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14 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

L’incontro fra Xi e Trump, visto dalla Cina – 14/5/2026

Dalla visita di Trump a Pechino vista dalla Cina, al rinvio del voto europeo sulle NGT, fino agli effetti della crisi in Medio Oriente sul prezzo del gas da cucina in Asia e sul ritorno alla biomassa.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Ieri Trump è sbarcato a Pechino 9 anni dopo l’ultima visita di Stato un presidente Usa in Cina. L’ultimo era stato lo stesso Trump nel 2017. Stavolta però Trump era accompagnato da una delegazione di politici della sua amministrazione e di tecnocapitalisti, un battaglione abbastanza impressionante. Ora ci arriviamo.

Comunque, Trump e gli altri sono arrivati a Pechino ieri attorno alle 20 ora locale, accolti in pompa magna da diversi politici e diplomatici. È stato steso il tappeto rosso fuori dall’air force one, l’aereo presidenziale Usa, e ai lati del tappeto rosso erano schierati circa 300 giovani cinesi, vestiti con uniformi o abiti coordinati bianco-blu, e sventolavano bandierine cinesi e statunitensi mentre Trump scendeva dall’Air Force One e veniva accolto dalle autorità locali. 

Il programma ufficiale prevede oggi un bilaterale fra Trump e Xi, una visita al Tempio del Cielo, un banchetto di Stato il giovedì sera e poi, il venerdì, un tè e un pranzo di lavoro fra i due leader prima della partenza di Trump. 

Come accennavo, con Trump viaggiano sia membri politici di primissimo grado dell’amministrazione, tipo giusto per citarne un paio il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, sia una delegazione di imprenditori enormemente potente. 

C’è Elon Musk, che sembra in una fase di riavvicinamento pragmatico con Trump, dopo la rottura abbastanza violenta del 2025. C’è Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia, e poi manager o rappresentanti di aziende come Qualcomm, Micron, Citigroup, Goldman Sachs, Blackstone, Boeing e Cargill. Quindi c’è del capitalismo usa per quel che riguarda i settori che oggi contano di più nella relazione USA-Cina: tecnologia, AI, auto elettriche, manifattura avanzata, finanza, aviazione, carte di pagamento e agroalimentare. 

Questi personaggi sono l’emblema del rapporto ambivalente degli usa con la Cina. Musk con Tesla, ha una dipendenza fortissima dalla Cina: la Gigafactory di Shanghai è uno degli asset industriali più importanti dell’azienda e il mercato cinese resta decisivo per l’auto elettrica. La South China Morning Post lo definisce una sorta di “ponte naturale” per il commercio fra Stati Uniti e Cina. 

Trump, prima ancora dell’incontro con Xi, ha scritto su Truth Social che chiederà a Xi di “aprire” la Cina, cioè di consentire a questi imprenditori americani di operare meglio nel mercato cinese. Una frase che rovescia un po’ la retorica muscolare anti-cinese: Trump non va a minacciare dazi o contenimento, va a chiedere accesso al mercato e spazio per le aziende americane.

Gli incontri dovrebbero ruotare attorno a quattro o cinque grandi dossier. Il primo è il commercio. Stati Uniti e Cina avevano raggiunto una tregua commerciale nel 2025, dopo una fase di tensioni sui dazi e sulle terre rare, e ora l’amministrazione Trump vorrebbe stabilizzare quel compromesso. Uno dei meccanismi discussi è la creazione di una sorta di Board of Trade fra Stati Uniti e Cina, un organismo o forum bilaterale per gestire il commercio di beni considerati “non sensibili”, cioè non direttamente legati alla sicurezza nazionale. 

Il secondo dossier è quello tecnologico: intelligenza artificiale, semiconduttori, chip avanzati, e controlli all’export. Washington vorrebbe canali di comunicazione, regole di sicurezza e forse una sorta di dialogo formale sull’intelligenza artificiale; Pechino però vede molte restrizioni americane sui chip come strumenti di contenimento della propria crescita tecnologica. Qui le posizioni sembrano abbastanza distanti.

poi c’è Taiwan. La Cina protesta contro le vendite di armi americane a Taiwan, mentre gli Stati Uniti vogliono tutelare i loro interessi perché l’isola è uno snodo fondamentale della produzione globale di semiconduttori, quindi tutto il mercato dei microchip passa da lì. 

Infine c’è l’Iran. Non si capisce quanto il tema sarà trattato apertamente, ma sicuramente influisce nel creare il contesto. La Cina sta aiutando l’Iran, inviando armi e condividendo informazioni, ma in maniera discreta e senza schierarsi apertamente. Secondo AP, Trump vorrebbe capire se Xi può esercitare una qualche influenza su Teheran, anche se pubblicamente ha minimizzato la necessità di un ruolo cinese. 

Al di là di come andranno gli incontri, già la cornice ci dice che sono cambiate tante cose rispetto a 9 anni fa. Nel 2017 Trump fu accolto in Cina con uno sfarzo eccezionale, con tanto di visita personale alla Città Proibita, cene, spettacoli, folle festanti, persino musiche patriottiche americane suonate dalla parata cinese. 

Questa volta, l’accoglienza sarà comunque molto solenne, ma meno straordinaria. Nel linguaggio del protocollo diplomatico – spiega il Post – è come se Trump fosse passato da “ospite eccezionale” a “ospite importante”: non più l’unico, ma uno dei grandi leader con cui la Cina tratta.

Se nel 2017 Pechino cercava ancora di sedurre Trump e gestire l’imprevedibilità americana; oggi la Cina si sente molto più sicura di sé, e anche Trump sembra riconoscere che il peso negoziale di Pechino è cresciuto.

E allora mi sembra interessante andare a vedere come viene letta e raccontata dalla Cina questa visita di Trump. Ad esempio, il China Morning Post pone molta enfasi sul luogo scelto per uno degli incontri fra Trump e Xi, il Tempio del Cielo. Leggo: “Il Tempio del Cielo, o parco Tiantan, è un complesso religioso risalente al XV secolo, che simboleggia il rapporto fra terra e cielo, un concetto centrale nella cosmologia tradizionale cinese.

Fu usato dagli imperatori delle dinastie Ming e Qing come luogo sacro in cui offrire sacrifici al cielo e pregare per un buon raccolto, rafforzando al tempo stesso il ruolo dell’imperatore come intermediario fra l’ordine celeste e il governo terreno”.

Insomma, è un luogo che esprime la potenza cinese, alla potenza imperiale cinese, e all’idea che l’autorità dell’imperatore derivasse da una legittimazione superiore, celeste.

Un altro quotidiano, il Global Times, che è una sorta di organo di stampa del Partito, insiste molto sul fatto che gli occhi del mondo sono puntati su Pechino. Ogni dettaglio — l’agenda, l’itinerario, i segnali strategici dell’incontro — viene presentato come oggetto di attenzione da parte di media internazionali e mercati. In questa narrazione, Pechino diventa il centro della scena diplomatica mondiale, il luogo da cui può arrivare stabilità in un momento di grande incertezza. Non solo: il luogo in cui Trump si reca di persona con i membri più importanti del suo staff, non per dettare legge ma quasi a chiedere aiuto.

Un altro pezzo del Global Times dice che i rapporti Cina-USA “non possono tornare ai vecchi tempi”, ma possono aprire un futuro migliore. Nell’articolo si dice che, dopo anni di tensioni e dialoghi, il modo in cui Cina e Stati Uniti si rapportano è cambiato: il dialogo sarebbe oggi “più egualitario”, la comunicazione “più pragmatica” e le linee rosse “più chiare”.

Sia Global Times che China Daily riprendono questa immagine della relazione Cina-USA come una “grande nave” che va tenuta stabile. La diplomazia fra Xi e Trump viene descritta come qualcosa di “insostituibile” per evitare derive pericolose e mantenere la rotta. 

Insomma, la Cina si vuole presentare al mondo come la potenza stabile e pacifica di un mondo multilaterale. Qualcuno a cui rivolgersi, aperta con tutti, disposta a impegnarsi per la pace e per la cooperazione globale. 

Intendiamoci, è una narrazione. La Cina, internamente, è scossa da tensioni importanti. Come scrive il Post, “Tutto questo non significa che la Cina sia in una situazione ideale, anzi. La sua economia ha grossi e noti problemi, che il regime al momento non sembra in grado di risolvere. La disoccupazione giovanile rimane molto elevata e il malcontento economico è diffuso. Il paese è nel pieno di una enorme purga delle forze armate, che potrebbe averne compromesso l’efficacia”. Però capire come la Cina si racconta a se stessa e al mondo è interessante per capire la sua postura. 

Intanto è slittato il voto al Parlamento europeo sugli NGT, che era previsto attorno al 18 maggio. 

Di che sto parlando? Le NGT sono le nuove tecniche genomiche, chiamate spesso anche nuovi ogm. Sono delle tecniche più precise e diciamo meno invasive di manipolazione genetica delle coltivazioni. L’Ue sta per approvare una regolamentazione in cui solo una parte di queste nuove tecniche sarebbero assimilate agli ogm, quindi con tutti gli obblighi di tracciabilità, mentre altre sarebbero assimilate alle colture tradizionali. 

Il regolamento sulle NGT era arrivato all’ultimo passaggio: dopo l’accordo provvisorio fra Parlamento, Consiglio e Commissione del 3 dicembre 2025, il Consiglio ha adottato la sua posizione il 21 aprile 2026 e il Parlamento avrebbe dovuto votare in plenaria a maggio. 

Ma alcuni eurodeputati, soprattutto nell’area Verdi e Sinistra, hanno provato a riaprire il testo con emendamenti. Secondo Agence Europe, il gruppo S&D ha presentato 16 emendamenti, e in totale gli emendamenti depositati sarebbero circa una trentina: questo ha fatto slittare il voto, che ora è atteso fra il 15 e il 18 giugno 2026, dopo un passaggio in commissione Ambiente il 2 o 3 giugno.

I punti di frizione principali sono appunto la tracciabilità ed etichettatura, ma anche il tema dei brevetti. Il Parlamento, nella sua posizione iniziale, chiedeva di adottare regole molto severe sui brevetti, se non di proibirli del tutto pdr queste nuove tecniche, per non rischiare che gli agricoltori finissero vittime di rapporti di forza rispetto alle aziende produttrici. Nel compromesso finale uscito dal trilogo, molte di queste garanzie sono state indebolite

E quindi sono arrivati i nuovi emendamenti, abbastanza da far slittare il voto da maggio a metà giugno, se non addirittura a luglio secondo alcuni. Ora, è probabile che alla fine il regolamento passerà. Tuttavia ci sono diverse cose utili da sapere e poi anche da fare in tutta questa storia. Se la cosa vi interessa, sabato esce la nuova puntata di INMR+ che parlerà proprio di questo.

Un articolo a sei mani, scritto da 3 giornaliste del Guardian racconta come la crisi fra Iran e Stati Uniti/Israele stia avendo effetti molto concreti e molto quotidiani in Asia, perché ha fatto impennare il prezzo del gas da cucina, spingendo molte famiglie povere a tornare a legna, carbone e carbonella.

Il Guardian parte raccontando la storia di una donna di una baraccopoli di Delhi, Afshana Khatoon, che fino a poche settimane fa cucinava con una bombola di gas. Adesso invece passa ore a raccogliere legna nei parchi e nelle aree verdi della città, con oltre 40 gradi, perché il GPL è diventato troppo caro o difficile da trovare. L’India importa circa il 60% del GPL che usa, e gran parte di questi flussi passa dallo stretto di Hormuz, bloccato dalla crisi in corso. Ad aprile il consumo indiano di GPL è crollato di 2,2 milioni di tonnellate, il calo più forte da anni. 

Il problema è che questo ritorno alla biomassa ha ricadute gigantesche dal punto di vista sanitario e ambientale. Bruciare legna, carbone e carbonella dentro o vicino alle case produce fumo, polveri sottili e inquinanti legati a malattie respiratorie, tumori ai polmoni, ictus e problemi cardiaci. Secondo l’OMS l’inquinamento atmosferico esterno e domestico insieme sono associati a 6,7 milioni di morti premature l’anno, e le più esposte sono donne e bambini, perché sono spesso loro a cucinare o raccogliere combustibile. 

La stessa dinamica si vede nelle Filippine, dove il 90% del GPL dipende da forniture che passano da Hormuz. A Manila, una piccola bombola di gas è arrivata a costare circa tre volte tanto, mentre la carbonella costa pochissimo. Quindi molte famiglie passano al combustibile più sporco pur sapendo che fa male, perché l’alternativa è non cucinare. Il governo filippino ha sospeso temporaneamente alcune accise su GPL e paraffina, ma intanto il consumo di GPL è sceso del 30% rispetto all’anno precedente. 

Vi leggo un ultimo passaggio: “Delhi è già tra le città più inquinate al mondo, e per anni le politiche pubbliche si sono concentrate sulla promozione di combustibili più puliti, come il GPL e il gas naturale compresso, per ridurre le emissioni.

Gli attivisti ambientali temono che anni di progressi verso un uso diffuso di combustibili più puliti vengano ora cancellati, mentre la guerra in Medio Oriente si trascina. Con le carenze che si aggravano, le autorità di Delhi hanno temporaneamente allentato le restrizioni sull’uso di carbone e legna da ardere.

«Quando i prezzi aumentano, sono i più poveri a essere costretti a tornare alla biomassa», ha detto Harjeet Singh, attivista climatico e direttore fondatore della Satat Sampada Climate Foundation. «La combustione della biomassa è una delle principali fonti di inquinamento da particolato fine. Nelle aree urbane dense, l’impatto è ancora più grave, perché le persone vivono molto vicine le une alle altre e questi spazi sono spesso poco ventilati»”.

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