione in cui un partito controlla di fatto istituzioni, magistratura e media e li piega ai propri interessi, simile all’Ungheria di Viktor Orbàn. Zoran, Branka e gli altri giornalisti e attivisti che abbiamo incontrato non esitano a definirlo “mafia di stato”, «un sistema di criminalità organizzata più che un’autorità politica».
Uno dei casi più inquietanti è quello del clan criminale di Veljko Belivuk, arrestato nel 2021. In tribunale Belivuk ha testimoniato che il suo gruppo era stato organizzato per servire le esigenze del presidente e usato anche per intimidire avversari politici. Vučić ha sempre negato ogni legame, ma il portale investigativo KRIK ha documentato i contatti tra il clan e alti ufficiali di polizia.
Ma la “mafia” gobernativa agisce anche nella vita di tutti i giorni. La tessera dell’SNS è spesso la via d’accesso a un posto nel settore pubblico o a un contratto con il comune, e chi lo ottiene così resta legato al partito. Già nel 2017 gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) segnalavano pressioni sui dipendenti pubblici perché sostenessero Vučić e garantissero a cascata anche il voto di sottoposti, familiari e amici.

Chi non si allinea rischia il posto, i contratti, la tranquillità. Lo sa bene Jovan Nenadić, il fioraio di Belgrado che si è schierato con gli studenti. In tre anni e mezzo il suo negozio aveva ricevuto tre ispezioni; nei tre mesi successivi alla sua presa di posizione, quasi otto. Anche l’informazione è in gran parte allineata e chi si schiera con gli studenti ne paga il prezzo a suon di minacce, intimidazioni e aggressioni vere e proprie: non è un caso che la Serbia sia il Paese con più attacchi alla stampa d’Europa, in cui si registra circa il 14% delle violazioni totali in un paese in cui vive attorno all’1% dei giornalisti europei.
Lo ha sperimentato persino il campione di tennis e idolo nazionale Novak Djokovic, che da quando ha mandato segnali di sostegno al movimento studentesco ha smesso di essere celebrato per i suoi successi dai media di stato. Eppure oggi l’intero apparato di Vucic sembra tremare di fronte all’avanzata degli studenti, pur senza mezzi di comunicazione, risorse economiche ed esperienza politica.
Un’organizzazione meticolosa
«È incredibile che siano riusciti a organizzarsi così in fretta. Sono partiti con la campagna elettorale molto prima di Vucic e questa cosa ha stupito tutti. Il giorno dopo l’annuncio delle elezioni da parte di Vučić, gli studenti avevano già organizzato a Novi Sad il primo raduno per dare il via alla campagna. È stato davvero impressionante. Le rare volte in cui compaiono in tv suonano naif, ma poi fanno cose come questa. A volte ho la sensazione che non li capiamo, noi delle generazioni precedenti».
Branka Curcic, attivista e analista, co-fondatrice del Gruppo per la politica concettuale (GKP) di Novi Sad parla con crescente eccitazione di quello che sta succedendo in Serbia nel treno che collega Palermo con Capaci. Ho incontrato lei, assieme ad alcune colleghe e colleghi a Palermo, nell’ambito del progetto europeo “Change Comes from the Community Media (3CM)”, coordinato dal GKP.
Branka la macchina degli studenti l’ha vista nascere da dentro. Nel dicembre 2024, a poche settimane dall’inizio delle occupazioni, lei e i suoi colleghi del GKP hanno chiesto di passare una giornata nella Facoltà di belle arti di Belgrado, occupata come quasi tutti gli atenei del Paese. Anche la loro visita, prima di essere accettata, è stata discussa e votata nel plenum, l’assemblea in cui gli studenti prendono ogni decisione.

Quello che hanno trovato non somigliava affatto al caos che spesso si immagina dietro un’occupazione. «All’ingresso un gruppo addetto alla sicurezza ci ha identificati, sorridendo. Dentro gli spazi erano più puliti che durante le lezioni: ogni mattina gli studenti facevano le pulizie prima dell’arrivo del personale e dalle 22 alle 7 rispettavano il silenzio per non disturbare il custode che vive nell’edificio».
Ma qual è il segreto di questa organizzazione così meticolosa? Al centro della struttura organizzativa c’è il plenum, l’unico luogo in cui si decide. Intorno, sette gruppi di lavoro, aperti a chiunque voglia partecipare e tenuti a rendere conto del proprio operato a ogni assemblea. La regola forse più importante è che non ci sono leader né portavoce e ogni dichiarazione pubblica deve corrispondere a una posizione votata in plenum. All’inizio, le studentesse che parlavano alle televisioni si rifiutavano persino di dire il proprio nome e cognome, per non essere scambiate per rappresentanti degli altri.
Da questa modalità nasce forse l’impressione di ingenuità che gli studenti danno di se stessi in tv. «Raccontano male qualcosa che fanno bene», sintetizza Zoran Gajić, anche lui del GKP. «Si organizzano attraverso i plenum, i contatti diretti e i social network, sia nei gruppi chiusi sia nei canali aperti, e così non hanno bisogno dei media tradizionali, né per parlare al Paese né per parlarsi tra loro».
Questa struttura accomuna molte delle facoltà occupate, che nei mesi hanno costituito una rete vera e propria, anch’essa con regole precise. Ogni facoltà ha un gruppo di lavoro incaricato dei rapporti con le altre, i cui membri partecipano alle riunioni tra facoltà. Portano fuori le decisioni della propria assemblea e riportano dentro quelle degli altri. Anche qui vale la regola generale: nessuno parla a titolo personale, ma riferisce le posizioni votate. Già nel dicembre 2024 i plenum delle quattro facoltà dell’Università delle arti di Belgrado, cioè belle arti, arti applicate, musica e arti drammatiche, si erano uniti per agire insieme nelle iniziative pubbliche. Due anni dopo la rete collega più di ottanta plenum in tutto il Paese.
Comunque vada il 25 ottobre, qualcosa in Serbia è già cambiato
È questa rete universitaria che ha scelto i 250 candidati della lista studentesca. Il meccanismo, come spiega Zoran, parte dal basso: «Ogni candidatura nasce nel plenum più vicino alla persona proposta, quello della sua città o, se si tratta di un professore, quello della sua facoltà, che ne verifica l’integrità. Gli studenti chiedono informazioni su biografia e carattere a persone di cui si fidano e ognuno può presentare in assemblea una proposta di approvazione o di veto».
Accanto ai plenum lavorano commissioni e gruppi dedicati a singoli temi, così le informazioni su ogni nome vengono vagliate in più sedi. Dopodiché la decisione passa a tutti gli altri plenum della rete, e ciascuno può opporre un veto motivato. Basta il no di una sola facoltà per fermare una candidatura. L’unico criterio fisso, secondo Zoran, è non aver mai ricoperto incarichi di dirigenza in un partito, né di governo né di opposizione.
Secondo l’attivista il sistema ha alcune falle: «Alcune persone che a noi sembravano estremamente sospette sono passate – racconta –, mentre altre che consideravamo del tutto pulite sono state escluse». In particolare sembrano pesare dei pregiudizi verso le ONG e le organizzazioni del terzo settore: «Fin dall’inizio gli studenti hanno preso le distanze da chiunque fosse organizzato, e soprattutto da chi lavora nelle organizzazioni della società civile. L’avversione verso la società civile è diventata senso comune, ed è il risultato di decenni di denigrazione e calunnie contro chi si impegna in questo campo dell’attivismo sociale e politico». Con i partiti invece la linea è stata più morbida: sono stati esclusi tutti i dirigenti, ma non gli iscritti di base né i simpatizzanti.
Tutti negli zborovi!
Nate nelle università, le proteste si sono presto allargate ai quartieri, attraverso gli zborovi, le assemblee di cittadini. Sono uno strumento di democrazia diretta previsto dalla legge serba sull’autogoverno locale, grazie ai quali gli abitanti di un quartiere o di un villaggio possono riunirsi, discutere dei problemi della loro zona e votare richieste e proposte, che il comune è tenuto a esaminare e a cui deve dare una risposta.

Per anni queste assemblee sono rimaste quasi solo sulla carta finché nel marzo 2025, pochi giorni prima della grande manifestazione, dopo due tentativi di sciopero generale falliti, gli studenti hanno diffuso una “Lettera al popolo della Serbia” con un appello: “Tutti negli zborovi!”. Nella lettera paragonavano i loro plenum agli zborovi, come due forme della stessa democrazia diretta. E dicevano chiaramente che non volevano, né potevano, rappresentare la volontà di tutti: il peso del cambiamento non poteva ricadere solo sulle loro spalle.
La risposta è stata rapida. Secondo l’organizzazione Građanske inicijative, entro la fine di marzo 2025 si erano già tenuti almeno 148 zborovi. Nel solo mese di aprile, il centro di ricerca CRTA ne ha contati in almeno 339 località, dal nord al sud del Paese. A Novi Sad le assemblee si sono messe in rete e hanno pubblicato su un sito comune l’elenco degli zborovi di tutte le quarantasette comunità locali della città. A Čačak circa duecento persone riunite davanti al municipio hanno votato, in modo simbolico, la “destituzione” del sindaco e del presidente del consiglio comunale.
Oggi gli zborovi sono una sorta di braccio territoriale del movimento studentesco. Partecipano alle azioni, ai blocchi stradali, all’organizzazione delle manifestazioni. Soprattutto, spiega Zoran, «sono considerati la prima linea degli osservatori elettorali», sono fondamentali per sorvegliare che non ci siano brogli nei voti locali e non solo. Molte hanno persino fondato associazioni ad hoc.
Il rapporto con gli studenti però non è del tutto alla pari. Le scelte strategiche, dalla lista ai candidati, restano nei plenum delle facoltà. Branka lo aveva notato già nel 2025 nel saggio Serbia’s present future: la gente abbracciava i ragazzi, piangeva, li guardava come figli e come liberatori. Erano più genitori orgogliosi che cittadini protagonisti. Zoran è ancora più netto: «Ci sono adulti, genitori, che ripongono in loro grandi speranze e consegnano loro la guida di processi a cui non parteciperebbero nemmeno, se non fosse per la sollevazione di massa degli studenti».
Contraddizioni
Per il primo anniversario della strage, gli studenti dell’Università statale di Novi Pazar, città del sud a maggioranza bosgnacca – cioè musulmana di lingua slava –, hanno percorso a piedi 400 chilometri in sedici giorni per arrivare a Novi Sad. Lungo la strada è stata scattata una delle immagini più condivise del movimento. Nadija Delimeđac, studentessa bosgnacca di Novi Pazar, abbraccia Sava Nikolić, studente serbo di Ćuprija.
Per molti era il simbolo di una Serbia che, per la prima volta da decenni, marciava unita. A trent’anni dalle guerre che hanno dissolto la Jugoslavia infatti il Paese resta attraversato da fratture etniche e religiose. I bosgnacchi, la principale minoranza musulmana, vivono soprattutto nel Sangiaccato, la regione di Novi Pazar, e sono spesso trattati con diffidenza. Il governo non fa molto per ricucire.

Negli anni Novanta Vučić militava nel Partito radicale, ultranazionalista, ed era ministro dell’informazione di Slobodan Milošević. Oggi all’estero si presenta come un leader moderato e filoeuropeo, ma in patria, secondo molti osservatori, ricorre spesso a una retorica nazionalista. A settembre, la sera prima di annunciare le elezioni, ha commentato con toni celebrativi in tv il funerale di Ratko Mladić, il generale condannato per il genocidio di Srebrenica.
Per questo l’immagine dei due studenti ha così valore. E non è l’unica: Branka ha raccontato che quando gli studenti hanno bloccato gli ingressi della Radio-televizione di Serbia, la tv pubblica serba, nei giorni della Pasqua ortodossa gli studenti bosgnacchi di Novi Pazar hanno dato il cambio ai compagni ortodossi, perché potessero festeggiare in famiglia. Un veterano serbo delle guerre degli anni Novanta li ha salutati con “Salam alaikum“, promettendo ai loro genitori che li avrebbe protetti, perché ormai erano “figli di tutti”.
Accanto a queste immagini però ce ne sono altre. Nelle piazze, fra studenti e cittadini, sventolano bandiere serbe, coccarde, copricapi tradizionali e risuona l’inno nazionale. Il 17 maggio 2026 il movimento ha pubblicato un “Memorandum sul Kosovo”, che definisce l’ex provincia, indipendente dal 2008 ma non riconosciuta da Belgrado, parte inalienabile della Serbia.
Anche sul genocidio di Srebrenica gli studenti tacciono. Per l’attivista di Novi Pazar Fahrudin Kladničanin è una scelta pragmatica, fatta per non perdere consensi, che finisce però per somigliare alla logica dei politici contro cui il movimento si è ribellato. «La guerra degli anni Novanta non può ripetersi – commenta Zoran – ma oggi la guerra è il contesto globale in cui ogni Paese deve definire chiaramente la propria politica estera. L’irresponsabilità verso il passato rischia di diventare irresponsabilità verso il presente».
Un’aria di vittoria
«Sono tutti convinti che vinceranno, non hanno dubbi», commenta Zoran. È una fiducia che si trasmette da una persona all’altra, quasi come un contagio. Lo scrittore Malcolm Gladwell, nel saggio Small Change, raccontava proprio questo, cioè di come i sit-in contro la segregazione razziale del 1960 negli USA si fossero propagati di città in città. In Serbia il “contagio” ha preso le sembianze di manifestazioni oceaniche e – nelle ultime settimane – di una campagna elettorale fatta porta a porta.
Dall’annuncio delle elezioni anticipate, ogni settimana la lista studentesca pubblica sul proprio sito il calendario delle uscite, località per località, con gli orari. Nel solo fine settimana del 3 e 4 ottobre, per esempio, i volontari hanno girato ventiquattro centri della Vojvodina e della Mačva, la pianura a ovest di Belgrado. In ogni paese montano un banchetto in piazza e poi vanno casa per casa, a parlare con le famiglie e a spiegare il programma elettorale, che gli studenti hanno chiamato “Mi znamo kako”, “Noi sappiamo come”.

Il programma a dire il vero è piuttosto scarno e resta vago su argomenti come la politica estera – la Serbia è candidata a diventare membro UE, ma mantiene legami stretti con la Russia – e l’indipendenza del Kosovo. Tutto si chiuderà con un grande raduno a Belgrado il 22 ottobre. Senza televisioni amiche e senza grandi risorse, gli studenti puntano sull’unico mezzo che nessuno può togliere loro: il contatto diretto con le persone.
L’entusiasmo delle piazze però andrà messo alla prova nelle elezioni anticipate del 25 ottobre. Secondo una rilevazione di giugno del centro CRTA e dell’Università di Stanford, tra chi ha già deciso la Lista studentesca sarebbe al 44,9% e l’SNS al 35,7%. Un’indagine dell’agenzia Faktor plus condotta tra agosto e settembre, pubblicata dal quotidiano filogovernativo Blic, ribalta il risultato: SNS al 47,2% e studenti al 31,5%, con il 31% di indecisi. Altri istituti indicano un testa a testa intorno al 40%.
Le incognite del voto sono molte. Alle elezioni del 2023 gli osservatori internazionali avevano denunciato pressioni sui dipendenti pubblici, compravendita di voti e schede aggiuntive infilate nelle urne. Quest’anno, secondo Radio Slobodna Evropa, più di 500.000 elettori risultano iscritti senza un indirizzo preciso. Per il centro di ricerca CRTA l’anomalia dipende soprattutto dal mancato allineamento tra i registri del ministero dell’Interno e quelli catastali. Molti attivisti invece ci vedono la mano della polizia, che rilascerebbe residenze fittizie per far votare chi non ne ha diritto.
Gli iscritti a votare dall’estero sono più che raddoppiati, passando da meno di 40.000 a oltre 100.000, sintomo forse di un “contagio” che ha superato i confini nazionali, ma i seggi sono passati solo da 81 a 93. E per la prima volta si voterà comunque secondo l’orario serbo: in Australia o negli Stati Uniti, di notte. Gli studenti intanto hanno scelto di correre da soli. Diversi partiti di opposizione, tra cui il Partito democratico e il Fronte verde-sinistra, hanno rinunciato a presentarsi per non disperdere i voti e una lista già depositata si è ritirata per sostenerli. È un all-in politico.
«Se la scommessa fallisce – commenta Branka – l’opposizione a Vučić rischia di restare quasi senza voce in parlamento». Ma Zoran è preoccupato anche dallo scenario opposto. Teme che il regime possa non riconoscere la sconfitta e trascinare il Paese in uno scontro aperto. E anche se cedesse, si chiede come potrebbe un governo di persone senza esperienza politica far rispettare la legge con polizia e magistratura ancora in mano al vecchio partito e come allontanare dagli incarichi pubblici chi è compromesso, in un partito che dichiara oltre 700.000 iscritti. «Come si arrestano i criminali, domani – si chiede –, se tutti gli apparati di coercizione sono nelle mani del partito al potere?».
Comunque vada il 25 ottobre, qualcosa in Serbia è già cambiato. In meno di due anni centinaia di quartieri hanno riscoperto le assemblee di cittadini, uno strumento rimasto per decenni sulla carta. Quindicimila persone sono state invitate a formarsi per sorvegliare i seggi. Più di centomila serbi all’estero si sono iscritti per votare, oltre il doppio delle ultime elezioni. E una generazione cresciuta sotto un governo autoritario ha imparato a decidere insieme, in assemblea, senza capi né senza portavoce.
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