1 Giugno 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Il futuro delle politiche climatiche? È nelle assemblee cittadine globali estratte a sorte

Lo scrittore David Van Reybrouck analizza la crisi della democrazia soprattutto nell’ambito delle politiche climatiche. E propone delle alternative. Un esempio? Le assemblee cittadine.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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«Il problema è che oggi affrontiamo sfide planetarie esistenziali con strumenti ancora molto provinciali». Parola di David Van Reybrouck, storico e saggista che da anni affronta temi cruciali quali modelli di Governo, crisi ambientale e accesso alle risorse. Temi cruciali e strettamente collegati fra loro. Non solo perché le politiche climatiche sono decise da Governi o summit a cui partecipano i rappresentanti dei Governi, ma anche perché quello ambientale è uno dei campi in cui si stanno sperimentando le forme di governance più innovative, quelle che – come ci ha spiegato l’autore belga – sono destinate a sostituire la democrazia rappresentativa, ormai giunta vicino al suo epilogo in questa epoca.

In un recente articolo per Aeon, tradotto anche su Internazionale, intitolato “Come governare il mondo”, denuncia che la diplomazia mondiale per come la intendiamo non funziona più, facendo l’esempio della diplomazia climatica.

Vedo un forte parallelismo tra politica nazionale e politica internazionale. In entrambi i casi, la cura del tutto è affidata a soggetti che devono occuparsi anche di una parte. Nella politica nazionale, i partiti dovrebbero servire il bene comune e il lungo termine, ma devono anche difendere il proprio interesse e vincere le prossime elezioni. Nella politica internazionale accade lo stesso: quando la Cina, l’Italia, il Belgio o la Francia partecipano a una Conferenza per il Clima lo fanno per salvare il pianeta, certo, ma anche per proteggere i propri interessi nazionali.

Se il pianeta fosse un Paese, sarebbe governato da una riunione annuale di sindaci. Questo è, in fondo, la COP: delegazioni nazionali che negoziano accordi non vincolanti poi tornano a casa e devono dimostrare che il proprio Paese non sarà troppo penalizzato. Ma come si può governare un tutto se si è responsabili solo delle parti?

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I negoziati multilaterali sono importanti, perché almeno continuiamo a parlarci. Ma non bastano più. Il modello diplomatico che usiamo nasce dopo la Seconda guerra mondiale, con le Nazioni Unite, create per evitare una nuova guerra tra Stati. Da questo punto di vista hanno avuto un successo: non c’è stata una terza guerra mondiale e le armi nucleari non sono più state usate in guerra. Ma oggi il problema non è solo la violenza tra Stati, è la violenza tra l’umanità e il pianeta.

Il principio fondativo dell’ordine del dopoguerra era la sovranità nazionale. Aveva senso allora, dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania. Ma quando parliamo di crisi climatica, biodiversità, acidificazione degli oceani o microplastiche, la sovranità nazionale diventa un principio del tutto insufficiente. La diplomazia contemporanea deriva ancora dalla logica della ragion di Stato, che da Machiavelli arriva a Richelieu e poi alla diplomazia moderna. È una diplomazia fondata sull’interesse nazionale. Questo può funzionare per guerre, rotte commerciali o diritti di pesca, ma non per sfide planetarie.

Che modello propone per uscire da questa impasse, soprattutto rispetto al tema delle politiche coimatiche?

Nel mio nuovo libro, The World and the Earth, lavoro sulla distinzione tra il mondo e la Terra: il mondo della politica umana e la Terra dei processi fisici. La diplomazia che abbiamo oggi è pensata per il mondo, non per la Terra. È inter-nazionale, cioè tra nazioni, tra Stati. Ma per governare le crisi planetarie l’“internazionale” non basta più. Un esempio interessante, pur con tutti i suoi limiti, è l’Unione Europea. Mostra che è possibile costruire un livello politico superiore allo Stato, più vincolante delle Nazioni Unite, mantenendo però in larga parte la sovranità nazionale. Anche l’UE è troppo debole su alcuni aspetti, come abbiamo visto con l’Ungheria, ma rispetto all’ONU rappresenta un passo avanti.

Congo
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David Van Reybrouck
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Per questo guardo con interesse alle assemblee cittadine globali. Se vogliamo far parlare le persone del pianeta, dobbiamo superare la logica delle delegazioni nazionali. In trent’anni di COP ci sono voluti 28 anni solo per dire chiaramente che i combustibili fossili sono un problema. Nel frattempo, i lobbisti dei combustibili fossili sono entrati persino dentro le delegazioni ufficiali: alla COP28 erano più numerosi dei rappresentanti di istituzioni scientifiche, comunità indigene e Paesi vulnerabili.

La mia paura è che la COP diventi la Società delle Nazioni del XXI secolo: grandi principi, ma governance debole e incapace di evitare la catastrofe. Le assemblee cittadine globali indicano un’altra strada. La prima aveva 100 partecipanti, scelti in modo da rappresentare la popolazione mondiale; una più recente ne aveva circa 300. Sono cittadini comuni, estratti a sorte, che si prendono il tempo per informarsi, ascoltarsi e deliberare. La loro dichiarazione è stata molto più ambiziosa di quanto prodotto dalle COP in trent’anni. Per me aveva quasi il valore morale di una Carta delle Nazioni Unite aggiornata.

La mia speranza è che in futuro, al cuore delle COP, non ci siano solo diplomatici e lobbisti, ma anche un’assemblea cittadina globale, preceduta da assemblee locali, nazionali e transnazionali. Questi cittadini potrebbero definire i contorni morali dell’azione. Le istituzioni internazionali non riescono a disciplinarsi da sole: abbiamo bisogno di un’autorità democratica più alta. La situazione è gravissima. Abbiamo superato sette dei nove confini planetari. E ora, con questa idiozia geopolitica, rischiamo di perdere altro tempo prezioso. Per questo credo che dobbiamo fare un salto di qualità e mobilitarci.

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David Van Reybrouck durante un incontro pubblico

Lei ha scritto molto anche sui popoli oppressi, prima in relazione al Congo e poi nel suo recente libro Revolusi sulla rivoluzione indonesiana. Vede un collegamento tra la sollevazione degli oppressi e l’attuale necessità di cambiare la democrazia?

Ho pubblicato un saggio, tradotto in francese con il titolo La colonisation du futur. Credo che il collasso planetario sia una forma di colonizzazione del futuro. Sto scrivendo un nuovo libro e per farlo ho trascorso del tempo su una nave cargo da Anversa al Congo, visitando porti legati all’economia fossile: Norvegia, Scozia, Angola, Congo, Gabon, Congo-Brazzaville. La mia conclusione è che i giovani africani di oggi saranno più colonizzati dei loro genitori, perché le loro vite saranno pesantemente condizionate dal cambiamento climatico. L’Africa sarà una delle principali vittime della crisi climatica, pur essendo tra le aree meno responsabili.

Se pensiamo che affrontare il colonialismo significhi occuparsi solo di manuali scolastici, nomi delle strade o statue, restiamo ai simboli del passato. Il cambiamento climatico è il colonialismo del futuro e il Sud globale lo sta già vivendo. Il Pakistan è un altro esempio: un terzo del Paese è stato allagato, ma non sono stati i pakistani a causare il cambiamento climatico. Prima che il Sud globale si radicalizzi completamente contro il Nord globale, dobbiamo aggiornare profondamente la nostra diplomazia. È una necessità urgente.

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Leggi il nostro approfondimento sulle assemblee cittadine.