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20 Apr 2020

Michelangelo Pistoletto: “Il ruolo dell’arte in questa pandemia è la sensibilità”

Scritto da: Luca Deias

Vi proponiamo in esclusiva il pensiero del maestro Pistoletto sul Covid-19, in collegamento dall'ospedale di Biella. L'artista mette in luce ai nostri microfoni la sua personale esperienza e riflette su come possa innestarsi una rinascita sociale post Coronavirus. La chiave di volta di questo processo? L'equilibrio del Terzo Paradiso.

Coronavirus. Ormai, solo sentirlo nominare, fa venire i brividi. Le famiglie italiane, tra le pagine di un giornale o dalla voce di un giornalista televisivo, sperano di ricevere riflessi di speranza. Una notizia positiva, un allentamento di un decreto, un dato confortante. Il desiderio, per molti, non è altro che quello di riabbracciare i propri cari, guardare negli occhi un amico, stringere la mano a uno sconosciuto. Ma quanto fa male la distanza? Stiamo purtroppo vivendo uno scenario a tinte distopico-fantascientifiche che trova riscontro nella realtà. Il distacco che abbiamo presentato nelle righe precendenti diventa infatti minimo se confrontato con il dramma che tocca le persone coinvolte in prima linea in questa pandemia. Da una parte il pensiero del familiare malato, dall’altra il paziente solo in una stanza d’ospedale come da protocollo, con il personale medico-sanitario che si trova spesso a doversi prendere cura anche delle emozioni, oltre che del trattamento delle polmoniti bilaterali.

In tutto questo, la consapevolezza sociale è quella di vivere un periodo storico che verrà tristemente ricordato nei libri di storia del futuro, ma presto verrà il momento della rinascita. E nel manuale che racconterà il nostro presente, ci potrà essere un epilogo felice o quasi, senza ovviamente dimenticare le migliaia di persone che questo nemico invisibile ci ha portato via. Non è una retorica speranza, ma la suggestione originata dalle testimonianze di coloro che sono riusciti a passare oltre la malattia. Tra questi c’è Michelangelo Pistoletto. Il fondatore di Cittadellarte, dopo aver accusato i sintomi tipici della malattia ed essere stato ricoverato, è risultato positivo al tampone. Nelle ultime settimane ha affrontato il Covid-19 ed è alle battute finali per vincerlo. Inizialmente, anche data la sua età – 86 anni – le sue condizioni di salute hanno destato preoccupazione. Ma ce l’ha quasi fatta. A testimoniare il suo miglioramento è proprio l’intervista che vi proponiamo, avvenuta in collegamento con l’ospedale di Biella.

Pronto?
Già nella risposta alla chiamata e ai primi scambi di battute avverto che Michelangelo è in forze: la sua voce quasi mi stupisce, sembra quella di un ragazzo. È carico di energia, pieno di vita, positivo. Insomma, è sempre lui, l’artista e l’uomo che il mondo conosce.

Michelangelo, innanzitutto come stai?
Sto meglio. Dopo 3 settimane e mezzo sono sul punto di essere dimesso, probabilmente tra uno o due giorni.

Per coloro che hanno la fortuna di non avere cari coinvolti nell’emergenza, le notizie della pandemia arrivano dai principali organi d’informazione. Narrazioni mediatiche che differiscono nei toni e nei linguaggi. Ci racconti la tua personale esperienza?

La mia esperienza non è differente da quella di tutti gli altri. Chi è in cura prova un senso di totale immobilità che condividiamo tutti, in un modo o nell’altro. Io sono rimasto isolato in un ospedale perché sono stato toccato direttamente dal virus, ma per fortuna soltanto in maniera lieve.
In questo mio isolamento ho avuto la possibilità di riflettere molto: ho pensato che è un’occasione per uscire con un cambiamento da questa esperienza terribile e mondiale. Il cambiamento a cui mi riferisco è quello che stiamo preparando ormai da decenni, ossia quello relativo all’incontro delle differenze rappresentato dal Terzo Paradiso.
C’è bisogno di passare a una terza fase dell’umanità, che metta insieme natura e artificio, come comunicato dal simbolo trinamico. Nel Terzo Paradiso, nei due cerchi esterni ci sono dualità, tensioni e contro tensioni, elementi contrastanti e diversi, che però al centro si uniscono per creare una situazione nuova. La creazione sta nell’unire elementi differenti in maniera tale da dar vita a qualcosa di nuovo.

Abbiamo tensioni nel mondo, ma la più radicale e terribile è il potere che l’artificio ha dato all’uomo, che si è rivelato un degrado inimmaginabile per la natura. Il Terzo Paradiso mette insieme proprio natura e artificio, due opposti. La radice della parola “artificio”, inoltre, è proprio “arte”, un collegamento che evidenzia l’artificialità del mondo attuale umano. A Cittadellarte siamo impegnati in prima linea a lavorare perché si riesca in tutti i modi a trovare l’equilibrio tra questi opposti. Ad esempio, La Mela Reintegrata è un’opera in cui il frutto in questione rappresenta la natura e il morso l’artificio. Quest’ultimo, però, ha ormai divorato la mela: la scienza e la tecnica devono ritornare verso la natura e ricucire il loro rapporto in maniera equilibrata.

Dal punto di vista del pensiero del Terzo Paradiso e delle riflessioni che hai fatto in questi anni, come si inserisce il Coronavirus nel rapporto trinamico tra l’essere umano e la natura e tra la salute e l’ambiente? Il Coronavirus è un allarme lanciato dalla Terra che ci mette di fronte alle nostre responsabilità o la pandemia può avere una ricaduta positiva a livello di coscienza?

La natura lavora per conto suo, ha un suo movimento algoritmico e si forma, riforma e trasforma; vive, inoltre, con una sua capacità autonoma, ma noi la stiamo intaccando. Le malattie e le infezioni non sono un’invenzione del nostro tempo, ci sono sempre state (anche gli animali portano infezioni), basti considerare quante epidemie si sono registrate nel secolo scorso. La natura va per conto suo, però noi dobbiamo gestire il nostro rapporto scientifico con essa, e quindi trovare un equilibrio che ci permetta di superare questi frangenti così tremendi. E la nostra tecnologia, che dovrebbe aiutarci a trovare un’armonia con la natura, oggi non è sufficiente: dobbiamo sviluppare la nostra capacità scientifica e tecnologica, per rendere possibile un rapporto equilibrato tra uomo e natura senza intaccarla o danneggiarla.

Sei passato dal vivere intensamente ogni giornata, nutrendola di incontri sociali, eventi, viaggi e progetti, alla solitudine di un letto d’ospedale in piena emergenza. Cosa ti ha portato questo repentino cambio di vita? Ci sono aneddoti che hanno accompagnato la tue ultime settimane?
Mi sono trovato davanti alla realtà del vuoto, che si trova nel cerchio centrale della formula trinamica. Il cerchio centrale è vuoto perché aspetta dai due cerchi esterni – dove esistono gli elementi che si vanno a congiungere al centro – di avere sempre un terzo elemento tra i due, che rappresenta la creazione e lo sviluppo continui. Io, davanti a un muro bianco, in questa solitudine, ho proprio sentito il vuoto centrale – dove non esiste un’anima personale o un ego – nel quale si connettono tutti gli elementi possibili e immaginabili.

Noi viviamo nella connessione di tutti questi elementi che sono a disposizione nel mondo circostante, compresi quelli facenti parte della nostra biologia. Quindi anche le emozioni sono risultati di questi incontri di elementi diversi che si combinano in un vuoto centrale. Non c’è uno stato permanente dell’ego, dell’io o un concetto di anima individuale, infatti siamo la continua connessione di elementi differenti. Sono questi che creano e producono continuamente il nostro essere. Le connessioni, inoltre, possono avere luogo in un contesto inusuale come un ospedale: proprio ieri, infatti, ho incontrato una dottoressa che sarebbe dovuta venire in visita a Cittadellarte per dialogare con me in merito a un suo progetto. È significativo che l’appuntamento fosse fissato proprio il primo giorno della chiusura al pubblico della Fondazione (secondo il decreto ministeriale emanato l’8 marzo per il contenimento del contagio). Il nostro incontro sarebbe stato posticipato chissà a quando… eppure una stanza d’ospedale ha permesso che questo confronto avvenisse.

L’ambito culturale è uno di quelli che sta risentendo dei decreti volti al contenimento del contagio da Covid-19*.
Gli ambiti culturali sono alla pari di tutta la dinamica produttiva economica che ne risente in maniera molto forte. Se tutto è fermo e non si lavora, chi paga in termini economici questa pandemia? I governi! Anche sul loro piano, dovranno trovare degli accordi e degli equilibri per cui ci sia la possibilità, in casi come questi, di avere una pronta collaborazione mondiale.

Quale può essere, per te, il ruolo dell’arte in questa pandemia?
Il ruolo dell’arte è quello della sensibilità, che sta e viene dalla capacità di mettere sempre in movimento e in discussione quella che è stata l’arte – tra forme, etica ed estetica – di ieri. Un altro fattore è la capacità di rinnovare, di fare sempre un passo di fianco rispetto alla situazione che va dritta verso la catastrofe. Tempo fa ho fatto una dichiarazione sul concetto di “passo di fianco” o “passo del torero”, in cui il potere va metaforicamente dritto come il toro: l’artista, che è il torero, attira il toro con il mantello rosso e l’animale va dritto. Invece cosa fa l’artista? Come il torero, fa un passo di fianco. Il sistema, invece, va dritto, non ha questa sensibilità di movimento che può avere l’arte.

Da sempre operi per il raggiungimento di un’armonia tra natura e artificio, come esplicato dal simbolo trinamico. Mai come in queste settimane può essere fondamentale lavorare a un equilibrio sociale, tra sanità ed economia. Come arrivarci? Qual è, secondo te, il viatico per camminare verso il Terzo Paradiso?

Bisogna trovare nuove energie sostitutive a quelle inquinanti – come il petrolio – che stanno minando la salute del nostro pianeta. Quindi dobbiamo fare uno sforzo sia nella sanità sia nella ricerca di energie nuove che risolvano i problemi ecologici. Queste potrebbero permettere di rinnovare tutti gli impianti che abbiamo usato finora, i veicoli, gli aerei… tutto! Si tratta di un processo che richiede tempo, ma è un cambiamento che potrebbe portare, per un lungo periodo, stabilità per tanta gente. C’è bisogno, infatti, di individuare sistemi per dare lavoro, perché la mancanza di questo è una disgrazia che porta alla miseria. Il grande sforzo è da una parte rinnovare l’energia, nel senso pratico quella produttiva, dall’altra avere la capacità di prevedere quelli che possono essere i virus e di conseguenza le capacità di creare vaccinazioni. E una vaccinazione nella società economica sta nel trovare nuove energie.

Come generalmente rappresentata dal Rebirth Day, può esserci anche una rinascita post Coronavirus? La pandemia porterà con sé solo morte o potrà generare una nuova consapevolezza nell’era dell’antropocene?

Stiamo lavorando per trovare una nuova consapevolezza, ma sarà difficile diffonderla a livello di governi. Se non c’è una nuova energia che permetta un cambiamento pratico, i poteri produttivi e politici torneranno sempre indietro a usare i vecchi sistemi.

In piena emergenza Coronavirus la sostenibilità deve continuare a essere topic prioritario a livello globale?

È necessario che la gente assuma una responsabilità di come ci si nutre, veste, muove, di come ci si incontra e di cosa si fa insieme. È importante anche individuare nuove regole e comportamenti virtuosi che si possano sviluppare senza aspettare risposte dai governi.
Questo lo abbiamo messo in pista con la demopratica, un processo attivato con chi ha già delle piccole, medie o grandi imprese, composte a loro volta da organizzazioni che sono di per sé dei piccoli governi.
Questi si incontrano nei Rebirth Forum – che stiamo tenendo in tutto il mondo – in cui ci si confronta su problematiche comuni per raggiungere obiettivi concreti. Non si aspetta che il cambiamento venga dall’alto: anche nei piccoli paesi e luoghi, gruppi operativi di persone si uniscono e creano tra loro piccole leggi comuni. Non è sufficiente pensare che individualmente una persona o poche possano cambiare veramente la situazione, ma è possibile se tutti si regolano personalmente secondo un modus vivendi equilibrato.

In questo modo è possibile far sì che i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 non passino in secondo piano.

Certo! Devono essere la più grande regola, a partire dalle dimensioni più piccole della società – come comuni o regioni – in cui insieme si crea un equilibrio politico. È come un condominio, inteso come dominio comune.

In Ungheria il parlamento ha dato pieni poteri al premier Orbán per affrontare l’emergenza, reputato un golpe dall’opposizione. Il Covid-19 sembra quindi aver colpito la democrazia, oltre che la salute. Qual è il tuo pensiero in merito?

Il fatto è che, in una circostanza simile, era necessaria una decisione e non era possibile attuare le operazioni demopratiche. Ma la demopraxia deve portare all’elezione di soggetti che si assumono veramente un impegno sociale, che poi diverranno le persone di governo. La responsabilità politica ci deve essere, ma non può trattarsi di una persona che di punto in bianco decide tutto: anche se fosse utile in questo momento, appena prima e appena dopo diventerebbe dittatura. E ovviamente non va bene.

Michelangelo, cosa ci aspetterà nel futuro? Che idea ti sei fatto di questo periodo storico senza precedenti?

Considerando che la gradualità è un fattore determinante, penso che il futuro non porterà immediatamente a dei cambiamenti. Dobbiamo avere un obiettivo: noi, anche se partiamo da Biella, con questo simbolo universale della creazione dell’equilibrio, dobbiamo avere coraggio e pian piano cercare di lavorare per incontrare altri che sono impegnati nella stessa direzione per la rigenerazione della società. Siamo arrivati al culmine di un processo dell’homo sapiens sapiens. Adesso quest’ultimo viene completamente assorbito dai sistemi tecnologici – e quindi finisce la sua strada – oppure trova l’equilibrio tra il suo essere e la tecnologia. Sapiens non vuol dire soltanto intelligenza, ma significa che c’è un’umanità fatta della dimensione naturale e animale. Noi, infatti, siamo sempre animali, ma con un sapere: questo deve dare un equilibrio alla nostra esistenza. Non è necessario, inoltre, che l’homo sapiens sapiens lasci il futuro per fare spazio all’ipotetico ‘homo tecno’, basterebbe che il primo regolasse l’equilibrio con la tecnologia che ha sviluppato.

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