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27 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Le importanti novità del summit dei volenterosi per il clima in Colombia – 27/4/2026

Dal summit colombiano sull’uscita dai fossili al nuovo tentativo di attentato a Trump, passando per elezioni palestinesi, 40 anni da Chernobyl e uno studio su clima, inquinanti chimici e fertilità.

Autore: Redazione
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Venerdì a Santa Marta, in Colombia, è iniziata la prima Conferenza internazionale interamente dedicata all’uscita dai combustibili fossili, che si svolge al di fuori del percorso delle Conferenze delle parti sul clima. 

E già nei primi giorni ha portato a qualche risultato interessante. 

Praticamente se ricordate durante le estenuanti e frustranti trattative di Cop30 a Belen, in Brasile, un gruppo di paesi, capitanati dalla Colombia e dai Paesi Bassi, decisero di organizzare un summit dei volenterosi, che potesse fare accordi più ambiziosi. Perché il limite di processi come le COP è che necessitano del via libera di tutti i Paesi partecipanti, e basta che qualcuno di metta di traverso per bloccare l’intero processo. Tant’è che i risultati finali sono sempre accordi al ribasso, molto meno ambiziosi di quanto servirebbe.

Questo summit è nato quindi come uno slancio in avanti di alcuni Paesi. Vi partecipano 56 governi, fra cui anche quello italiano, anche se piuttosto in sordina e senza rappresnetanti cosiddetti di alto livello, mentre non partecipano Stati Uniti, Russia e Cina. Inoltre partecipano decine di governi locali e circa 2.800 rappresentanti della società civile. Mentre, a differenza delle COP, non partecipano i lobbysti dei combustibili fossili.

I lavori si articolano in sei giorni: dal 24 al 27 aprile, quindi da venerdì fino ad oggi, sono in programma dialoghi tra società civile, accademia, sindacati, enti locali, con un’Assemblea dei Popoli finale; e poi domani e dopo domani, 28 e 29 aprile, si terranno invece le consultazioni istituzionali con i rappresentanti ministeriali, che produrranno un documento di sintesi finale. 

Ma quindi quali sono questi risultati? Leggo sul Guardian: “È stato istituito un panel di esperti globali per fornire supporto scientifico ai Paesi che vogliono ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili e gestire i crescenti rischi legati agli alti prezzi del petrolio, ai conflitti geopolitici e ai danni causati da eventi meteorologici estremi.

L’iniziativa è stata annunciata nel giorno di apertura di un importante incontro sull’azione climatica a Santa Marta, dove il governo colombiano ha presentato una prima bozza di piano per la propria transizione energetica nazionale.

Si è trattato di un avvio molto ambizioso per la prima conferenza globale dedicata all’uscita dai combustibili fossili”. 

Quindi: lancio di un panel per aiutare i governi e presentazione del piano colombiano per la transizione energetica di un paese che si propone come modello perché ad oggi dipende ancora molto dal carbone e dal petrolio.

Vediamo meglio in cosa consistono queste due novità. La novità principale è probabilmente la nascita del panel scientifico internazionale di esperti. Si tratta di un gruppo di climatologi, economisti, esperti di tecnologie utili per la transizione pensato per essere una sorta di supporto tecnico scientifico costante per tutti i governi che vorranno intraprendere piani più ambiziosi di transizione energetica a costruire delle roadmap, quindi dei piani operativi per abbandonare carbone, petrolio e gas, che sono la causa principale della crisi climatica. 

Fra l’altro, la cosa interessante è che i fondatori di questo Panel sono Johan Rockström e Carlos Nobre due tra gli scienziati del clima più letti, ascoltati, citati al mondo. Rockström, ad esempio, uno degli scienziati più autorevoli al mondo sui limiti planetari e sui punti di non ritorno climatici. È il padre dei planetary boundaries, insomma uno che sa il fatto suo.

Su Domani, Ferdinando Cotugno ha intervistato proprio Rockstrom, intervista interessantissima, ve ne leggo solo qualche battuta, ma trovate il link fra le fonti:

Perché la creazione di un nuovo organismo scientifico?

In questo momento ci sono tre curve non lineari che corrono simultanee. La prima sono i rischi climatici, più veloci di quanto ci aspettassimo. La seconda è che abbiamo sempre più evidenze sul fatto che possiamo superare questi problemi con la conversione dei sistemi energetici: sempre più paesi stanno riuscendo a disaccoppiare emissioni e sviluppo. E poi c’è una terza curva: la crescita esponenziale dei costi delle fonti fossili. Trump ci ha dato un nuovo argomento per fare la transizione. La scienza è un bene comune globale e deve mettersi al servizio di questa possibilità.

Non rischia di essere alternativo o in competizione con l’Ipcc?

Non dobbiamo costruire un consenso alternativo sui cambiamenti climatici, quello esiste già, ma abbiamo bisogno di fare un lavoro coordinato sulla transizione, usando gli stessi modelli che usa l’Ipcc ma in modo più agile, anno su anno e non ogni sette o otto, e soprattutto scalati sulle realtà nazionali, cosa che l’Ipcc non fa. Produrremo dei rapporti, ma la prospettiva più interessante è lavorare su richiesta di paesi e settori economici.

Vogliamo mettere al servizio di tutti la conoscenza dettagliata che sta emergendo su quali policy funzionano, come si chiude in modo ordinato con una fonte energetica, quando è utile un sussidio, quando serve una tassa, quando invece non serve. La scienza è lenta, è giusto che sia lenta, ma deve essere anche in grado di produrre risposte veloci alla società durante un’emergenza”.

Comunque, oltre alla creazione di questo Panel, l’altra novità è che la Colombia, che ospita il summit, ha dato il buon esempio presentando una bozza della propria roadmap nazionale: un piano ambizioso per ridurre progressivamente la dipendenza dai combustibili fossili e accelerare sulle rinnovabili. Fra l’altro la roadmap colombiana è stata presentata, credo intelligentemente, anche come una strategia di sicurezza energetica, economica e geopolitica. Ovvero, si è stressato il punto che in questa situazione geopolitica uscire dai fossili non serve soltanto a ridurre le emissioni, ma anche a proteggersi da crisi dei prezzi, guerre, dipendenze energetiche e disastri climatici sempre più costosi.

Quindi, ecco, segnali incoraggianti, vedremo cosa produrranno gli ultimi giorni. Intanto è stata già annunciata anche una seconda edizione nel 2027 a Tuvalu.

Mentre i negoziati in Iran sono allo stallo più totale, sabato sera durante la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca, che sarebbe un evento tradizionale in cui il Presidente Usa tiene un discorso davanti ai giornalisti, un uomo ha sparato dei colpi di pistola mentre privava ad intrufolarsi al convegno. Sembra, dalle prime ricostruzioni, che volesse entrare dentro e sparare a qualche membro del governo, forse allo stesso Trump.

È il terzo tentativo di attentato, o qualcosa di simile, nei confronti del presidente Usa. Trump e Vance che sedevano uno accanto all’altro sono stati portati via immediatamente mentre l’attentatore è stato arrestato. I giornali statunitensi riportano vaghe motivazioni politiche e religiose. Trump ha parlato anche di un manifesto contro di lui scritto dall’attentatore, di cui i giornali hanno riportato qualche stralcio, abbastanza sconnesso.

L’evento ha interrotto anche la prima cena dei corrispondenti di Trump, che aveva sempre saltato questa consuetudine durante il suo primo mandato per via del suo pessimo rapporto con la stampa e che quest’anno aveva deciso di presenziare, ma non ha potuto tenere il suo discorso.

Sabato, per la prima volta negli ultimi 20 anni, si è votato in alcune parti della striscia di Gaza. Inoltre si votava anche in diversi comuni della Cisgiordania per una serie di elezioni amministrative. Oltre al valore simbolico di votare, c’era una certa attesa per capire come era la popolarità di Hamas soprattutto nella Striscia, dopo l’invasione israeliana. Cosa non così semplice visto che Hamas, che governa la striscia da due decenni, non si è presentato alle elezioni. Però appoggiava alcuni candidati nell’unica città della striscia coinvolta nel voto e quindi quel risultato era considerato in qualche modo indicativo.

I risultati preliminari ci dicono che hanno vinto soprattutto i candidati sostenuti da Fatah, il principale partito laico e moderato palestinese, che si oppone ad Hamas ed è a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ovvero l’entità parastatale che governa in modo alcune zone della Cisgiordania. In pratica la situazione pre-guerra era che la Cisgiordania era governata da Fatah e la striscia di Gaza da Hamas. Entrambe le situazioni ovviamente complesse e problematiche. Hamas è un’organizzazione estremista, da molto considerata terroristica. L’ANP è invece un’organizzazione moderata, ma considerata corrotta e non in grado di governare né di interfacciarsi in maniera credibile con Israele.

Come dicevo, uno degli aspetti su cui c’era più attenzione era il risultato ottenuto da una serie di candidati indipendenti con posizioni allineate con quelle di Hamas nel comune di Deir al Balah, l’unica città in cui si votava nella Striscia. Alla fine, stando ai risultati preliminari, hanno ottenuto solo 2 seggi su 15 totali, e quindi con le dovute cautele possiamo immaginare che la popolarità di Hamas sia scesa nella striscia in questi anni.

Ieri, il 26 aprile 2026, erano 40 anni dal 26 aprile 1986, che fin qui, vabbé. Però il 26 aprile 1986 fu il giorno in cui l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl liberò nell’ambiente una quantità enorme di materiale radioattivo, contaminando vaste aree dell’Ucraina, della Bielorussia e della Russia. 

In occasione dell’anniversario tondo, sono usciti parecchi articoli che raccontano cos’è Chernobyl oggi. Scrive, ad esempio, Noemi Penna su La Stampa: “Quarant’anni dopo, quella che era diventata una “zona proibita” è oggi un luogo che sfida le aspettative: gli animali sono tornati, in alcuni casi in gran numero, ma non sono usciti indenni da quella catastrofe. La fauna selvatica racconta una doppia verità: da un lato ecosistemi che si riorganizzano e prosperano in assenza dell’uomo, dall’altro organismi che portano ancora i segni profondi della contaminazione, tra mutazioni, problemi riproduttivi e adattamenti sorprendenti”. 

L’articolo prosegue raccontando una serie di casi interessanti. Il caso più emblematico è quello dei cavalli di Przewalski, introdotti nel 1998 come esperimento di conservazione. Una specie un tempo estinta in natura, sopravvissuta solo in situazioni di cattività, che si è adattata alla zona contaminata e oggi vive in gruppi autonomi e stabili. È diventata una specie di simbolo della capacità della natura di riprendersi spazio.

L’articolo mette però anche in guardia dall’idealizzare troppo questa rinascita. Chernobyl non è un paradiso naturale incontaminato: la radioattività continua a produrre effetti sottili e persistenti. Gli anfibi, ad esempio, mostrano alterazioni nello sviluppo, maggiore mortalità larvale e cambiamenti nella pigmentazione. Gli insetti impollinatori, come api selvatiche e farfalle, sono diminuiti nelle aree più contaminate, con effetti a cascata su piante, erbivori e predatori.

Anche gli uccelli mostrano segni evidenti dell’esposizione: piumaggi anomali, deformazioni del becco, asimmetrie corporee, uova più fragili e, in alcuni casi, cervelli più piccoli. Nei topi e in altri piccoli mammiferi sono state osservate mutazioni genetiche, alcune trasmissibili alle generazioni successive.

I grandi mammiferi, invece, sono il volto più visibile della rinaturalizzazione: cervi, alci e cinghiali hanno occupato gli spazi lasciati liberi dagli esseri umani, e i lupi hanno beneficiato dell’aumento delle prede. Però anche in questi animali si osservano possibili effetti fisiologici, stress cronico e alterazioni del sistema immunitario.

Insomma Chernobyl ci manda un messaggio ambivalente. Da un lato ci mostra gli effetti dannosi sulla vita degli alti livelli radioattivi. Dall’altro anche però gli effetti dell’assenza dell’essere umano, che dove si ritrae lascia spazio al resto della natura per rifiorire. quindi ecco, ci manda anche un segnale del fatto che basta che ci facciamo un po’ indietro per permettere al resto della natura di esprimersi in tutta la sua bellezza e potenza.

Sempre sul Guardian, un articolo a firma di tom Perkins racconta di una nuova revisione scientifica secondo cui l’esposizione contemporanea a sostanze chimiche tossiche e agli effetti della crisi climatica potrebbe ridurre di molto la fertilità, con un effetto che può essere additivo o addirittura sinergico.

Da una parte ci sono i cosiddetti interferenti endocrini — microplastiche, bisfenolo, ftalati, PFAS — sostanze diffuse soprattutto nella plastica e in molti prodotti di consumo, che possono alterare gli ormoni e danneggiare la riproduzione. Dall’altra ci sono gli effetti del cambiamento climatico, come stress da calore, aumento delle temperature e calo dell’ossigeno, che a loro volta sono collegati a problemi di fertilità in esseri umani, animali e invertebrati.

Finora questi due fattori sono stati studiati soprattutto separatamente. La novità dello studio è che prova a guardare cosa succede quando gli organismi sono esposti a entrambi contemporaneamente. E la conclusione è questi due fattori messi assieme potrebbero non solo avere un effetto sommatoria, ma addirittura amplificare l’uno gli effetti dell’altro, facendo sì che la somma di 1+1 sia maggiore di due. 

L’articolo ricorda che negli uomini dei Paesi occidentali i livelli di spermatozoi sono diminuiti di oltre il 50% in quarant’anni e secondo gli autori, sostanze tossiche e crisi climatica potrebbero essere fra i principali fattori che contribuiscono a questa tendenza. 

Devo dire che sembra un potentissimo ciclo di retroazione negativo messo in atto dal sistema terra. In cui cambiamento climatico e inquinamento chimico messi in atto dagli esseri umani generano un calo della natalità di esseri umani, riducendo quindi la causa di cambiamento climatico e inquinamento chimico.

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