8 Nov 2023

Dalla Sardegna all’Everest, l’impresa (im)possibile di Carlo Gaspa

Scritto da: Laura Fois

Carlo Gaspa è un imprenditore sardo con la passione per il trekking e l'alpinismo. Qualche giorno fa è rientrato in Sardegna dopo aver compiuto l'impresa di raggiungere l'Everest. Lo abbiamo sentito per farci raccontare le emozioni, le esperienze e il significato di un'avventura fuori dal comune, ma anche gli insegnamenti appresi in un viaggio fatto anche dentro sé stesso.

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«È ammirando le montagne della Val d’Aosta, nell’agosto 2019, che ho avuto l’idea, insieme a un caro amico, di raggiungere l’Everest». Inizia così il racconto fatto sul suo taccuino da Carlo Gaspa, imprenditore e appassionato di trekking e alpinismo. Non gli andava di fare il famoso Ebc Trek, quello più conosciuto, ma qualcosa di più autentico, solitario e impegnativo: il Trek dei Tre Passi. Dal settembre del 2022, per 13 mesi Carlo ha cominciato e concluso l’allenamento per il Nepal, una sfida oltre i suo limiti, alla ricerca, forse, di un nuovo e più forte sé stesso.

SKY IS THE LIMIT

Carlo prima di partire si dedica alla corsa e alla palestra, mette su 12 chili, che poi perde tutti, perché «l’altezza toglie l’appetito, anzi te lo sostituisce con la nausea». In più è celiaco. «Il Trek dei Tre Passi è un’odissea escursionistica, un sentiero meno battuto che promette una visione più pura e cruda dell’Himalaya. Un percorso che si inerpica attraverso vertiginosi passi montani oltre i 5000 metri, offrendo non solo una prova di resistenza, ma anche un autentico assaggio della solitudine himalayana». Lui sceglie quello, dove ogni anno decine di turisti muoiono per il mal di montagna. Cammina 8 ore al giorno per una media di12 chilometri, con dislivelli anche di 1000 metri.

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L’imponente Ama Dablam, su uno sfondo che si presenta appena superato il secondo passo del Cho La (5420m).
L’EVEREST, LA VETTA PIÙ ALTA DELLA TERRA

«Sono partito da solo dalla Sardegna, poi lì ho conosciuto gli altri compagni di viaggio. Siamo rimasti in 7, gli ultimi giorni non c’era neanche la guida. Non ho pensato mai una volta di mollare, ma per due volte ho temuto di dover dare forfait. La prima volta è stato per una forte congestione. Una persona mi ha detto: fai un tratto a cavallo. Così ho fatto. Lì non ci sono mezzi motorizzati, solo portatori – persone che caricano pesi fino a 100 chili –, muli o cavalli. La seconda circostanza è stata quando ho visto un ragazzo molto più allenato di me – ero circondato da montanari che fanno sci alpino sopra i 3000 metri – quasi soffocare: aveva acqua nei polmoni».

Venti giorni in Nepal, quindici sull’Himalaya sono carichi di aspettative e speranze. «Ho avuto la saturazione al limite, è il parametro più importante, bisognava tenerne conto. Tergiversando ho scelto di non tornare indietro, ho temuto ma ho continuato, sono salito di altri mille metri. Laggiù sei sempre in movimento, trascinato dagli eventi. Alla fine tutto questo ha a che vedere col fatto di puntare sempre più in alto, quasi un’ambizione dovuta alla mia passione per la montagna». Fino a quando arriva il momento più bello: il tramonto sull’Everest, goduto da solo dopo aver faticato tanto. «Mi sono trovato sotto un oceano di nuvole, l’altra montagna era inondata di giallo».

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Tramonto su Everest e Nuptse visto da Kala Patthar (5644m).

Carlo parla ora dalla comodità riabbracciate a casa sua, dal calore degli affetti: «La cosa che ho imparato davanti a queste cose che mi hanno fatto sentire infinitamente piccolo è stata l’umiltà. Sono stato un burattino nelle mani della montagna. Mi ha sempre accompagnato una componente di causalità, impossibile da prevenire».

L’atmosfera, il contesto erano estremi: «Usare il telefono significava togliere i guanti e congelarsi. Col freddo e col vento secco ti si spaccavano i capillari del naso, sopra i cinquemila mi svegliavo in apnea con un nodo alla gola. Nei lodge c’era una sorta di sliding doors: solo nella sala comune la stufa era accesa, si stava in compagnia felici; nei corridoi, a luci spente, sentivo vomitare e tossire».

Sono stato un burattino nelle mani della montagna. Qui ho imparato l’umiltà

I lodge che accolgono in viandanti sono strutture «di cartongesso o lamiera. I bagni sono dei buchi nel terreno. Nelle stanza nessun riscaldamento, solo zero gradi, quando ci andava bene. Ho visto fogne a cielo aperto, scarichi per strada. Nei terreni meno battuti ci ospitava un turismo famigliare, i lodge sono gestiti da persone spesso impacciate che non sanno l’inglese, ma è un turismo che premia l’autenticità. L’altra faccia della medaglia è il tentativo di rendere facile la scalata all’Everest, forse per accogliere più turismo. Per me che mi occupo proprio di questo, sicuramente imparo di più quando vado in Trentino o Val d’Aosta».

I pensieri sono rivolti al viaggio appena concluso oltre i 5000 metri, a quelli ancora da metabolizzare e alla prossima destinazione: l’Antartide. Carlo continua a scrivere nel suo taccuino: «Questa è la storia della fame d’ossigeno, dei muscoli consumati, delle rupie spese fino all’ultima, dei cavalli che mi hanno salvato. Ma soprattutto è la storia del mio desiderio di osservare l’Everest coi miei occhi. Sono stato spesso l’ultimo, anzi, quasi sempre. Inadeguato nonostante l’intenso allenamento. Eppure, in un modo o nell’altro, ho realizzato il mio sogno».

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