22 Giugno 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Da Laura Bassi a mia nonna, ecco perché la parità fra donne e uomini è ancora lontana

Laura Bassi fu la prima donna a ottenere una cattedra in un’università italiana, ma poteva insegnare solo in casa. Oggi, tre secoli dopo, la situazione è cambiata per certi versi. Per altri no.

Autore: Costanza Coloni
laura bassi parita 1

Nel 1949 Elena Baldassarri, mia nonna materna, si iscrisse alla facoltà di farmacia dell’Università di Perugia. Se a lungo ho dato per scontato che per una donna sia naturale laurearsi, lo devo a lei. Ma oggi, in un decennio in cui proporzionalmente più donne che uomini frequentano le aule universitarie, e in un momento in cui io le frequento da adulta, il suo sforzo mi colpisce sotto una nuova luce. 

Era stato solo un anno prima – nel 1948 – che l’Università di Cambridge aveva finalmente concesso alle donne il diritto di ottenere un certificato di laurea. La mozione fu approvata nonostante il malcontento e le proteste degli uomini, che avevano avuto accesso a questo diritto nella stessa università settecentotrentanove anni prima. Già prima del 1948 le donne potevano seguire corsi, sostenere esami, talvolta risolvendo gli esercizi di matematica meglio dei loro compagni. Possiamo immaginare che discutessero in modo acceso, tessessero relazioni, stimolassero la vita intellettuale della città.

Tuttavia fino a quel punto non esisteva nessun titolo che lo testimoniasse e che permettesse loro di esercitare la professione per la quale avevano studiato. A Cambridge le donne non potevano accedere ai laboratori dell’università e per questo ne avevano costruiti di propri. Anche l’accesso alle biblioteche ufficiali era impedito loro se non accompagnate e così la biblioteca delle donne era diventata fornitissima. A guardare bene, la discriminazione delle donne in università, come ogni forma di discriminazione, è sempre passata per lo spazio. E lo spazio delle donne è stato storicamente quello della casa.

Laura Bassi
L’Università di Cambridge

Come ricostruisce Paola Govoni, persino Laura Bassi, prima docente universitaria retribuita in Europa, fu costretta a esercitare la sua professione quasi esclusivamente nel contesto casalingo. Diventata professoressa a Bologna nel 1732, Laura Bassi fu una fisica sperimentale di grande talento, esperta di Newton e di studi sull’elettricità. Era riuscita nella sua impresa, ma solo a patto che insegnasse tra le mura domestiche. Gli studenti dovevano recarsi a casa sua, e non sorprende che i suoi contemporanei elogiassero la sua capacità di non esporsi troppo in pubblico.

Marta Cavazza, che ha lavorato a lungo su Laura Bassi, ricostruisce come la scienziata sia stata in grado di muoversi tra le dinamiche di un mondo che le era ostile, ma che allo stesso tempo la considerava come l’eccezione che conferma la regola, un’ermafrodita, uno scherzo di natura che suscitava stupore e interesse nei salotti europei. Il suo caso era straordinario e non doveva diventare la norma: l’ignoranza delle donne era garanzia della loro modestia. In quegli stessi anni, l’Università di Bologna si era rifiutata di concedere la laurea in legge a Maria Vittoria Delfini Dosi, sostenendo che una donna dottoressa era una contraddizione in termini.

Reclamare uno spazio da cui si è state escluse non significa adattarvisi in modo cieco, ma riflettere su come abitarlo

Oggi la situazione è molto diversa. Le aule universitarie inglesi e italiane contano proporzionalmente più ragazze che ragazzi. L’ISTAT riporta che nel 2024, il 25,9% delle donne italiane ha un diploma di laurea, mentre la percentuale tra gli uomini si ferma al 18,7%. Su questo fronte, l’Italia ha persino un gap di genere da vantare, superiore alla media europea. Certo ci sono delle distinzioni da fare. Le donne sono prevalenti nelle materie a indirizzo umanistico e meno presenti degli uomini in quelle scientifiche. Da umanista, non mi rammaricherei se la nostra società riconoscesse più valore alle materie letterarie; ma d’altra parte, la domanda sorge naturalmente: perché gli uomini sono ancora più numerosi nelle materie STEM?

Per comprendere il ruolo che la società ha in questo condizionamento, basti pensare ancora a Laura Bassi. A Bologna le è dedicata una via che ospita molti studenti e studentesse e che riporta la dicitura “Laura Bassi Veratti: Letterata e Docente di Filosofia”. Eppure, anche se le era stato conferito un dottorato in filosofia, Laura Bassi non è nota in quanto donna di lettere nel senso in cui oggi interpretiamo questa etichetta, ma essenzialmente in quanto fisica sperimentale che aveva contribuito alla distribuzione delle idee newtoniane in Italia e che a lungo aveva sperimentato con l’elettricità.

Laura Bassi

Forse pensare a Laura Bassi come una letterata viene più naturale; una fisica sperimentale deve incidere, bruciarsi, interagire con un mondo esterno che le è precluso, abbandonare la quiete della casa e della mente. Ripenso ancora a mia nonna, laureata in farmacia, che non ebbe piena autorità sullo spazio di sua competenza, la farmacia che gestiva. Pur esercitando la sua professione con grande costanza, non era lei a occuparsi dei conti, di quello spazio di lavoro nelle sue dimensioni più materiali, poiché se ne occupava un uomo, come era usuale. 

Cinquant’anni dopo, molte più donne sono riuscite a sedersi nelle aule universitarie, seppur a fatica. Ci sono riuscite con grande successo e rapidità dal dopoguerra a oggi, una conquista che va celebrata. Eppure lo spazio fuori dalle aule non appartiene loro appieno. Le donne faticano nel mondo del lavoro, della politica, e persino della famiglia.

A parità di formazione, sono sottopagate a ogni livello: i loro titoli, le loro competenze, la loro sensibilità non trovano ancora equa rilevanza fuori dall’ambiente protetto del percorso scolastico. Molti altri spazi dunque restano da reclamare e da trasformare. Secoli di esclusione hanno consentito a noi donne di interrogare quei luoghi con lucidità, di vederne le criticità. Reclamare uno spazio da cui si è state escluse non significa adattarvisi in modo cieco, ma riflettere su come abitarlo. 

Vuoi approfondire?

Sul tema della parità di genere in ambito lavorativo leggi anche l’intervista alla sociologa Chiara Gius.