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11 Apr 2019

Dynamo: la rivoluzione della bicicletta parte da qui – Io faccio così #246

A Bologna c’è Dynamo, il progetto di velostazione lanciato dal gruppo locale dell’associazione Salvaiciclisti. Realizzata in un vecchio parcheggio in disuso, fornisce qualsiasi tipo di servizio legato alla mobilità ciclistica, dal noleggio all’officina, fino all’organizzazione di iniziative finalizzate alla diffusione della cultura delle due ruote.

Negli ampi locali che ospitano Dynamo, anni fa venivano parcheggiate trenta automobili. Trenta, non una di più. Oggi, oltre allo spazio espositivo delle bici e delle cargo-bike a noleggio, alla reception, all’area relax, alla ciclo-officina e ai bagni, trovano ricovero circa quattrocento biciclette.

 

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Basterebbe questa proporzione per capire che nell’Italia iper-motorizzata in cui viviamo c’è qualcosa che non funziona. E non sono solo i livelli di inquinamento oltre i limiti di guardia, le ore passate nel traffico, gli esorbitanti costi economici e sociali a segnalare la necessità di un cambio di rotta. L’auto ci sta togliendo lo spazio di vita.

 

È un aspetto su cui Simona Larghetti, project manager di Dynamo, insiste molto nel corso della nostra chiacchierata. «In questa urbanistica in cui siamo sempre chiusi in casa o in macchina – sottolinea – stiamo perdendo il valore della strada come luogo pubblico dove scambiare relazioni, incontrarsi, dove i bambini possano giocare».

 

Lo vediamo con i nostri occhi esplorando gli spazi di Dynamo. Grandi stanzoni in cui anni fa le persone entravano in macchina e uscivano a piedi, testa bassa e borsa in mano, oggi sono un luogo più vivo che mai. Qui vengono papà interessati a provare l’ebbrezza di portare in giro i propri bambini in cargo-bike. Qui fanno tappa i turisti appena usciti dalla vicina stazione per noleggiare una bicicletta e visitare in maniera lenta ed ecologica il capoluogo emiliano. Qui si fermano gli studenti con qualche guaio alla propria bici per scambiare quattro chiacchiere e raccogliere i preziosi consigli dei meccanici mentre gliela riparano.

dynamo3

Senza perdere di vista l’idea originale che ha dato vita alla velostazione: «Dynamo è nata nel 2015 come centro di servizi per i ciclisti urbani», racconta Simona. «Prima di tutto come parcheggio custodito, un servizio che a Bologna mancava, per chi va a lavorare in treno e ha bisogno di lasciare la bici in un posto sicuro. Da questa idea si sono aggregate tutte le altre necessità che chi si sposta in bici ha, come quella della riparazione o della vendita, ma soprattutto progetti educativi, culturali e di aggregazione che servano a sviluppare la cultura della mobilità ciclistica».

 

Questo luogo ha anche il pregio di smentire i pregiudizi che ancora oggi gravano sul mondo delle due ruote: la bicicletta è obsoleta, la bicicletta è per i poveracci, la bicicletta è un hobby e non un mezzo di locomozione. «Quando siamo partiti come cooperativa Dynamo – ricorda Simona – eravamo sette ragazzi che venivano da esperienze lavorative molto varie. Tutti eravamo accomunati dalla passione per la bici e dal desiderio di farne una professione. Adesso siamo tredici persone che lavorano a tempo pieno, di cui sette soci della cooperativa e quattro dipendenti. Questo ci ha confermato che la bicicletta non è solo una passione ambientalista o una velleità utopica, ma può essere anche un lavoro. Da quando siamo partiti sono nate tante professioni e anche altre esperienze in Italia stanno portando avanti questa idea, perché per sviluppare la mobilità ciclistica serve competenza, si possono creare un’economia e un settore che in altri paesi europei esiste già e sta nascendo anche da noi».

dynamo2

Il successo di questo progetto certifica che la gente è pronta al cambiamento. La rivoluzione ciclistica deve partire però in maniera condivisa, abbattendo le barriere e i pregiudizi e facendo leva sulla diffusione di una cultura della ciclabilità. Occorre il supporto deciso e sincero da parte delle istituzioni: laddove c’è stato, i benefici in termini di vivibilità urbana si sono visti. «Le persone hanno voglia di cambiare – conclude Simona – ma bisogna farlo insieme, non imporlo dall’alto».

 

 

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