12 Maggio 2026 | Tempo lettura: 4 minuti
Ispirazioni / ICC TV

Essere iraniani lontano da casa: su YouTube il documentario Far From Home

Il documentario del giornalista Erfan Efatinasab racconta la vita di giovani iraniani in Italia, sospesi tra la preoccupazione per le famiglie rimaste in Iran per via del blocco ad internet, l’impossibilità di comunicare liberamente e il tentativo di ricostruire una quotidianità lontano da casa.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
erfan far from home

Cosa significa vivere lontano dal proprio Paese, quando il proprio Paese è colpito da una guerra e da un blocco totale di internet, per cui comunicare con chi è rimasto a casa diventa difficile, se non impossibile? È da questa domanda che nasce Far from Home, il documentario di circa 30 minuti realizzato da Erfan Efatinasab, giornalista freelance iraniano che vive in Italia, recentemente uscito sul canale YouTube di Italia che Cambia. Il film raccoglie le voci di giovani iraniani che vivono nel nostro Paese e racconta la dimensione più intima e quotidiana della distanza, fatta di telefonate mancate, ansia, nostalgia, ma anche desiderio di dignità e libertà.

«L’idea è nata osservando quanto molti studenti iraniani in Italia stessero soffrendo emotivamente durante i periodi di crisi nel loro Paese d’origine», racconta Erfan. «Il blocco di internet rendeva estremamente difficile per loro restare in contatto con le famiglie, creando un senso costante di ansia e incertezza e questo influenza non solo le loro vite personali, ma anche la loro capacità di concentrarsi sugli studi e di mantenere un senso di stabilità». 

«Nei primi giorni ero completamente sconvolto. Non riuscivo a concentrarmi, non riuscivo a studiare, non riuscivo a fare niente», spiega uno dei protagonisti del documentario. «La cosa peggiore è l’incertezza: sapere che non puoi fare niente, puoi solo aspettare e vedere cosa succede». La sofferenza di queste persone è acuita dal fatto che chi sta loro attorno non vive le loro stesse sofferenze, dunque fatica a capirle. «Ho sentito la responsabilità di documentare queste esperienze e avvicinarle a un pubblico italiano, nella speranza di creare maggiore comprensione ed empatia», ci spiega Erfan.

Un documentario che nasce anche da un sentire personale

Pur scegliendo di restare dietro la macchina da presa e di dare spazio alle voci di altri giovani iraniani che vivono in Italia, Erfan non si colloca mai davvero fuori dalla storia che racconta. Far from Home nasce infatti anche da un’esperienza personale, da un sentire condiviso con le persone intervistate: la preoccupazione per chi è rimasto in Iran, la difficoltà di comunicare con la propria famiglia, l’ansia che ritorna ogni volta che internet viene limitato o interrotto.

«Anche se il documentario si concentra su altre voci, la mia esperienza è molto simile», racconta Erfan. «Ho attraversato lo stesso senso di preoccupazione e disconnessione, soprattutto nei momenti in cui la comunicazione con la famiglia diventa limitata o viene interrotta del tutto». Una distanza che non è soltanto geografica ma anche emotiva. «Anche ora, con il blocco di internet che si sta verificando di nuovo, quelle sensazioni ritornano: incertezza, preoccupazione e una sorta di distanza emotiva difficile da spiegare. Quindi, in molti modi, anche se sono dietro la macchina da presa, faccio parte anch’io della stessa storia».

Far from Home nasce anche da un’esperienza personale, da un sentire condiviso con le persone intervistate

A chi parla Far from Home

Il documentario, spiega il regista, si rivolge prima di tutto al pubblico italiano ed europeo, a chi spesso guarda all’Iran attraverso le notizie, le crisi, le tensioni internazionali, ma raramente entra in contatto con le conseguenze quotidiane che tutto questo produce nella vita delle persone. L’obiettivo di Erfan è colmare questo vuoto, portando in primo piano non tanto l’analisi politica, quanto l’esperienza umana di chi vive lontano da casa e continua, ogni giorno, a fare i conti con ciò che accade nel proprio Paese.

«Avvertivo un vuoto nel modo in cui queste storie umane vengono rappresentate dai media – spiega Erfan – soprattutto per quanto riguarda l’impatto quotidiano degli eventi in Iran». Le voci raccolte nel film raccontano proprio questa dimensione: la migrazione come frattura, la paura come presenza costante, l’impossibilità di sentirsi pienamente al sicuro anche quando si è lontani. «Per molti di noi la migrazione non è soltanto uno spostamento fisico. È staccarsi da tutto ciò che si ha e ricominciare da zero», dice una delle persone intervistate. Un’altra frase restituisce il peso dell’attesa e dell’impotenza: «La cosa peggiore è l’incertezza: sapere che non puoi fare niente, puoi solo aspettare e vedere cosa succede».

Attraverso queste storie, Far from Home prova a rendere visibile l’effetto delle restrizioni alla comunicazione, dell’accesso limitato alle informazioni e della mancanza di libertà di espressione sulla vita quotidiana delle persone. Ma accanto alla paura emerge anche una forma di resistenza silenziosa, fatta di memoria, dignità e desiderio di libertà. «Vorrei poter condividere quello che penso senza autocensura, senza temere le conseguenze», afferma un’altra voce del documentario. Forse attraverso questo documentario, la condivisione è diventata un po’ più vera e profonda.