Dieci anni dopo il terremoto del centro Italia, ecco cosa non sta funzionando nella ricostruzione
La casa del nostro collaboratore Roberto Battista è stata fra le decine di migliaia gravemente danneggiate dal terremoto del centro Italia del 2016. Dieci anni dopo, ecco la sua testimonianza su come sta andando la ricostruzione.
Il 24 agosto 2016 un terremoto di magnitudo 6 devastò il centro Italia con 138 Comuni interessati in Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio. Ci furono 299 morti e 388 feriti, tra i 60.000 e i 70.000 edifici furono danneggiati e 49.084 vennero evacuati. Circa 41.000 persone persero la casa e ancora oggi 8.759 famiglie ancora ricevono assistenza e attendono di riavere le loro abitazioni.
Lo sciame sismico durò per mesi, con altre forti scosse, in particolare alla fine di ottobre, causando un diffuso clima di ansia e incertezza tra i cittadini con conseguenze psicologiche di lunga durata. La mia casa fu una di quelle gravemente danneggiate e la sua ricostruzione è ora terminata, esattamente a dieci anni dall’evento. Userò dunque la mia esperienza personale per cercare di capire le ragioni di questa lentezza, le conseguenze per le aree colpite e chi ci vive e per ipotizzare come si potrebbe migliorare l’intero processo di ricostruzione dopo eventi catastrofici di qualsiasi genere.
Una panoramica sulle caratteristiche della zona
L’Italia condivide caratteristiche geomorfologiche con Giappone e Nuova Zelanda, paesi modellati da eventi sismici e vulcanici a cui si deve gran parte della loro bellezza e varietà paesaggistica. Le ricostruzioni dopo eventi catastrofici sono però radicalmente diverse e, in quelle nazioni, molto più rapide. Una ragione oggettiva è la differenza di caratteristiche delle costruzioni, molto più leggere e semplici in quei paesi se paragonate a gli antichi edifici in pietra che caratterizzano buona parte dell’Italia. Ma ci sono altre ragioni che non sono giustificabili e sarebbero ovviabili.

Immediatamente dopo il sisma ci fu, come sempre, una gara di solidarietà da parte dei cittadini; l’intervento di vigili del fuoco, esercito, Protezione Civile e altri servizi fu immediato e capillare, pur nella difficoltà di gestire l’emergenza in un’area di circa 8.000 chilometri quadrati. Il governo è stato generoso nel coprire i costi della ricostruzione e quelli delle necessità abitative delle persone sfollate, ma questo colossale investimento di denaro e risorse avrebbe potuto essere ridimensionato con un approccio diverso, risparmiando non solo denaro pubblico ma anche tempo e, di conseguenza, disagio per le persone e disgregazione delle comunità.
Perché i terremoti vengono considerati eventi eccezionali?
Eventi come terremoti, alluvioni ed eruzioni vulcaniche in Italia non sono straordinari, ma fanno parte della nostra storia da sempre. Appare quindi paradossale che ogni volta debbano essere nominati commissari straordinari e arruolati gruppi di esperti per elaborare le procedure necessarie a fronteggiare l’emergenza. La Protezione Civile dovrebbe essere incaricata di mantenere un piano per le emergenze sempre aggiornato, modificato costantemente in base al cambiamento di condizioni e costi, all’applicazione di nuove tecnologie e metodologie. In tal modo si sarebbe sempre pronti per partire con le ricostruzioni immediatamente.
Non solo. Questo consentirebbe anche di risparmiare il costo di edificare villaggi temporanei – pare che in alcuni casi il prezzo delle casette di emergenza sia arrivato a più di 6.000 euro al metro quadro e ne sono state edificate circa 3.700 – e il disagio dello sfollamento prolungato, che non solo comporta stress psicologici rilevanti ma risulta un aggravamento dello spopolamento di aree già in declino, visto che sono numerosi i casi di famiglie che hanno deciso di tornare al loro paese d’origine dopo essersi rifatte una vita altrove per dieci anni o più.
Cosa non ha funzionato nella ricostruzione
Nel mio caso sono occorsi otto anni solamente per arrivare ad avere la certezza della possibilità di ricostruire, con l’approvazione dei progetti e del finanziamento. Il lavoro di ricostruzione vero e proprio è durato circa 18 mesi. La proporzione tra tempo di attesa e quello della realizzazione parla da sola di un meccanismo che non funziona. Nei primi quattro anni successivi al sisma fu affrontata l’emergenza, ma di ricostruzione parlavano solo i politici in visita nelle zone colpite, con promesse che nessuno poteva prendere sul serio.

La normativa che stabiliva le procedure da seguire, i materiali da utilizzare, i criteri di eleggibilità per i contributi fu pubblicata in circa 200 versioni, costringendo i tecnici a riprendere in mano i progetti e modificarli in accordo con le varianti alla normativa di volta in volta pubblicate. Solo in seguito alla nomina del terzo commissario straordinario si vide un inizio reale della ricostruzione, rendendo legittimo chiedersi cosa avessero fatto i due precedenti.
Purtroppo si verificarono poi eventi che ostacolarono ulteriormente ogni progresso. Prima la crisi pandemica, che fece perdere due anni; poi la guerra in Ucraina, che causò un enorme rincaro delle materie prime, costringendo l’ufficio per la ricostruzione a ricalcolare i costi dei materiali – un elenco di più di 13.000 voci, dal chiodo alla trave, dal mattone al tipo di mattonella ammessi dal finanziamento – e i tecnici a rielaborare i preventivi per i lavori. Infine il Bonus 110, che impegnò gran parte dei progettisti, delle imprese edili e delle forniture, rendendo spesso impossibile la partenza di lavori di ricostruzione approvati e finanziati.
A proposito dell’elenco di materiali ammessi nella ricostruzione e del loro costo massimo consentito dal finanziamento, è interessante notare la totale assenza di materiali ecologici di architettura bio/green. Questi semplicemente non compaiono, come se non esistessero. Per utilizzarli occorre escluderli dal finanziamento e, a patto che vengano approvati nel progetto grazie alla perizia di architetto e ingegnere, sono da pagare separatamente.
Eventi come terremoti, alluvioni ed eruzioni vulcaniche in Italia non sono straordinari, ma fanno parte della nostra storia da sempre
Quest’assenza è scandalosa, tanto più che in altri paesi europei ormai da molti anni viene data precedenza ai materiali ecologici. Questa mancanza comporta un aggravio economico notevole per chi vuole utilizzare quel genere di materiali, oltre a complicate procedure per ottenere l’approvazione a utilizzare materiali che ufficialmente “non esistono”.
Le ragioni dell’inefficienza
Per quale motivo un paese che è soggetto a ricorrenti disastri naturali non si prepara in modo razionale per affrontarli? Le ragioni sono molteplici. Le ricostruzioni, che siano in seguito a eventi naturali o causati dall’essere umano come le guerre, generano un giro d’affari di proporzioni considerevoli. Complicare e rallentare il processo di ricostruzione consente di dare impiego a un esercito di personale nell’apparato burocratico amministrativo del paese e di assegnare appalti milionari alle imprese. Gli interessi politici ed economici quindi giocano un ruolo importante nei confronti del quale le necessità dei cittadini passano in secondo piano.
Manca poi una cultura della prevenzione, che porta ad affrontare le contingenze in modo totalmente e imperdonabilmente impreparato. Manca anche un’abitudine al coordinamento, per cui molte energie e risorse vengono sprecate per fronteggiare emergenze durante le quali nessuno è sicuro di chi sia responsabile per cosa. Ricordo diversi episodi nelle settimane immediatamente successive al primo della serie di terremoti iniziati nel 2016 in cui il personale dei vari corpi presenti nei luoghi dell’emergenza era paralizzato.

Il problema era la mancanza di informazioni su chi di loro fosse responsabile per quale parte degli interventi e la confusione generata da direttive contraddittorie provenienti da diverse fonti. Eppure non sarebbe difficile rimediare a tutti questi fattori negativi, basterebbe un approccio razionale e sistematico, che però pare essere completamente assente nel modus operandi di coloro che hanno la responsabilità della gestione del sistema.
Le conseguenze sulla cittaddinanza
Questo insieme di elementi genera sfiducia e scoraggiamento nei cittadini e incoraggia a cercare scorciatoie. Non aiuta l’atteggiamento piuttosto diffuso da parte di singoli che cercano di approfittare della confusione generale, come quelli che, pur non essendo residenti nelle zone colpite dal sisma, presero immediatamente residenza in proprietà che magari avevano abbandonato da decenni, per cogliere l’opportunità di farsele restaurare a spese dello Stato e farsi pagare un affitto come terremotati, spesso con la collusione di amministratori locali. Non sono mancate le imprese che hanno ottenuto appalti per la ricostruzione e hanno eseguito lavori inadeguati, intascando compensi per lavori mal eseguiti o non eseguiti affatto, in una catena di complicità tra amministratori, tecnici e imprese.
La sfiducia, spesso giustificata, nella capacità e nell’onestà dell’amministrazione pubblica nel fronteggiare le ricostruzioni, genera questa serie di effetti negativi e diffuso malcostume. Occorrerebbe dunque un radicale cambiamento di atteggiamento da parte di tutte le parti in causa, da chi ha il potere decisionale fino al singolo cittadino, con lo sviluppo di un sano concetto di bene comune.
La risposta del sistema gestionale delle ricostruzioni è sempre stata quella di complicare le procedure con l’intento di rendere più difficili le frodi, ma con il risultato di appesantire e rallentare le procedure e ottenendo l’effetto opposto, rendendo molto difficile tenere sotto controllo procedimenti estremamente complessi e aumentando le possibilità di nascondersi nei meandri di una burocrazia bizantina. Si fa un gran parlare dello spopolamento delle aree interne e quello delle lungaggini delle ricostruzioni dopo eventi catastrofici è un elemento che sarebbe da considerare seriamente se ci fosse la reale intenzione di contrastare questo abbandono.

Qualche numero per rendere l’idea
Curiosamente, per avere un termine di paragone si può ricordare il terremoto del 14 febbraio 1834. All’epoca questi territori facevano parte dello stato pontificio. Quattro giorni dopo il sisma giunsero gli incaricati del Papa per stilare un dettagliato rapporto sui danni. Il 14 marzo dello stesso anno fu avviata l’opera di ricostruzione: esattamente un mese dopo il terremoto. A più di 180 anni di distanza non siamo in grado di mettere in atto la stessa efficienza. Forse qualcosa è andato storto nel processo evolutivo dell’amministrazione pubblica?
Il rapporto del commissario straordinario per la ricostruzione riporta una stima di costo totale di 26,5 miliardi, mentre il rapporto della Protezione Civile alla Commissione Europea indica 24 miliardi. Questi costi includono gli interventi immediati di emergenza e il costo della ricostruzione e sono aggiornati al 2026. A marzo 2024 le richieste di finanziamento presentate erano 31.177, per un totale di 13,746 miliardi, dei quali 12,590 approvati.








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