Dopo Budapest, Brasilia e Belgrado anche Washington: il populismo di destra non è più invincibile?
I democratici conquistano Camera e Senato con candidati giovani e spesso radicali, dalla prima senatrice nativa americana al primo senatore musulmano. E dopo Ungheria, Brasile e Serbia, il vento sembra cambiare.
Due anni fa il Partito democratico statunitense sembrava in fin di vita: sconfitto alle presidenziali da Donald Trump, senza leader e con una base che non si fidava più dei propri vertici. Stanotte, in occasione delle elezioni di metà mandato – che si svolgono appunto a metà del mandato presidenziale e rinnovano la Camera, un terzo del Senato e i governi degli Stati federali –, si è ripreso la Camera e il Senato, togliendo ai repubblicani il controllo del Congresso di Washington per gli ultimi due anni della presidenza Trump.
Al Senato sono passati di mano i seggi di Texas, Ohio, Maine, Iowa, Kansas e delle due Caroline. In Maine è caduta perfino Susan Collins, che quel seggio lo occupava da quasi trent’anni. Alla Camera, secondo le ultime stime – a conteggio ancora aperto – la maggioranza democratica potrebbe superare i 245 seggi su 435. Qualche conteggio è ancora aperto, ma il quadro è chiaro: è stata un’onda blu.
Il paradosso è che il referendum l’aveva chiesto proprio Trump. A settembre, a Dallas, alla prima convention repubblicana di metà mandato della storia, aveva invitato i suoi a votare come se il suo nome fosse sulla scheda. Gli americani lo hanno preso in parola. Già alla vigilia un sondaggio NPR/PBS News/Marist dava il suo gradimento al 39%, con un 53% di elettori fortemente contrari, il dato peggiore dei suoi due mandati e uno dei più bassi degli ultimi cinquant’anni. Il 45% dichiarava di votare per il Congresso contro di lui.

I repubblicani avevano perso terreno persino sull’immigrazione, il loro cavallo di battaglia. Le urne hanno fatto il resto, assegnando ai democratici il Texas, l’Ohio e l’Iowa, Stati che Trump aveva vinto nel 2024 con margini fra gli 11 e i 14 punti. La guerra con l’Iran, il prezzo della benzina, un carovita asfissiante. Trump si è congratulato con i vincitori, precisando che il voto non è una bocciatura della sua leadership. Una lettura quantomeno discutibile.
Ma la notizia più interessante forse riguarda chi ha vinto. Ci sono infatti tante prime volte. Peggy Flanagan, indigena ojibwe e vicegovernatrice del Minnesota, è la prima donna nativa americana eletta al Senato. Dal palco ha ricordato il suo nome nella lingua del suo popolo: suona più o meno come “donna che parla con voce forte e chiara”. Lo stesso giorno Deb Haaland, del Laguna Pueblo, è diventata in New Mexico la prima governatrice nativa della storia. In Georgia Keisha Lance Bottoms è la prima governatrice nera.
In Michigan, uno swing state – ovvero uno Stato federale che non è storicamente schierato da una parte o dall’altra – conquistato da Trump nel 2024, ha vinto il medico Abdul El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato di Washington. Il suo programma fino a ieri sarebbe sembrato suicida: sanità pubblica universale, tasse sui miliardari, stop agli aiuti militari a Israele.
In Texas, dove i democratici non vincevano un seggio al Senato dal 1988, ha vinto James Talarico. Ha 37 anni, è un ex insegnante e studia in un seminario presbiteriano e ha usato il Vangelo per contestare il nazionalismo cristiano e difendere poveri e migranti. In New Hampshire Chris Pappas è il primo uomo dichiaratamente gay eletto al Senato. È una classe politica nuova e giovane, che ha smesso di chiedere scusa per le proprie idee.
Dal 3 gennaio 2027, quando a Washington si insedierà il nuovo Congresso, Trump sarà una cosiddetta lame duck, ovvero “anatra zoppa”. È l’espressione che usano gli opinionisti USA per definire un presidente con tutti i suoi poteri, ma senza la forza di usarli fino in fondo. Conserverà il veto e ampi margini d’azione su dazi, immigrazione e politica estera e senza la sua firma nessuna legge democratica vedrà la luce.

Il Congresso però potrà bloccare la sua agenda e stringere i cordoni della spesa. Al Senato potrà fermare le nomine di giudici e funzionari. Soprattutto potrà indagare. Robert Garcia, atteso alla guida della commissione di vigilanza della Camera, ha già indicato le priorità: gli affari della famiglia Trump, i file Epstein, i metodi usati contro i migranti. Sullo sfondo aleggia anche l’ipotesi di un terzo impeachment, che però divide i democratici.
La sconfitta roboante di Trump si inserisce a sua volta in quella che possiamo iniziare a ipotizzare come una traiettoria più ampia. Ad aprile Viktor Orbán, il modello di tutti i sovranisti d’Europa, ha perso il potere dopo sedici anni. Lo ha travolto il Tisza di Péter Magyar, con un’affluenza vicina al 78%. Il 25 ottobre Lula ha battuto Flávio Bolsonaro al ballottaggio e ha conquistato il quarto mandato. Lo stesso giorno in Serbia la lista studentesca, nata dalle proteste per il crollo della pensilina di Novi Sad, ha chiuso quattordici anni di potere di Aleksandar Vučić.
Sono storie diverse, attenzione: Magyar è un conservatore uscito da Fidesz – lo stesso partito di Orban – e il movimento serbo tiene insieme sensibilità molto distanti. Ma sono legate da anni di mobilitazione dal basso, affluenze record, volti nuovi capaci di parlare nuovi linguaggi. Oggi gli States, con tutte le loro enormi contraddizioni, ci ricordano anche una loro caratteristica che a noi può suonare strana o quasi estranea. La capacità di cambiare e rinnovarsi a ritmi supersonici. Oggi questa velocità sembra ricordarci che niente è mai definitivo, nemmeno le ondate che sembravano inarrestabili.







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