La Sella del Diavolo e la tutela da un turismo solo apparentemente ecologico
La zona della Sella del Diavolo, nel cagliaritano, è al centro di un complicato intervento di tutela. La sua frequentazione da parte dei ciclisti e di un numero eccessivo di escursionisti sta provocando danni ecologici preoccupanti.
Alla Sella del Diavolo sono stati finalmente collocati dal Comune di Cagliari i cartelli di divieto di transito con mountain bike. Sebbene spesso sia stato identificato come luogo panoramico simbolo della città, la Sella del Diavolo è un territorio complesso: un promontorio calcareo che separa e allo stesso tempo unisce città e mare, urbanizzazione e area naturale protetta. La sua forma fisica racconta una storia geologica antica, ma la sua condizione attuale racconta soprattutto una storia politica recente: quella della difficoltà di far rispettare regole a tutela dell’ambiente già scritte.
Qui, tra Cala Mosca e il Poetto, si concentrano vincoli diversi che dovrebbero garantire protezione rigorosa: paesaggistici, idrogeologici, comunitari. La Sella del Diavolo rientra nella Rete Natura 2000 e ospita habitat riconosciuti di interesse europeo. Eppure per anni questa densità normativa non si è tradotta automaticamente in tutela effettiva. Il divieto di transito delle biciclette, già previsto da piani e decreti, è rimasto in larga parte invisibile nella pratica quotidiana, mentre il promontorio veniva progressivamente attraversato e modificato. I cartelli di divieto raccontano quindi non solo una tutela, ma anche una storia di attesa di quindici anni. E questo lungo periodo ha prodotto effetti concreti sul territorio.
Una tutela scritta da anni
Il quadro normativo che riguarda la Sella del Diavolo non è recente: già dal 2011 i piani di gestione dei siti “Torre del Poetto” e “Monte Sant’Elia, Cala Mosca e Cala Fighera” indicavano chiaramente la necessità di limitare la fruizione dei sentieri alla sola percorrenza pedonale, evitando nuove aperture e modifiche della rete escursionistica. Negli anni successivi la normativa è stata rafforzata. Gli aggiornamenti del 2023 hanno ribadito il divieto di transito con biciclette di qualunque tipo all’interno delle zone di conservazione.

Poi, nel 2025, ulteriori disposizioni regionali hanno integrato le prescrizioni forestali, includendo esplicitamente anche i velocipedi a pedalata assistita tra i mezzi non consentiti. Nonostante questo impianto regolativo, la percezione diffusa sul territorio è rimasta ambigua. E con la complicità dell’assenza di segnaletica chiara e della difficoltà di controllo, di fatto il divieto è rimasto a lungo poco vincolante. In questo spazio di ambiguità si è consolidato un uso progressivo dei sentieri da parte delle mountain bike, con effetti impattanti sull’ecosistema.
L’erosione come effetto visibile dell’uso intensivo
La morfologia calcarea della Sella del Diavolo, esposta agli agenti atmosferici e caratterizzata da pendenze significative, rende il suolo particolarmente vulnerabile all’erosione. Ogni pressione antropica non regolata produce dunque effetti amplificati. Negli ultimi anni diversi rilievi e osservazioni tecniche hanno evidenziato un progressivo degrado dei sentieri. Il passaggio ripetuto di mezzi non compatibili con la natura dei percorsi ha contribuito alla compattazione del suolo, alla perdita di vegetazione e all’allargamento non controllato dei tracciati.
I cartelli di divieto raccontano una storia di attesa di quindici anni. E questo lungo periodo ha prodotto effetti concreti sul territorio
In alcuni casi si è assistito alla creazione di varianti e scorciatoie, con conseguente frammentazione della copertura vegetale e conseguenze dirette sulla stabilità del versante e sugli equilibri ecologici dell’area. La questione dunque non riguarda la contrapposizione tra attività sportive e tutela ambientale in termini astratti, ma la compatibilità concreta tra usi del territorio e capacità di rigenerazione degli habitat. In assenza di regolazione effettiva, anche pratiche apparentemente sostenibili possono generare effetti cumulativi significativi.
Dalla segnalazione alla decisione
L’installazione dei cartelli da parte del Comune di Cagliari arriva anche come risultato di un percorso di pressione e segnalazione portato avanti nel tempo da soggetti diversi, tra cui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG). Attraverso documentazione, analisi e interventi formali, queste realtà hanno mantenuto alta l’attenzione. Nel comunicato diffuso, il GrIG ringrazia gli uffici comunali, gli assessorati competenti e le istituzioni regionali che hanno contribuito a rafforzare il quadro di tutela, inclusi il Corpo Forestale e la Giunta regionale.

Un elemento che evidenzia come la questione non sia stata ignorata in assoluto dalle istituzioni, ma affrontata con tempi e modalità non sempre efficaci sul piano operativo. Il punto critico rimane infatti la distanza tra produzione normativa e applicazione sul territorio. Una distanza che non riguarda solo la Sella del Diavolo, ma che in questo caso assume una particolare evidenza per la sensibilità ambientale dell’area e per la sua forte esposizione alla fruizione pubblica.
I cartelli come soglia, non come soluzione
La presenza della segnaletica rende il divieto esplicito e immediatamente riconoscibile, riducendo le ambiguità. Tuttavia la segnaletica da sola non esaurisce il problema. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di accompagnarla con strumenti di gestione, monitoraggio e, quando necessario, sanzione. Senza questo passaggio, si rischia che il divieto resti formalmente chiaro ma sostanzialmente disatteso.
Nei prossimi mesi sono previsti interventi di sistemazione dei sentieri e della fruizione pedonale dell’area, con l’obiettivo di rendere più ordinato e sostenibile l’accesso alla Sella del Diavolo e alle zone limitrofe. I cartelli appena installati non chiudono una questione aperta da anni, ma la rendono finalmente visibile. E nel farlo spostano il problema dal piano delle norme a quello delle responsabilità: chi controlla, chi gestisce, chi decide cosa significa effettivamente “tutelare” un territorio.
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