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2 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Greenwashing: da settembre scatta il divieto per le aziende italiane – 2/3/2026

Dalla nuova legge italiana contro il greenwashing e i suoi possibili effetti collaterali, fino al maxi censimento dell’India, tra caste, welfare e competizione geopolitica con la Cina.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
greenwashing

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione articolo

Prima di cominciare, anche se in genere non ci occupiamo di calcio, ma mi sembra giusto fare plauso alla scelta etica di boicottare i mondiali di negli Usa da parte della nostra nazionale maschile di calcio, per via della guerra degli Usa contro l’Iran. È già la terza volta che la nostra nazionale compie scelte del genere, dopo il boicottaggio dei mondiali in Qatar per questioni legate alla sicurezza sul lavoro e al petrolio, e quelli in Russia del 2018, forse perché avevano avuto una soffiata sulle intenzioni di Putin in Ucraina.

E vabbé.

Qualche giorno fa l’Italia ha recepito con una legge la direttive europea contro il greenwashing e per incentivare riparabilità e durabilità dei prodotti. Sapete come funziona in questi casi, no? L’Europa approva delle direttive e poi i paesi membri devono tradurle in leggi nazionali in modo da farle entrare nel proprio ordinamento giuridico. Ecco il nostro parlamento l’ha fatto il 19 marzo, e queste novità entreranno in vigore dal prossimo 27 settembre.

Vediamo allora cosa cambia. Partiamo con il greenwashing. Innanzitutto, sapete cos’è il greenwashing? È quella pratica scorretta usata da alcune aziende per dipingersi sostenibili quando in realtà non lo si è. Avete presente tutti gli slogan presenti sul packaging dei prodotti? In alcuni casi corrispondono a delle certificazioni specifiche, ad esempio se leggete bio, sapete che quel prodotto risponde a dei criteri esatti, poi possiamo discutere su quanto efficaci, ma comunque ci sono dei criteri oggettivi.

Ma tante altre diciture non sono così specifiche, ad esempio sostenibile, impatto 0, eco. Sono tutti termini generici che fino ad oggi potevano essere usati abbastanza impunemente, perché non c’era modo di impedire a un’azienda di scriverlo sulla confezione. Ecco, questa è la cosa principale che cambierà. 

La nuova legge infatti, sulla base di quanto previsto dall’Europa, modifica la disciplina delle pratiche commerciali scorrette prevista dal Codice del consumo e amplia il catalogo delle cosiddette pratiche ingannevoli legate alle dichiarazioni ambientali.

Provo a riassumervi che novità introduce nello specifico, prendendo spunto da un articolo del Sole 24 Ore. Sarà vietato, da settembre, per le aziende:

  • usare etichette di sostenibilità che non si basano su un sistema di certificazione o su un’autorità pubblica;
  • fare asserzioni ambientali generiche tipo “eco”, “verde”, “amico dell’ambiente” senza dimostrare una prestazione ambientale riconosciuta;
  • far sembrare “verde” l’intero prodotto o l’intera azienda quando in realtà il claim riguarda solo un aspetto limitato;
  • dire o suggerire che un prodotto ha impatto climatico neutro, ridotto o positivo solo sulla base della compensazione delle emissioni. (questo anche p interessante, devi dimostrare di aver cambiato i tuoi processi produttivi, non basta che acquisti crediti di carbonio dall’altra parte del mondo).

Inoltre la legge aggiunge anche una regola importante: se un’impresa promette miglioramenti ambientali futuri, non basta una promessa generica. Deve avere già assunto impegni chiari, oggettivi, pubblici, verificabili, con un piano concreto, scadenze precise e controlli periodici di un soggetto terzo indipendente.

Insomma, si vuole far sì che le aziende si prendano impegni seri e non si limitino a giocare con le parole. 

Poi come vi dicevo, oltre al greenwashing la direttiva europea, e di conseguenza la legge di recepimento, vanno ad agire anche su durabilità, riparabilità, aggiornamenti, che sono tutte pratiche che in ottica di economia circolare vanno incentivate perché allungano il ciclo di vita dei prodotti, e quindi fanno sì che consumiamo meno risorse ed energia. 

In pratica quando compreremo, per esempio, una lavatrice o un frullatore, ci sarà scritto in modo evidente non solo che c’è la garanzia legale standard di due anni, ma anche se il produttore si impegna volontariamente a coprire la garanzia per più anni. Questo in teoria dovrebbe incentivare le aziende a produrre beni più durevoli e contrastare l’obsolescenza programmata. 

Poi c’è il tema della riparabilità. Su questo, quando acquisti un prodotto ti dovrà essere comunicato contestualmente se i pezzi di ricambio si trovano facilmente, quanto potrebbero costare e se la riparazione è realisticamente possibile. 

E nel caso in cui compri prodotti che hanno bisogno di un software per funzionare, tipo un pc, uno smartphone, una smart Tv, deve essere indicato il periodo minimo per cui verranno forniti gli aggiornamenti software. Inoltre vengono vietate alcune pratiche specifiche pensate per l’obsolescenza programmata o percepita. Per esempio, non si potrà presentare come necessario un aggiornamento software che in realtà serve solo a migliorare funzioni non essenziali, e andranno informate le persone se i prodotti incorporano caratteristiche pensate per limitarne la durabilità.

Quindi ecco, tutte cose molto interessanti. L’unica cosa è che più o ,meno negli stessi giorni è uscito uno studio che accende una luce diversa sul greenwashing. Non dico che lo riabiliti,ma mostra che gli effetti di proibirlo potrebbero avere una serie di aspetti negativi.

Sul Messaggero Federico Boffa, professore di Economia applicata della Libera Università di Bolzano che è anche uno degli autori dello studio, scrive: “Un nuovo studio teorico pubblicato su Economics Letters da Piersilvio De Bortoli, Andrea Nicolodi e dallo scrivente presenta il greenwashing in una nuova prospettiva. Esso non è sempre l’alternativa agli investimenti ambientali reali. A volte, paradossalmente, ci cammina assieme. 

Il punto di partenza è semplice. Anche i consumatori più attenti non possono osservare perfettamente quanto un’impresa investa davvero in sostenibilità. Possono però vedere segnali: certificazioni, slogan, rapporti, spot. E questi segnali possono essere “costosi” (campagne, comunicazione, etichette, auditor), ma non per forza veritieri.

Nel modello che abbiamo elaborato, le imprese possono inviare un messaggio che sovrastima gli investimenti “verdi” effettivi. E qui arriva la prima conclusione: in equilibrio, il greenwashing emerge. Non come eccezione, ma come possibilità strutturale in mercati in cui l’informazione è imperfetta. Non solo, ma il greenwashing e gli investimenti autentici possono essere “compagni di viaggio”. 

Le imprese fanno davvero qualcosa (migliorano processi, riducono emissioni, investono in qualità ambientale) e allo stesso tempo “gonfiano” il racconto. Non si tratta di affermare che il greenwashing sia etico, ma di un’osservazione: se l’immagine verde aumenta la domanda e i profitti, allora anche un investimento reale può diventare più conveniente, perché quando viene raccontato si può più facilmente esagerare”.

L’analisi però mette in guardia anche dal risvolto della medaglia: “consumatori più sofisticati e consapevoli determinano una riduzione del greenwashing, ma anche gli investimenti veri. Il meccanismo è simile a quello descritto sopra. Se i consumatori sono più abili a diffidare delle esagerazioni nel racconto, allora cala anche il ritorno reputazionale degli investimenti verdi. Le imprese realizzeranno meno investimenti autentici perché non trarranno beneficio economico dal gonfiare il racconto. Risultato: meno convenienza a spendere in comunicazione ingannevole, ma anche meno incentivo a spendere in sostenibilità concreta.

Il risultato evidenzia dunque un trade-off fra politiche anti-greenwashing e livello di investimenti genuini. La repressione del greenwashing (o politiche che aumentano la consapevolezza dei consumatori) può ridurre anche l’incentivo per le imprese a realizzare investimenti ambientali autentici. Il messaggio si presta a due letture diverse. Una, poco edificante: occorre tollerare una comunicazione quanto meno imprecisa ed esagerata, in nome della massimizzazione degli investimenti ecologici autentici. 

Un’altra, più costruttiva, è che, partendo dall’osservazione di realtà per cui gli investimenti ecologici sono complementari al greenwashing, occorre concepire e adottare strumenti che alzino il costo della menzogna per le imprese senza abbassare il rendimento degli investimenti ecologici. In pratica: mediante standard chiari e semplici da applicare, fare in modo che le imprese abbiano incentivi a realizzare tali investimenti senza doverli eccessivamente annunciare. D’altronde, a lungo andare le dichiarazioni non veritiere da parte delle imprese minano la fiducia dei consumatori e l’assenza di fiducia a propria volta rischia di minare alla radice il processo di transizione ecologica.

Mercoledì in India è cominciata la raccolta delle informazioni per realizzare il censimento della popolazione nazionale. Come racconta il Post, “È un progetto molto ambizioso, per il dettaglio dei dati che si propone di raccogliere, ed è il censimento più grande del mondo, perché deve contare circa 1,4 miliardi di persone”.

È il primo che in India non si tiene con la consueta cadenza decennale: l’ultimo, previsto per il 2021, era stato rimandato per la pandemia e non se n’era fatto nulla fino a oggi. Ed è il primo digitale: non solo i funzionari indiani useranno un’app per la raccolta e il caricamento dei dati, ma i cittadini potranno anche fare l’auto-censimento attraverso un portale online in 16 lingue. Saranno coinvolti più di tre milioni di funzionari, il cui lavoro durerà circa un anno.

Quello che inizia oggi è soprattutto il primo censimento da quasi un secolo a raccogliere informazioni relative all’appartenenza alle caste, formalmente abolite negli anni Cinquanta ma che ancora oggi definiscono e condizionano la società indiana. Ed è proprio questo elemento che è stato al centro di grandi discussioni politiche nel paese.

Un censimento in base alle caste era stata un’idea dei partiti di opposizione al governo nazionalista di Narendra Modi, che sostengono che l’appartenenza a una casta condizioni ancora troppo il modo in cui vengono erogati i sussidi e il resto delle politiche pubbliche, e che quindi vada registrato chi non ne fa parte per includerlo nel sistema di welfare.

Era invece contrario il partito di governo: non tanto per il rischio di consolidare il sistema delle caste, profondamente discriminatorio, quanto perché temeva che potesse dividere sulla base della condizione sociale la comunità indù, invece unita dalla religione induista. È induista l’80 per cento degli indiani, e Modi con le sue politiche nazionaliste sta cercando di consolidare da anni quella che definisce l’«unità indù», soprattutto a scapito delle minoranze che vivono in India, in particolare della comunità musulmana”.

Sapete che in India ci sono 4 caste principali (più alcune sottocaste) sono quattro, oltre alle quali ci sono i “fuori casta”, che stavano alla base della piramide sociale, i cosiddetti paria o “intoccabili”, esclusi dal novero castale per la loro occupazione, perché sono coloro che svolgono tutti i lavori considerati impuri, come la pulizia dei bagni o la sepoltura dei morti, o hanno perso, violandone le norme, l’appartenenza a una casta, e con essa diritti sociali e ruoli nella ritualità religiosa. Oggi i fuori casta si definiscono Dalit, cioè “oppressi”.

Il censimento è diviso in due fasi. La prima raccoglierà informazioni sulle condizioni abitative, i servizi disponibili e i beni posseduti dalle persone (ad esempio: la tua casa ha un tetto in cemento o di paglia? Qual è il cereale che consumi abitualmente? Hai accesso a internet o solo un semplice cellulare? E quante coppie sposate vivono in casa tua?). La seconda riguarderà direttamente le persone (demografia, istruzione, migrazioni, natalità, e appunto la casta) ed è prevista per il febbraio del 2027.

Il governo con questo censimento vuole da un lato conoscere meglio le abitudini e lo stile di vita dei propri cittadini, per rendere le sue politiche più efficaci. Dall’altro, secondo alcuni analisti è anche un modo per rilanciare la propria posizione nei confronti dalla Cina, mostrandosi come un paese giovane e dinamico, mentre la Cina sta attraversando una fase in cui il calo della popolazione e l’invecchiamento sono diventati temi strutturali.

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