4 Giugno 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Cosa rimane quando il mare si muove? Gaetano Crivaro racconta la Sardegna di “quando i turisti vanno via”

Nel suo ultimo film, Geatano Crivaro racconta una Sardegna che si riappropria di sé stessa, quando a fine estate si libera della sua immagine “da cartolina” confezionata per i turisti.

Autore: Sara Brughitta - Sardegna Oltre
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Le prime immagini di Cosa rimane quando il mare si muove sembrano provenire da un ricordo collettivo. La grana della pellicola, i colori vintage, le spiagge luminose attraversate da corpi felici restituiscono immediatamente un’idea, quella della vacanza mediterranea, della Sardegna-cartolina, del paradiso estivo da vendere, svendere e consumare. Poi qualcosa cambia: i colori si fanno più freddi, l’immagine smette di essere rassicurante.

È proprio in questo spartiacque che si concentra il film di Gaetano Crivaro, presentato al Bellaria Film Festival e premiato per l’innovazione cinematografica. Una pellicola che non vuole raccontare la Sardegna durante l’estate, ma il momento in cui i turisti se ne vanno, i chioschi vengono smontati, il vento di maestrale torna a occupare le spiagge e finalmente il mare si riprende ciò che per mesi gli è stato sottratto. Tra le riflessioni che la visione lascia aperte, vista l’incombente stagione turistica, è forse soffermarsi su come i luoghi vengano osservati, consumati e trasformati in immagini.

Due velocità dello stesso luogo

Per Crivaro il film nasce anche da un’esperienza personale. Calabrese, trasferitosi in Sardegna tredici anni fa, racconta di aver sempre vissuto l’estate come un momento ambiguo: stagione del ritorno e insieme della trasformazione dei luoghi. «La Calabria, come la Sardegna, quando arriva l’estate riprende a vivere perché ci sono i cosiddetti ritornanti», spiega. «Sono luoghi che vivono a diverse velocità: quella estiva, balneare, piena di gente, e quella invernale, più intima, raccolta, che nel tempo ho imparato ad apprezzare».

Cosa rimane quando il mare si muove? Gaetano Crivaro racconta la Sardegna di "quando i turisti vanno via"
Il regista Gaetano Crivaro

Nel film questa doppia velocità è ovunque. Le spiagge sembrano organismi che cambiano stato: da luoghi sovraffollati e rumorosi a spazi quasi deserti. È proprio in questo tempo apparentemente morto che Crivaro concepisce il racconto. È il 2021, è primavera, il regista si trova a Chia, in una di quelle giornate ancora incerte tra inverno ed estate, e osserva alcuni operai montare i chioschi in vista della stagione balneare.

«Mi è arrivato addosso tutto quello che poi ho scoperto nel film», racconta ricordando quel momento. «Tutto quello che si fa per costruire una stagione balneare e poi decostruirla, per svuotarla di nuovo e restituire il paesaggio a una specie di stato originario». Questa idea di costruzione e smontaggio viene restituita nel film, in cui l’estate appare quasi come una gigantesca infrastruttura temporanea che altera radicalmente il paesaggio costiero.

Il turismo come industria invisibile

Nel film il mare sembra quasi più stabile degli esseri umani. Sono le persone, il lavoro stagionale, il turismo stesso a essere precari. Si entra così in un discorso più ampio sul modello economico contemporaneo: «Se ci convinciamo che la vocazione turistica sia l’unico Eden da perseguire – dice Crivaro – allora la parte invernale diventa inevitabilmente precaria». La Sardegna raccontata nel film vive infatti dentro una contraddizione evidente: territori poco urbanizzati e scarsamente antropizzati vengono improvvisamente attraversati da milioni di persone concentrate in pochi mesi.

Il risultato è una pressione enorme sugli ecosistemi, ma anche sulle comunità che abitano quei luoghi e il regista insiste molto su un punto: il turismo viene raramente percepito come industria, nonostante produca effetti industriali enormi. «Noi pensiamo alle industrie come alle ciminiere o agli altiforni – afferma – ma il turismo muove una quantità gigantesca di persone, aerei, navi, plastica, infrastrutture. È una nuova stagione industriale».

Cosa rimane quando il mare si muove? Gaetano Crivaro racconta la Sardegna di "quando i turisti vanno via"

Nel film questa industrializzazione del paesaggio viene mostrata attraverso piccoli dettagli: le sedie di plastica accatastate, i chioschi smontati, la sabbia sequestrata negli aeroporti, le dune erose. Dopo la pandemia, sostiene il regista, questo processo è diventato ancora più evidente. «Molti turisti europei hanno ricominciato a muoversi soprattutto dentro l’Europa e improvvisamente questa massa è diventata visibile». Così il Mediterraneo – e in particolare la Sardegna, venduta come “l’isola caraibica d’Europa” – finisce per trasformarsi in uno spazio di sovraccarico continuo, dove il paesaggio viene consumato esattamente come un prodotto.

Smontare l’immagine turistica

Uno degli aspetti più interessanti del film riguarda proprio il rapporto con le immagini. Crivaro lavora da anni sul cinema d’archivio e utilizza materiali eterogenei: pellicola 16mm, immagini amatoriali, digitale, webcam, microscopi, videosorveglianza. Ma gli archivi non servono a creare nostalgia, tutt’altro. «Di solito l’archivio viene usato per raccontare il “com’era”», spiega il regista. «Per me invece ha lo stesso valore delle immagini contemporanee».

Le immagini si stratificano continuamente fino a diventare quasi instabili. La prima inquadratura costruisce esattamente lo stereotipo della spiaggia perfetta: sabbia bianca, mare limpido, persone felici. Poi però il film inizia lentamente a smontare quell’immagine. «Ormai facciamo esperienza dei luoghi più attraverso le immagini che attraverso i luoghi stessi». Da qui, la scelta di far comparire schermi, webcam, mouse che attraversano l’inquadratura, dispositivi scientifici e digitali che interrompono la visione cinematografica tradizionale. È come se Crivaro volesse ricordare allo spettatore che ogni paesaggio turistico è già una costruzione visiva.

Il Mediterraneo finisce per trasformarsi in uno spazio di sovraccarico continuo, dove il paesaggio viene consumato esattamente come un prodotto

Un film sulla cura

Nonostante tutto, Cosa rimane quando il mare si muove non è un film disperato. Dentro il racconto dell’erosione, del sovraccarico turistico e della precarietà emerge un altro elemento: la cura. Piccoli gesti: persone che raccolgono frammenti di sabbia sequestrata negli aeroporti e li riportano sulle spiagge; studiosi che osservano microscopicamente gli ecosistemi costieri. Figure che con gli strumenti a propria disposizione si impegnano a proteggere qualcosa, con atti apparentemente impercettibili se rapportati all’ampiezza del problema.

«In fondo il mio film è un film sulla cura», dice Crivaro. Per spiegare questa idea il regista cita L’isola di ferro, film iraniano ambientato su una nave che viene lentamente smontata dagli stessi abitanti che ci vivono sopra. Una metafora che per lui assomiglia molto al nostro rapporto con il turismo contemporaneo: consumare progressivamente il terreno su cui poggiamo i piedi. Quando il mare si muove davvero, sembra dirci Crivaro, non resta soltanto il paesaggio dopo l’estate. Resta soprattutto la domanda su come stiamo imparando, o forse dimenticando, ad abitare i luoghi.

Vuoi approfondire?

Sul tema dello sfruttamento turistico leggi anche l’articolo sull’Area Marina Protetta di Capo Spartivento.