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30 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Che futuro immagina il grande business globale? – 30/4/2026

Un rapporto di BCG immagina quattro scenari globali al 2050; intanto a Santa Marta si discute di uscita dai fossili e il Pnr italiano entra nel merito del ripristino dei fiumi.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

C’è un rapporto interessante, uscito pochi giorni fa, che secondo me vale la pena raccontare perché ci dice qualcosa non tanto sul futuro — che ovviamente nessuno conosce — ma su come il mondo del grande business immagina il futuro.

Il rapporto si chiama Beyond Tomorrow: Four Scenarios for the World of 2050 e dipinge quattro scenari ritenuti plausibili di sviluppo del mondo. È stato pubblicato da BCG, cioè Boston Consulting Group. Per capirci: BCG è una delle più grandi società di consulenza strategica al mondo, e lavora con multinazionali, governi, grandi investitori, istituzioni internazionali.

Quindi non parliamo di una ricerca accademica, ma di una società privata di consulenza. Però di una società molto influente, molto ascoltata, che ha accesso a dati, esperti, aziende, governi, e che quindi quando pubblica un lavoro di questo tipo in qualche modo ci mostra quali futuri vengono considerati plausibili dentro quel mondo lì, il mondo del capitalismo manageriale globale. Questa è la cornice, ed è importante tenerla presente, dopo vediamo perché.

Vediamo come è strutturato e cosa dice questo gigantesco rapporto sul futuro del mondo. BCG dice che il rapporto è costruito su cento megatrend, quindi grosse tendenze globali in atto, che combinandosi danno origine a 4 possibili scenari da qui al 2050.

Il primo si chiama AI Abundance, abbondanza da intelligenza artificiale. Ed è lo scenario che viene presentato come più positivo. In pratica: l’intelligenza artificiale esplode, aumenta moltissimo la produttività, rende l’energia più economica, accelera la ricerca scientifica, trasforma interi settori industriali. Nel 2050, in questo scenario, le persone lavorano meno — BCG parla di una settimana lavorativa di quattro giorni e di una riduzione media delle ore lavorate — l’economia cresce, la tecnologia diventa più accessibile, e l’IA aiuta a risolvere una serie di problemi complessi, compresa la transizione energetica.

Il secondo scenario si chiama Battling Blocs, blocchi in conflitto. Qui il mondo si frammenta. La globalizzazione si inceppa definitivamente e il mondo è caratterizzato dalla competizione fra grandi blocchi geopolitici: Stati Uniti e alleati da una parte, Cina e altri paesi dall’altra, forse un Sud globale più autonomo, commercio molto ridotto, tecnologia usata come arma geopolitica. È uno scenario in cui cresce la spesa militare, cresce la diffidenza, e le aziende devono muoversi dentro un mondo molto più rigido, molto più politicizzato, molto meno aperto.

Il terzo scenario è chiamato Climate Coalition. Qui, a differenza del primo, il motore principale non è l’IA ma il clima. Una serie di shock climatici, sociali, economici convince governi e cittadini che bisogna cambiare strada velocemente. Quindi le politiche pubbliche diventano molto più forti: più tasse, più regolazione, meno consumi superflui, più investimenti in resilienza, maggiori spese in adattamento ed energie rinnovabili, nuovi materiali, nella transizione dell’agricoltura, nelle infrastrutture. 

È ovviamente lo scenario in cui il riscaldamento globale viene contenuto meglio: BCG parla di una temperatura che si stabilizza a +1,8°C e di una quota di combustibili fossili residui nella domanda di energia primaria che scende dal livello attuale, circa l’81%, al 35%. È un mondo in cui il clima diventa la regola del gioco. Le imprese devono prepararsi a tasse sul carbonio, standard ambientali più rigidi, governi più interventisti, filiere più corte o più controllate. È uno scenario, dice il report, in cui si aprono mercati giganteschi per chi vende soluzioni climatiche. Però è anche uno scenario in cui il business non può più muoversi come vuole, perché la politica torna a mettere paletti molto più forti. 

Il quarto e ultimo scenario è invece chiamato Digital Darwinism, darwinismo digitale. Ed è probabilmente il più inquietante. Qui la tecnologia corre, ma senza una vera governance pubblica. Le grandi corporation diventano ancora più potenti, le istituzioni arretrano, le disuguaglianze esplodono, le persone vivono sempre di più dentro piattaforme digitali, magari accompagnate da assistenti IA, mondi virtuali, servizi iper-personalizzati. L’economia cresce, sì, ma cresce in modo brutalmente diseguale. È un futuro in cui il mercato seleziona chi ce la fa e chi no, e chi resta indietro semplicemente viene lasciato indietro. 

Devo dire che ho trovato molto interessante questo report soprattutto se lo leggiamo con le lenti giuste. Provo a buttare lì qualche abbozzo di ragionamento. Il primo è che credo abbastanza probabile che questi scenari non si realizzeranno in purezza, che ci sono tante vie di mezzo, ma è utile l’esercizio di delineare quattro quadri precisi per stimolaree la nostra capacità di vedere il futuro. Di dargli concretezza.

la cosa che mi colpisce è che c’è uno scenario, fra i 4, che è intrisecamente contraddittorio, se non impossibile, mi viene da dire, ma che è presentato come quello più auspicabile. Sto parlando del primo. Perché leggendo il rapporto è abbastanza evidente che AI Abundance è presentato come lo scenario dell’ottimismo tecnologico: l’IA ci rende più ricchi, più produttivi, più efficienti, ci libera tempo, ci permette di innovare. Che è un po’ la vecchia promessa del progresso tecnologico, aggiornata all’epoca dell’intelligenza artificiale.

Solo che, ecco, se andiamo a vedere bene, dentro questo scenario c’è una contraddizione enorme. Perché in AI Abundance, cioè nello scenario più luminoso, più abbondante, più desiderabile dal punto di vista economico, nel 2050 il 45% dell’energia (fra l’altro di una domanda energetica gigantesca) dipende ancora dalle fonti fossili. Lo scenario prevede di arrivare al 2050 con un +2,2°C rispetto all’era preindustriale. E scrive anche nero su bianco che a quel punto diversi tipping point, cioè punti di non ritorno climatici, sono già stati superati. Le emissioni iniziano a scendere rapidamente, certo, ma dopo decenni di emissioni alte negli anni Trenta e Quaranta. Facendo affidamento che la tecnologia, probabilmente la geoingegneria, sarà in grado a quel punto di riparare i danni fatti.

Insomma, lo scenario che una delle più grandi società di consulenza al mondo considera più “ottimista” non è uno scenario in cui evitiamo la crisi climatica. È uno scenario in cui la attraversiamo, la aggraviamo, superiamo alcune soglie, e poi confidiamo nel fatto che la tecnologia ci renda abbastanza ricchi e potenti da gestirne le conseguenze.

La storia ci insegna che sta roba, di base non ha mai funzionato. Che la tecnologia ha sempre risolto problemi vecchi creandone di nuovi spesso maggiori. Immaginate un mondo con un clima instabile, in cui non si riesce a coltivare quasi più niente se non in serre che consumano un sacco di energia, in cui intere porzioni di mondo diventano desertiche e invivibili, se non i città perennemente condizionate, mentre altre finiscono sott’acqua. In cui eventi climatici estremi e devastanti sono all’ordine del giorno. Perché di questo stiamo parlando. Al di là dell’andamento del pil, e del ruolo dell’IA, voi riuscite a immaginarvi una società abbondante e felice? Io faccio un po’ fatica.

Ecco, credo che il primo scenario sia uno scenario irrealistico, frutto del bias del wishful thinking, che serve alle aziende a raccontarsi che va tutto bene e ad evitarsi lo sforzo, economico ma anche di immaginazione, di cambiare. Che però se ci pensate per un’azienda è una roba pericolosissima.

Vi lascio con un consiglio di ascolto a tema. C’è un podcast che si chiama Tara – la facilitazione per le imprese che cambiano. Tara è una azienda di principalmente facilitatrici che aiutano le aziende a sviluppare il proprio potenziale anche in chiave di transizione ecologica. E il podcast è molto interessante perché emergono tutti gli elementi necessari per un’azienda e anche il percorso che si può fare per reimmaginarsi. Lo trovate fra le fonti.

Nel momento in cui registro si è conclusa da pochissimo la Conferenza di Santa Marta, ovvero il primo incontro volontario fra Paesi che desiderano impegnarsi di più nell’abbandonare i combustibili fossili. Al momento è ancora presto per fare analisi complesse, non ci sono ancora articoli approfonditi e dubito che la stampa italiana se ne occuperà molto, ma comunque possiamo già raccontare qualcosa.

I due giorni conclusivi, 28-29 aprile hanno visto la partecipazione dei politici e ministri, mentre i giorni precedenti sono stati più dedicati alla società civile. Abbiamo già raccontato di due cose importanti emerse fin dall’inizio di questa conferenza: la creazione di un panel permanente di scienziati ed economisti che accompagni dal punto di vista tecnico i governi dei diversi paesi mondiali che vogliono compiere la transizione energetica e la presentazione da parte della Colombia, paese ospitante, di un piano piuttosto ambizioso di abbandono dei combustibili fossili. 

Nel frattempo sono successe anche altre cose. Innanzitutto come racconta il manifesto, c’è stato un incontro dei ministri e capi delegazione provenienti dai 18 Paesi che hanno già sottoscritto la campagna per il Trattato sui combustibili fossili: sono perlopiù Sono perlopiù piccoli Stati insulari e paesi del Sud globale, molti dei quali particolarmente vulnerabili alla crisi climatica, tipo Antigua e Barbuda, Le Bahamas, Cambogia, Fiji, ecc. Fanno eccezione la Colombia stessa e il Pakistan. 

La coalizione ha avanzato tre richieste alla Conferenza: 

  1. Serve un nuovo accordo internazionale sui combustibili fossili, che non si limiti a parlare di ridurre le emissioni, come succede adesso alle COP, ma dica chiaramente come ridurre l’uso di carbone, petrolio e gas, con regole vincolanti e strumenti legali e finanziari per accompagnare la transizione. Sembra una sottigliezza ma non lo è perché finché non si vietano i combustibili fossili, che sono la causa delle emissioni, gli stati continueranno a ragionare in ottica di compensazione, quindi piantare alberi, catturare CO2, geoingegneria. Che rischiano di diventare una scusa per tenere in vita un sistema basato sui combustibili fossili 
  2. Servono soldi e cooperazione concreta, perché molti paesi, soprattutto i più poveri, non possono uscire dai fossili da soli. Quindi si propone di lavorare su strumenti come un club fra paesi produttori e consumatori, un fondo globale per la transizione giusta e meccanismi per alleggerire il debito dei paesi più vulnerabili.
  3. La transizione deve essere giusta, cioè deve tenere conto di chi ha inquinato di più nella storia, dei diritti umani, delle disuguaglianze fra paesi e della partecipazione reale delle popolazioni indigene, che non devono subirla dall’alto ma poter decidere sul proprio futuro.

Nel pomeriggio di martedì c’è stata anche una marcia dei popoli nelle strade di Santa Marta. Leggo sul manifesto, a scrivere è Elisa Sermarini: “A tempo di musica il corteo avanza e al microfono si alternano le tante esperienze locali provenienti da tutto il mondo. Al centro la dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai fossili, approvata al termine dell’assemblea del giorno precedente”.

Contemporaneamente sono iniziate anche le sessioni in cui il governo colombiano e quello olandese hanno incontrato in sessioni parallele le delegazioni delle realtà della società civile, dei popoli indigeni, dei sindacati, dei governi subnazionali e del settore privato per ascoltare le richieste emerse nelle assemblee auto-organizzate nei giorni precedenti.

Nel pomeriggio di ieri è intervenuto anche il Presidente della Colombia, Gustavo Petro che nel suo discorso ha sottolineato come la lotta alla crisi climatica sia una sfida non solo scientifica, ma profondamente politica e sociale, chiedendosi: il capitalismo è realmente in grado di adattarsi a un sistema energetico non fossile? 

Secondo Petro, l’esperienza concreta mostra una forte resistenza e inerzia da parte del potere economico nei confronti dell’abbandono delle fonti energetiche “arcaiche”, al punto da ipotizzare che il capitale possa suicidarsi e condannare la vita allo stesso destino. In questo contesto – ha argomentato il presidente colombiano – l’istinto di sopravvivenza dei popoli porterà a un aumento delle tensioni politiche, soprattutto nei Paesi più responsabili della crisi, ma anche in quelli che ne subiscono gli effetti. Fino all’emergere di un vero e proprio conflitto tra umanità e capitale, tra umanità e potere, dal cui esito dipenderanno tante cose.

Per il Presidente l’emancipazione passa attraverso l’unità dei popoli, la fratellanza tra culture, la ricostruzione del tessuto umano anche al di là degli Stati e una mobilitazione globale per la vita. “L’unità tra Stati – ha detto – ha fallito nelle sedi internazionali, incapaci oggi di affrontare efficacemente sia la guerra sia la crisi climatica. L’inazione consuma un tempo cruciale, accelerando l’esaurimento delle condizioni di vita sul pianeta”. In questo processo, Petro ha attribuito un ruolo centrale alle donne, ritenendo che la loro capacità di percepire la vita possa offrire un contributo decisivo.

Lunedì ne riparliamo.

Martedì abbiamo iniziato a parlare del Pnr, il Piano nazionale di ripristino della natura. Da non confondere con il Pnrr, qui c0’è una r sola. È il documento con cui l’Italia deve spiegare all’Europa come intende applicare la Nature Restoration Law, la legge europea approvata nel 2024 che obbliga gli Stati non solo a proteggere la natura rimasta, ma a riparare gli ecosistemi degradati.

Il Ministero dell’Ambiente, con il supporto di ISPRA, ha pubblicato la bozza del Piano il 23 aprile 2026 e adesso siamo nella fase di consultazione pubblica, aperta fino al 9 giugno. Quindi cittadini, associazioni, comitati, enti locali possono mandare osservazioni, commenti, proposte. E siccome il documento è lungo e tecnico, vi avevo promesso di raccontarne un pezzetto per volta. In modo che poi se volete potete mandare le vostre osservazioni.

Oggi parliamo della parte sui fiumi.

Dentro la Nature Restoration Law c’è un obiettivo importante: contribuire a riportare almeno 25mila chilometri di fiumi europei a scorrimento libero entro il 2030. “Scorrimento libero” significa fiumi non spezzettati da barriere inutili: vecchie dighe, briglie, traverse, sbarramenti artificiali che interrompono il flusso dell’acqua, dei sedimenti, dei pesci, della vita.

Il punto è che un fiume non solo una roba che trasporta acqua dalla fonte al mare ma è un ecosistema vivo, fatto di acqua, ghiaia, sabbia, vegetazione, pesci, zone umide, pianure alluvionali. E per funzionare ha bisogno di muoversi, espandersi, rallentare, depositare sedimenti, cambiare un po’ forma nel tempo.

Noi invece per decenni abbiamo fatto spesso l’opposto: canalizzato, rettificato, arginato, cementificato, separato i fiumi dalle loro aree naturali di espansione. Alcune opere servono ancora, ovviamente. Ma molte barriere sono vecchie, inutili, abbandonate o producono più danni che benefici.

Il Pnr prevede innanzitutto di mettere ordine nei dati: censire le barriere, capire dove sono, a cosa servono, chi ne è responsabile, se sono ancora utili. Poi bisognerà individuare quelle obsolete e scegliere dove intervenire, dando priorità agli interventi che producono più benefici ecologici e idraulici: migliorano lo stato del fiume, aiutano pesci e sedimenti a muoversi, e magari riducono anche il rischio di alluvioni.

C’è poi il tema enorme delle pianure alluvionali. In certi punti, invece di stringere sempre di più i fiumi fra argini e cemento, bisognerebbe restituire loro spazio. Permettere all’acqua di espandersi dove può farlo senza creare danni enormi, rallentare, infiltrarsi, ricaricare le falde, alimentare zone umide. Che è anche una misura di adattamento climatico, perché territori così funzionano meglio sia contro le alluvioni sia contro la siccità.

La parte interessante è che il Piano parla proprio di rimozione delle barriere artificiali, ripristino della connettività dei fiumi e miglioramento delle funzioni naturali delle pianure alluvionali. La parte debole, però, è che molti numeri non ci sono ancora: non sappiamo ancora quanti chilometri di fiumi l’Italia si impegni davvero a liberare, né quali aree verranno ripristinate con precisione.

Quindi, riassumendo: l’idea è smettere di trattare i fiumi come infrastrutture da controllare e ricominciare a trattarli come ecosistemi da far funzionare. È una delle cose più sensate che possiamo fare per la biodiversità, per la sicurezza idraulica e per adattarci al clima che cambia. Però la consultazione pubblica serve anche a questo: chiedere che questa parte del Piano diventi più concreta, più misurabile e più coraggiosa.

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