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26 Ottobre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Lula in Brasile, gli studenti in Serbia: vittorie storiche! – 26/10/2026

In Brasile Lula vince il ballottaggio contro Flávio Bolsonaro e ottiene il quarto mandato; in Serbia la Lista studentesca vince le elezioni anticipate e conquista la maggioranza assoluta in Parlamento.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Partiamo dal Brasile, dove ieri si è votato per il ballottaggio delle presidenziali. E il risultato ha sorpreso un po’ tutti. Luiz Inácio Lula da Silva ha battuto Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, con il 51,7% dei voti contro il 48,3%. Parliamo di circa 4 milioni di voti di scarto dopo che al primo turno, tre settimane fa, era stato Bolsonaro ad arrivare davanti, con circa due punti di vantaggio. E alla vigilia del voto i sondaggi davano un testa a testa, ma davano anche – tutti – Bolsonaro leggermente avanti. Lula invece, che domani compie 81 anni, ha ribaltato tutto e si prepara al suo quarto mandato alla guida del Brasile. 

Sono particolarmente felice di questa notizia, per cui lasciatemi il piacere di leggervela nelle parole di Claudia Fanti, che sul manifesto lascia trasparire tutta la soddisfazione del caso. 

Non è un miracolo, ma eccome se ci assomiglia. Mai, in tutta la storia del Brasile, il candidato giunto secondo al primo turno era riuscito poi a imporsi al ballottaggio.

Ha potuto farlo solo Lula, grazie al suo popolo, smentendo la quasi totalità dei sondaggi – che, seppure di strettissima misura, davano tutti in vantaggio Flávio Bolsonaro – e pure le analisi degli esperti, che in massima parte ritenevano la rimonta reale ma non sufficiente. Ha vinto pure con un discreto margine – 51,76% contro 48,24% – incassando oltre quattro milioni di preferenze in più dell’avversario e conquistando oltre 10 milioni di voti in più rispetto al primo turno.

Ha battuto tutti i record: già primo ad aver ottenuto tre mandati (i due consecutivi tra il 2003 e il 2010 e il terzo nel 2022), ne ha ora conquistato addirittura un quarto, il più importante e, fino a ieri, il più insperato. E, per quanto di questo ne avrebbe fatto volentieri a meno, sarà anche il presidente più anziano, battendo ancora una volta se stesso: quando si insedierà alla guida del Paese il 5 gennaio, avrà 81 anni, 2 mesi e 9 giorni.

Nessuno come lui ha conosciuto la povertà e il successo, la gloria e il baratro, osannato dal mondo intero durante i due primi mandati, fino a lasciare la presidenza con l’83% di popolarità, e precipitato nell’inferno del carcere, per 581 lunghissimi giorni, in cui era entrato comunque non da uomo sconfitto, ma da leader forte e combattivo.

La dignità, del resto, non gli ha fatto mai difetto, come ha dimostrato nell’ultimo faccia a faccia televisivo con il suo impresentabile – ma giovane ed energico – avversario, quando, apostrofato da quest’ultimo come «nove dita», in riferimento al dito perso a soli 17 anni durante un turno di notte, mentre lavorava come operaio metalmeccanico e tornitore in una fabbrica di San Paulo, aveva replicato: «Se c’è qualcuno qui, tra tutte le persone presenti, che sa cos’è il lavoro, quello sono io. E non permetterò a un miliziano di chiamarmi “nove dita”. A lui che non ha mai lavorato in vita sua».

La strada che lo attende è ora tutta in salita, almeno in termini di governabilità, già pesantemente condizionata dal braccio di ferro con il Congresso durante il suo ultimo e mediocre governo. Un Congresso che, grazie alla travolgente crescita del Partido Liberal, si presenta ancor più saldamente nelle mani dell’estrema destra, la quale controllerà addirittura i due terzi del Senato, a un passo dal disporre dei voti necessari a promuovere l’impeachment contro i giudici della Corte Suprema sgraditi al partito.

Ma oggi c’è spazio solo per la festa. Anche perché chissà se, di fronte a tale sfida, non si deciderà, a 81 anni, a fare quello che non gli è riuscito nei precedenti tre mandati: mobilitare in via permanente quella base sociale a cui deve interamente il suo ultimo e più grande trionfo.

Ve lo avevo detto che aveva toni un po’ trionfalistici, ma concedetemelo. Anche perchè dietro all’amministrazione di un Paese come il Brasile si muovono temi globali, come abbiamo detto tante volte, a partire dalla gestione della amazzonia. considerate che quest’anno la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è scesa del 42% rispetto all’anno prima, toccando il livello più basso da quando esistono le rilevazioni, cioè dal 1988. Se il confronto lo facciamo con il 2022, l’ultimo anno di Bolsonaro padre, il calo arriva al 71%. Quindi la conferma di Lula significa, almeno sulla carta, continuità: l’obiettivo dichiarato resta quello di arrivare a deforestazione netta 0 entro il 2030. 

Non che Lula sia tutto rose e fiori, eh. Nel senso che lo stesso governo Lula ha dato il via libera alle trivellazioni petrolifere della Petrobras al largo della foce del Rio delle Amazzoni, e porta avanti progetti contestati come l’asfaltatura di una grande autostrada che attraversa la foresta. però parliamo di due mondi diversi. 

Questa volta il problema per Lula sarà soprattutto la governabiltà. Perché sì, Lula ha vinto la presidenza, ma il Parlamento brasiliano è andato nella direzione opposta. Con il voto di quest’anno, i partiti di centro-destra e destra controlleranno circa il 57% della Camera e il 62% del Senato. Già negli ultimi anni il Congresso, molto legato alla lobby dell’agribusiness, aveva approvato leggi che indebolivano le tutele ambientali, come quella sulle licenze che gli ambientalisti avevano ribattezzato “legge della devastazione”. Lula l’aveva bloccata in parte con il veto, ma ogni suo provvedimento diventa una trattativa estenuante. E adesso i rapporti di forza sono ancora più sfavorevoli. E quindi Lula si prepara al quarto mandato con un paese spaccato a metà e un Parlamento che, su molti temi, rema contro. sarà complicato, ma comunque quello di ieri resta un risultato storico.

Di risultato storico in risultato forse ancora più storico. Ci spostiamo in Europa, in Serbia. Perché ieri è successa una cosa che fino a qualche tempo fa sembrava impensabile: gli studenti hanno vinto le elezioni. La Lista studentesca, nata dal movimento di protesta che da due anni riempie le piazze del paese, ha preso circa il 52% dei voti, contro il 39% di Serbia Unita, la coalizione di Aleksandar Vučić. 

Tradotto in seggi, sono circa 138 su 250: abbastanza per governare da soli. Le proteste erano partite nel novembre 2024, dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad. Da lì sono diventate una mobilitazione contro la corruzione e contro un sistema di potere che dominava la Serbia da 14 anni. E alla fine hanno costretto Vučić a indire elezioni anticipate. Ecco, considerate che a queste elezioni ha votato quasi il 70% degli aventi diritto, un’affluenza che in Serbia non si vedeva da decenni. E Vučić ha ammesso la sconfitta in diretta tv quasi subito, senza nemmeno aspettare le proiezioni. 

Leggo su Ansa: “Secondo i risultati ancora provvisori ma che difficilmente possono cambiare in modo sostanziale, hanno ottenuto il 52% dei voti, che conferirebbero 138 dei 250 seggi del Parlamento nazionale contro il 39% ottenuto dalla lista Serbia Unita dell’ex presidente Aleksandar Vučić, che avrebbe così 104 seggi.

Nessun’altra coalizione in lizza ha passato la soglia del 3%, se non i piccoli partiti delle minoranze etniche, che non vi sono soggetti. Con una mossa a sorpresa, proprio Vucic è stato il primo ad apparire in diretta Tv su Rts per annunciare che aveva “perso le elezioni”, dopo che la sua annunciata apparizione in diretta aveva fatto temere che intendesse comunicare invece la propria vittoria. Vucic, con espressione mesta ma composta, ha detto che gli studenti hanno condotto una campagna elettorale “scorretta e piena di menzogne” e che non farà nessuno sconto dall’opposizione, ma ha riconosciuto “la vittoria degli studenti”.

In rappresentanza di questi ultimi, il candidato Radomir Sajčić ha detto su Rts che “la Serbia finalmente ha preso il suo destino in mano, con un risultato che premia quasi due anni di lotta”. 

Ma come ci sono riusciti? Allora, un primo dato da tenere a mente è l’affluenza. Ha votato quasi il 70% degli aventi diritto, un livello che in Serbia non si vedeva da almeno trent’anni. Ecco, considerate che era proprio quello su cui contavano gli studenti. Da tempo i commentatori dicevano che più gente sarebbe andata a votare, più la Lista studentesca ne avrebbe beneficiato. E così è stato.

Che questa volta la partita fosse molto piu aperta che in passato, quando a fronteggiarlo erano dei partiti tradizionali, Vučić lo aveva capito da tempo. A settembre, si era dimesso da presidente per guidare in prima persona la sua lista, Serbia Unita. E negli ultimi mesi aveva alzato parecchio i toni contro gli studenti, definendoli “distruttori”, “inaffidabili”, “manovrati da potenze straniere” (fra parentesi, non so se queste definizioni vi risuonano o vi dicono qualcosa, in questi giorni). E i sondaggi della vigilia non aiutavano a capire chi fosse avanti: a seconda di chi li faceva, davano in testa ora l’uno, ora l’altro, ma a nche qui va detto che i sondaggi più indipendenti davano tutti in testa gli studenti, anche se con margini diversi.

Il clima, poi, era tesissimo. Nel senso che c’era una paura diffusa di brogli e irregolarità, in un voto osservato con attenzione da Europa, Stati Uniti e anche Russia. Già prima dell’apertura dei seggi, alle sette del mattino, c’erano file lunghissime, anche perché gli studenti avevano chiesto ai loro elettori di andare a votare presto. E si erano preparati in modo davvero meticoloso. Avevano formato oltre 16mila rappresentanti di lista e 60mila persone per controllare fuori dai seggi. A loro si aggiungevano più di 16mila osservatori, nazionali e internazionali, tra cui delegazioni dell’OSCE, del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo.

Poi c’è la questione dei risultati. In Serbia gli exit poll non sono ammessi. Per ore, quindi, ci si è dovuti affidare alle proiezioni di istituti come CeSid/Ipsos e Crta, in attesa dei dati ufficiali della Commissione elettorale. Eppure Vučić ha ammesso la sconfitta prima ancora che arrivassero. E mentre il centro di Belgrado era presidiato da un ingente schieramento di polizia, con il timore che qualche provocatore potesse accendere la miccia, le strade si sono riempite di gente che festeggiava.

Ora che succede adesso’ come verrà formato il governo? Nonostante il nome, gli eletti della Lista studentesca non sono studenti. È stata una scelta precisa, presa fin dall’inizio: gli studenti hanno deciso di non candidarsi, per evitare che la mobilitazione venisse letta come il trampolino per qualche carriera politica personale. I 250 candidati li hanno scelti nelle assemblee universitarie, facoltà per facoltà, e sono docenti, medici, ingegneri, artisti, agricoltori, attivisti. L’unico requisito era non essere iscritti al partito di Vučić né dirigenti di altri partiti.

La lista ha i numeri per governare da sola, ma non ha attualmente un candidato premier, coerentemente con un movimento che ha fatto dell’assenza di capi la sua identità, certo. Però adesso un nome bisognerà trovarlo. I tempi ci sono: il nuovo parlamento deve riunirsi entro 30 giorni dai risultati definitivi, e ha poi 90 giorni per votare la fiducia a un governo. Considerate che a dicembre si vota anche per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, visto che Vučić si è dimesso. E sul tavolo ci sono già dossier delicati, come le forniture di gas russo, con l’accordo ponte che scade a fine anno. Il programma degli studenti si basa su Indipendenza della magistratura, lotta alla corruzione, confisca dei patrimoni illeciti, trasparenza negli appalti, informazione libera. Vedremo!

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