Cambiare abitudini mentre cambia il clima
Mentre ad Antalya si apre la COP31, a novembre dedicheremo un approfondimento a clima e stili di vita: cosa possiamo fare come persone, cosa spetta al sistema e perché la risposta, in ogni caso, sarà collettiva.
Il 9 novembre ad Antalya, in Turchia, si apre la COP31, la trentunesima Conferenza delle parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, con aspettative che non sono mai state così basse. La speranza che le nazioni possano trovare accordi vincolanti per far fronte alla crisi climatica è più che mai logora e sbiadita. I venti di guerra e il crollo degli equilibri internazionali hanno trascinato con sé le ultime ambizioni in questo senso e in molti si interrogano su quali possano essere le strategie alternative, molte delle quali – dalle assemblee cittadine al consumo critico – chiamano a un ruolo più attivo la cittadinanza.
Nel frattempo il clima che cambia entra sempre più nelle nostre vite, trasforma le nostre abitudini, ci chiede uno sforzo di adattamento. Per tutto novembre il nostro mese tematico sarà dedicato, per l’appunto, a clima e stili di vita. Cercheremo di capire come si vive su un Pianeta con due gradi in più, quali nuove abitudini dovremo assumere, ma anche come fare a limitare i danni e a rallentare, fino a fermare, il riscaldamento globale assumendo stili di vita più sostenibili.
Parleremo di cosa mettiamo nel carrello, di come scaldiamo le case e di come le costruiamo, di cosa indossiamo, di come cambiano gli equilibri politici intorno a noi. E poi di città che si riprogettano per resistere al caldo, di comunità che si organizzano dopo un’alluvione, di emozioni difficili da nominare. Prima di cominciare però ci sembra necessario sgombrare il campo da un equivoco.

Le persone e il sistema
Quando si parla di stili di vita il rischio è scivolare nella colpa individuale e immaginare che se il pianeta si scalda, è perché qualcuno ha lasciato la luce accesa o ha preso l’aereo per le vacanze. Come spiegava in una puntata del nostro podcast Soluscions Fabio Ciconte, Presidente e co-fondatore dell’Associazione Terra!, è una narrazione comoda soprattutto per chi ha le responsabilità maggiori. Il concetto stesso di impronta di carbonio personale è stato reso popolare a metà degli anni Duemila da una campagna pubblicitaria della compagnia petrolifera BP, che invitava ciascuno a calcolare le proprie emissioni.
Le scelte individuali contano, ma dentro confini che il sistema ha già tracciato. Si può andare al lavoro in bici solo se esiste una strada sicura per farlo e scaldare meno la casa solo se è costruita per trattenere il calore. Allo stesso tempo, un sistema economico si regge anche sui consumi di milioni di persone. Il nodo, alla radice, è un modello economico e produttivo fondato sulla crescita infinita, insostenibile per definizione su un pianeta dalle risorse finite.
Decarbonizzare significa anche chiederci quanto la nostra quotidianità sia impregnata di fossile – nei materiali, nei trasporti, nel cibo, negli oggetti usa-e-getta – e di quali sprechi il sistema abbia bisogno per continuare a crescere. Sostituire le centrali a carbone con i pannelli solari è necessario, ma se si lascia tutto il resto com’è non basta. Una citatissima frase di Fredric Jameson – resa celebre in realtà da Mark Fisher – osserva che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Ecco, uno dei compiti di un giornale è allenare l’immaginazione nella direzione opposta: raccontare che un’altra organizzazione della vita e dell’economia è desiderabile, oltre che necessaria.
Quando si parla di stili di vita il rischio è scivolare nella colpa individuale e immaginare che se il pianeta si scalda, è perché qualcuno ha lasciato la luce accesa
Adattarsi, senza illudersi
La seconda direzione è l’adattamento, perché una parte del cambiamento climatico è già qui e continuerebbe a manifestarsi anche se domani azzerassimo le emissioni. Le città sono il luogo in cui questa sfida è più urgente. Asfalto e cemento accumulano calore di giorno e lo restituiscono di notte, trasformando interi quartieri in isole di calore. Racconteremo chi prova a invertire la rotta con il depaving, cioè la rimozione dell’asfalto superfluo per restituire suolo permeabile, con la micro-riforestazione e con i rifugi climatici.
Ci chiederemo anche come vivremo con due gradi in più rispetto all’epoca preindustriale e quali accortezze servono per convivere in sicurezza con un clima più instabile. Ovviamente adattarsi non basta. Con due gradi in più, o peggio tre, è l’equilibrio dell’intero ecosistema a essere a rischio. Oceani più acidi, suoli che perdono la capacità di assorbire anidride carbonica, biodiversità che si impoverisce e il pericolo di superare i tipping points, i punti critici oltre i quali un sistema naturale cambia stato in modo brusco e difficilmente reversibile. Insomma, adattarsi e ridurre le emissioni restano due facce della stessa risposta.

Non ci si salva da soli
Tutto questo ha anche un peso emotivo. Ansia, frustrazione, senso di impotenza sono reazioni comprensibili di fronte a un problema di questa scala e colpiscono in modo particolare chi si impegna in prima linea. Dedicheremo spazio a come affrontarle, con le voci di chi ci è passato e qualche strumento pratico. Anche sul piano emotivo la chiave è collettiva: l’ansia climatica vissuta in solitudine rischia di paralizzare, mentre se viene condivisa con altre persone può diventare energia per agire. Mai come nel caso della crisi ecoclimatica è vero che non ci si salva da soli.
Per lo stesso motivo, la risposta può venire solo da comportamenti collettivi e consapevoli, adottati a livello di comunità. Ne vedremo, anche qui, diversi esempi: i contadini che in Emilia-Romagna si sono organizzati per rifare le strade dopo l’alluvione e le aziende agricole che si sono riconvertite, il turismo di montagna che si ripensa mentre lo sci estivo diventa un ricordo, le amministrazioni che hanno scelto di muoversi. E poi chi porta la questione in tribunale, come la causa “Giudizio Universale” contro lo Stato italiano per inazione climatica, chi difende l’ambiente mettendo a rischio la propria incolumità e chi si avvicina per la prima volta all’attivismo climatico. Buona lettura!







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