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15 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Nel giorno della Nakba, due spiragli per Gaza – 15/5/2025

Dalla sospensione delle sanzioni USA a Francesca Albanese alla ripartenza della Global Sumud Flotilla verso Gaza, passando per le proteste in Argentina contro i tagli all’università e l’esercitazione di Parigi per prepararsi a un futuro a 50 gradi.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Nel giorno dell’anniversario della nakba, ovvero la deportazione di massa dei palestinesi durante dal guerra civile del 47-48 ad opera di gruppi paramilitari sionisti e dell’esercito israeliano, ci sono due novità incoraggianti arrivano sul fronte palestinese. La prima è che negli Stati Uniti un giudice federale ha sospeso temporaneamente le sanzioni contro Francesca Albanese. 

Francesca Albanese è la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, diventata diciamo famosa durante questi ultimi anni di guerra e genocidio da parte dell’esercito israeliano per via delle sue posizioni molto nette e diciamo poco diplomatiche. 

Le sanzioni nei suoi confronti erano state introdotte dall’amministrazione Trump nel 2025 proprio dopo le critiche che Albanese aveva rivolto alla condotta di Israele a Gaza e dopo le sue posizioni favorevoli a indagini della Corte penale internazionale su possibili crimini di guerra. Le misure prevedevano restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti e – soprattutto – un blocco praticamente totale dell’accesso a servizi bancari collegati al sistema americano. Ergo, a tutti i servizi bancari: tant’è che nemmeno banca etica in Italia era riuscita ad aprirle un conto.

Questa cosa fa riflettere. un atto amministrativo deciso dalla Casa Bianca, senza nemmeno passare dal Congresso, quindi del tutto discrezionale, può di fatto congelare l’esistenza finanziaria di una persona in qualsiasi parte del mondo si trovi.

Comunque, secondo il giudice Usa, queste sanzioni potrebbero aver violato il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, che tutela la libertà di espressione. Questo fra l’altro si applica ad Albanese solo per una fortunata coincidenza: perché Albanese, pur non vivendo negli Stati Uniti, avrebbe legami sufficienti con il Paese per poter invocare alcune garanzie costituzionali. A fare ricorso infatti non è stata solo lei, ma la sua famiglia, inclusa la figlia cittadina statunitense, sostenendo che le sanzioni rendevano molto difficile la vita quotidiana, l’accesso alla casa negli USA e le normali transazioni finanziarie. 

La sospensione comunque non equivale però a una cancellazione definitiva delle sanzioni: si tratta di una misura provvisoria, che resterà valida mentre la causa andrà avanti.

La seconda notizia interessante sul fronte palestinese è la ripartenza della global Sumud Flotilla, che è salpata nuovamente alla volta di gaza ieri, dalla Turchia, dove gli attivisti e attiviste avano fatto una tappa imprevista dopo l’assalto israeliano, per riorganizzarsi. Qualcuno aveva ventilato anche l’ipotesi che la missione si fermasse lì, invece è già ripartita. Scrive Andrea Sceresini, giornalista del manifesto a bordo di una delle imbarcazioni:

“A due settimane esatte dall’assalto illegale condotto dalle forze dell’Idf nelle acque a ovest di Creta, che costò la perdita di 22 imbarcazioni e l’arresto di 181 attivisti, la Flotilla è stata in grado non solo di ricompattarsi, ma, addirittura, di attirare nuovi partecipanti. A mettersi in rotta verso la Palestina sono oggi infatti ben cinquantaquattro imbarcazioni con a bordo circa cinquecento passeggeri provenienti da quarantacinque paesi: una formazione di dimensioni mai viste, che certamente darà non poco filo da torcere alle forze armate di Tel Aviv”. 

Il giornalista ricorda che la Global Sumud Flotilla vuole arrivare a Gaza forzando il blocco navale israeliano, consegnare circa dieci tonnellate di aiuti e provare ad aprire un nuovo corridoio umanitario verso la Striscia.

Secondo l’articolo, però, è probabile che Israele provi a fermarla molto prima, come già avvenuto in passato, sostenendo che le imbarcazioni e i beni trasportati siano collegati ad attività terroristiche. Una tesi che gli organizzatori respingono come infondata.

Proprio per evitare queste accuse, la Flotilla ha chiesto al Parlamento europeo e al Servizio europeo per l’azione esterna di inviare una delegazione istituzionale per controllare il carico e certificare che la missione è civile e umanitaria. Finora però non è arrivata risposta. Nonostante questo, gli organizzatori dicono di voler proseguire comunque, perché in questo momento la considerano l’unica cosa possibile da fare.

Torno a leggere: “A Marmaris, dopo che la partecipata assemblea generale di due giorni fa ha ribadito l’intenzione degli attivisti di continuare il viaggio, il clima sembra finalmente disteso. «Abbiamo atteso fin troppo, ora è giunta – dice qualcuno – l’ora di salpare. Gli israeliani? E’ chiaro che cercheranno di fermarci, esattamente come già hanno fatto a Creta. Ma lasciarsi intimorire significherebbe dargliela vinta, significherebbe abbandonare il popolo palestinese. E questo, oggi, nessuno potrebbe accettarlo». A rendere ancora più solenni questi momenti, ci si è messo poi anche il calendario. Domani, 15 maggio, si celebra il Giorno della Nakba, che coincide con l’anniversario della fondazione dello stato di Israele”.

“Centinaia di migliaia di argentini — un milione e mezzo secondo gli organizzatori — sono scesi in piazza in tutto il Paese per manifestare contro i tagli all’istruzione del governo Milei. Nella quarta marcia universitaria organizzata nel giro di pochi mesi, studenti, insegnanti e sindacati hanno esortato l’esecutivo neoliberista a sbloccare le risorse economiche necessarie al settore”. 

A scrivere queste parole è Salvatore Toscano su L’Indipendente, che racconta quindi le motivazioni di queste gigantesche proteste. Continuo a leggere:

“Dal 2023 ad oggi — denunciano i manifestanti — i trasferimenti statali agli atenei hanno subito un calo reale, dunque alla luce dell’inflazione, del 45,6%. Il Congresso ha approvato l’anno scorso una legge per adeguare le risorse ma l’esecutivo ha eretto un muro, creando una voragine nell’università pubblica, da sempre caposaldo dello Stato argentino. La precarietà e gli stipendi bassi che ne sono derivati hanno portato migliaia di professori a lasciare il proprio lavoro. Al momento il governo Milei non sembra intenzionato a sbloccare la situazione; anzi dalla Casa Rosada hanno provato a screditare la protesta, declassandola a capriccio delle opposizioni”.

L’articolo prosegue raccontando che il governo ha presentato il bilancio per il 2026 stanziando per le università 4,8 miliardi di pesos, mentre il sistema universitario ne chiedeva 7,2 miliardi solo per riuscire a coprire le spese minime. Stiamo parlando delle risorse necessarie a far funzionare l’università nella sua quotidianità: pagare stipendi dignitosi, mantenere gli edifici, garantire lezioni, laboratori, borse e servizi agli studenti.

Il risultato è un’università pubblica che fatica sempre di più a reggersi in piedi. Docenti e ricercatori vedono gli stipendi erosi dall’inflazione, che continua ad essere endemicamente alta, lavorano in condizioni sempre più precarie, e in molti casi scelgono di andarsene verso il settore privato, o verso l’estero, o semplicemente fuori dall’università. 

E intanto, mentre il pubblico viene strangolato, cresce lo spazio per l’università privata, che negli anni ha visto aumentare le iscrizioni. Che poi è una dinamica abbastanza classica: se indebolisci il servizio pubblico, lo rendi meno affidabile e più scadente, automaticamente apri un mercato per chi quel servizio può offrirlo a pagamento. 

Le grande proteste di questi giorni provano a mettere un argine a questa dinamica. Il governo Mieli però, al momento, sembra piuttosto sordo a questo tipo di richieste.

Un articolo di Natalie Donback su Reasons to be Cheerful racconta un fatto interessante e poco conosciuto che ha coinvolto per due giorni la città di Parigi, circa due anni e mezzo fa. Una specie di “prova generale” del futuro climatico. Infatti a Parigi c’è stata una gigantesca simulazione di cosa succederebbe se la città venisse colpita da un’ondata di calore estrema, con temperature fino a 50 gradi

Simulazione molto realistica, che ha coinvolto scuole, bambini, vigili del fuoco, Croce Rossa, amministratori, tecnici, servizi pubblici, associazioni.

Leggo: “In un venerdì pomeriggio di sole dell’ottobre 2023, circa 70 bambini sono entrati in fila in un tunnel fresco e buio nel sud di Parigi, per aiutare la città a fare le prove del suo futuro sempre più caldo.

Il tunnel, parte della vecchia ferrovia abbandonata della Petite Ceinture che circonda la città, resta sempre a 18 gradi, e questo lo rende un rifugio perfetto dal caldo potenzialmente letale immaginato all’esterno. Una volta sottoterra, a ogni bambino è stato chiesto di simulare gli effetti delle temperature estreme che potrebbero diventare realtà nel corso della loro vita. Alcuni hanno finto di essere stati intossicati da cibo andato a male durante un blackout. Altri hanno simulato gli effetti del monossido di carbonio fuoriuscito da un generatore difettoso. Nel frattempo, gli operatori della Croce Rossa cercavano rapidamente di decidere chi mandare negli ospedali già sovraccarichi. Attorno a loro, decine di altre persone — vigili del fuoco, funzionari comunali, insegnanti — facevano del loro meglio per simulare il caos e gli effetti a cascata che un’ondata di calore di durata e intensità senza precedenti potrebbe costringerli ad affrontare”.

Devo dire che l’idea di bambini che vengono immersi in una simulazione di caos climatico ha generato in me delle sensazioni contrastanti. Ma ci torniamo.

Questa scena era solo una delle tante che ha caratterizzato l’esercitazione, che si chiamava “Paris à 50°C” ed è stata costruita attorno a uno scenario che magari oggi sembra estremo, quello dei 50°, ma che secondo diversi studi potrebbe diventare plausibile entro la fine del secolo. 

L’esercitazione combinava simulazioni dal vivo e cosiddetti tabletop exercise, cioè esercitazioni “da tavolo” fra funzionari, soccorritori e tecnici. Il primo giorno c’erano le simulazioni con i bambini in due luoghi diversi; il secondo giorno era dedicato alle esercitazioni fra amministrazione e primi soccorritori. Crisotech, la società che ha aiutato la città a progettare il test, ha lavorato per mesi a una dozzina di scenari per capire dove i servizi cittadini avrebbero potuto cedere, come avrebbero collaborato le varie agenzie e quali residenti rischiavano di essere esclusi dalla risposta.

L’articolo insiste su un punto: queste esercitazioni non servono a dimostrare che tutto funziona, anzi. Servono a far emergere i punti deboli prima che arrivi una crisi vera. Ad esempio: cosa succede se moltissime persone hanno bisogno di cure, ma medici e infermieri non riescono ad arrivare in ospedale perché i trasporti non funzionano? Oppure: come si raffredda davvero una persona adulta colpita da un colpo di calore? Sulla carta sembra semplice, ma poi bisogna chiedersi dove trovi abbastanza ghiaccio, in cosa immergi il corpo, chi lo fa, con quali mezzi.

Insomma, un conto è avere un piano scritto su carta e un altro è doverlo mettere in pratica. Mancano sempre un sacco di dettagli che fanno la differenza finché non si provano le cose.

A partecipare sono state più di 100 organizzazioni, fra agenzie comunali, servizi di emergenza, utility e associazioni e l’evento è costato circa 200mila euro. La particolarità di Parigi, rispetto ad altre città che avevano già fatto esercitazioni simili, è stata coinvolgere anche i cittadini nella parte di simulazione dal vivo. E secondo gli organizzatori, i bambini erano partecipanti preziosi sia perché, come dice uno degli organizzatori alla giornalista, fanno un sacco di domande, e quindi sono degli stress test naturali, sia perché saranno loro a vivere più a lungo le conseguenze del riscaldamento globale.

Poi l’articolo allarga lo sguardo: fino a pochi anni fa esercitazioni di questo tipo erano rare, limitate a poche città negli Stati Uniti e in Europa. Ora stanno diventando più comuni. Alcune città fanno simulazioni grandi e complesse, come Parigi; altre fanno esercitazioni più piccole, magari solo fra enti e servizi pubblici. L’idea di fondo però è sempre la stessa: testare e stressare i sistemi prima che siano messi alla prova da una crisi reale.

L’articolo cita anche altri casi. Taiwan ha fatto una simulazione da tavolo e sta preparando un’esercitazione dal vivo per testare il coordinamento fra autorità nazionali e locali durante un’ondata di calore di diversi giorni a 40 gradi. Barcellona, invece, sta adattando il modello parigino per capire se la città è pronta a gestire caldo estremo, infrastrutture sotto stress, persone vulnerabili e servizi come la raccolta dei rifiuti.

Tornando a Parigi, l’esercitazione ha prodotto 50 raccomandazioni, poi inserite nel Piano clima 2024-2030 della città. Alcune di quelle misure ia due anni e mezzo di distanza, sono già partite: ad esempio l’isolamento di migliaia di abitazioni, la sostituzione di parcheggi asfaltati con alberi, nuove piantumazioni — 15mila alberi solo nell’ultimo inverno — e anche l’apertura di sempre più aree balneabili lungo la Senna come parte di una strategia più ampia per aiutare i residenti a rinfrescarsi.

La sorpresa più grande, però, non ha riguardato le infrastrutture o il coordinamento fra uffici. La vice sindaca Pénélope Komitès ha raccontato che ciò che l’ha colpita di più è stato scoprire quanto i parigini siano impreparati al caldo estremo. Da qui ha preso vita un’altra misura interessante: nel marzo successivo Parigi ha aperto il suo primo Campus della resilienza, insieme alla protezione civile e ai vigili del fuoco, per organizzare corsi, simulazioni più piccole e laboratori aperti alla cittadinanza. Perché, dice l’articolo, preparare le città non significa solo preparare tecnici e funzionari: significa preparare soprattutto le persone a comportarsi nella maniera più adatta a un clima che è già cambiato.

Lasciatemi fare solo una piccola chiosa, sulla partecipazione dei bambini. Che poi forse riguarda anche gli adulti. Lo dico lasciando aperto il beneficio del dubbio perché non conosco così bene l’esperienza parigina, ma ci vedo un po’ il rischio di normalizzare scenari apocalittici e quindi contribuire a renderli inevitabili.

È fondamentale educare le persone al caos climatico, che comunque sarà in parte inevitabile. Sarebbe importante, però, affiancare a queste esercitazioni magari degli esercizi di meditazione guidata che aiutino le stesse persone, gli stessi bambini, a immaginare un futuro desiderabile. Città verdi, in cui la natura torna a fiorire, fiumi balneabili, strade liberate dalle macchine e dove i bambini stessi possono tornare a giocare. 

Perché far vivere lo scenario peggiore serve ad essere preparati, ma se non si allena anche la capacità di immaginare un futuro diverso, rischia di essere una trappola.

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