15 Giugno 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Sofie della Vanth: il patriarcato, la rabbia e il potere trasformativo delle donne

Crisi ecologica, guerre e solitudine: cosa accomuna queste e altre piaghe della nosta epoca? Sofie dalla Vanth ci racconta, attraverso il suo nuovo libro, il suo pensiero a riguardo.

Autore: Emanuela Sabidussi
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Cosa accomuna la crisi ecologica, le guerre, il patriarcato, la solitudine crescente e il senso di smarrimento che molte persone sperimentano oggi? Per alcune studiose e ricercatrici del femminile la risposta è una sola: la disconnessione. Disconnessione dalla natura, dagli altri, dal corpo, dalle emozioni e, in ultima analisi, dalla vita stessa. È un tema che attraversa profondamente il libro Voci di Terra. La gioiosa disobbedienza del risveglio sciamanico delle donne e che emerge con forza nella conversazione con la sua autrice, Sofie della Vanth, in un dialogo che intreccia spiritualità, politica, ecologia e trasformazione personale.

Sofie è ricercatrice sciamanica, artigiana, contadina, performer, autrice e curandera nonché cofondatrice di Sciamadonne, un’associazione di attivismo matriarcal-femminista che realizza progetti di rivoluzione culturale. I temi emersi dal libro, non sono una riflessione confinata al mondo della crescita personale. Al contrario, la questione tocca direttamente il modo in cui costruiamo le nostre società, prendiamo decisioni collettive e immaginiamo il futuro.

Quando la disperazione diventa una soglia

L’intervista parte da una domanda che molte persone sensibili al mondo contemporaneo si pongono. Come si fa a non cadere nella disperazione davanti alle guerre, alla crisi climatica, alle ingiustizie e alla violenza che attraversano il nostro tempo? La risposta non è una ricetta semplice né una forma di ottimismo ingenuo. Sofie racconta di aver attraversato a sua volta fasi profonde di disperazione e smarrimento, trovando una via d’uscita non nell’allontanarsi dal dolore, ma nell’ampliare lo sguardo.

Sofie della Van: il patriarcato, la rabbia e il potere trasformativo delle donne

Non limitarsi al piano individuale o materiale, ma provare a riconoscersi come parte di processi molto più grandi, che attraversano il tempo, la natura e la storia umana. In questa prospettiva, la crisi non viene negata né minimizzata. Continua a esistere, ma smette di essere l’unico orizzonte possibile. «Possiamo arrivare a una serenità nonostante la disperazione e la rabbia», spiega, raccontando un percorso che passa attraverso una diversa relazione con la ciclicità della vita, della morte e della trasformazione.

Il patriarcato come disconnessione

Uno dei passaggi più interessanti della chiacchierata con Sofie riguarda la definizione stessa di patriarcato. Spesso viene descritto come un sistema di dominio maschile. Una lettura certamente corretta, ma che rischia di fermarsi agli effetti senza interrogarsi sulle radici. La proposta dell’autrice è diversa: il patriarcato viene letto innanzitutto come una forma di disconnessione. Disconnessione dalle relazioni, dai bisogni autentici, dal corpo, dalla natura e dal senso di appartenenza a una comunità più ampia di vita.

È questa frattura originaria che renderebbe possibili la violenza, lo sfruttamento, la competizione estrema e la distruzione ambientale: «Io condivido un disagio di base anche con chi oggi devasta il mondo», afferma provocatoriamente. «Questo disagio si chiama disconnessione». Da questa prospettiva, il cambiamento non passa principalmente dalla ricerca di nuovi nemici, ma dalla costruzione di alternative. Non dalla contrapposizione permanente, ma dal recupero di modalità più connesse di stare al mondo.

La rabbia può diventare una risorsa?

Per molte donne il percorso di consapevolezza passa attraverso l’emersione di emozioni forti: rabbia, dolore, senso di ingiustizia. L’autrice non considera queste emozioni un problema da eliminare. Al contrario, questi stati emotivi possono rappresentare una fase necessaria del processo. Ciò che conta è non rimanere intrappolati in esse.

In questo senso assume particolare importanza il lavoro sul giudizio. che è «qualcosa di cui ha bisogno chi giudica, non chi viene giudicato», afferma. Quando emerge la tendenza a giudicare qualcuno, la proposta è di riportare l’attenzione su di sé e chiedersi quale bisogno, disagio o ferita stia cercando espressione. È una prospettiva che richiama molti degli strumenti della comunicazione empatica e che permette di trasformare il conflitto in occasione di conoscenza. Non per giustificare qualsiasi comportamento, ma per comprendere meglio i meccanismi che lo generano.

Sofie della Van: il patriarcato, la rabbia e il potere trasformativo delle donne

Il potere dei cerchi di donne

Uno dei temi centrali del libro e dell’intervista è il valore dei cerchi di donne. Negli ultimi decenni questi spazi si sono diffusi sempre di più, offrendo occasioni di ascolto, confronto e sostegno reciproco. Secondo l’autrice però, il loro significato va oltre il benessere individuale. Ogni cerchio contribuirebbe infatti a rafforzare una memoria collettiva e una capacità di connessione che attraversa le generazioni. Una forza che non nasce dalla competizione o dall’affermazione individuale, ma dalla relazione e dalla condivisione.

È quella sensazione di potenza che molte donne raccontano di sperimentare quando si ritrovano insieme in uno spazio autentico e protetto. Una potenza che non viene interpretata come superiorità rispetto agli uomini. Al contrario, l’autrice insiste più volte sulla necessità di valorizzare le differenze senza trasformarle in gerarchie. Non si tratta di diventare uguali, ma di riconoscere e onorare la specificità di ciascuno.

Cambiare il mondo a partire da dove siamo

Forse il messaggio più interessante emerso dalla conversazione riguarda il rapporto tra trasformazione personale e cambiamento collettivo. Spesso ci sentiamo impotenti di fronte ai grandi problemi globali. Le guerre, la crisi climatica o le disuguaglianze sembrano fenomeni troppo vasti per essere influenzati dalle nostre azioni quotidiane.

Eppure l’invito che emerge da questa visione è proprio quello di partire dal proprio campo d’azione. Coltivare connessioni, costruire relazioni sane, creare comunità, sviluppare pratiche di ascolto e riconoscere la propria appartenenza alla comunità e alla vita stessa. Piccole pratiche quotidiane, come quelle riportate nel libro di Sofie, possono essere un ottimo antidoto per ritrovare quella connessione perduta con noi stesse e con il mondo che ci circonda. A partire da ora.

Vuoi approfondire?

Se ti interessa incontrare Sofie e il gruppo di Sciamadonne, clicca qui per il campeggia Matriarcale di agosto.