26 Agosto 2026 | Tempo lettura: 7 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

Deep sea mining, la nuova frontiera dello sfruttamento delle risorse 

Il deep sea mining è una pratica molto dannosa per l’ambiente che si sta diffondendo sempre di più poiché vantaggiosa e redditizia per le grandi compagnie estrattive.

Autore: Source International
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Il mondo è alla costante e spasmodica ricerca di nuovi minerali. La transizione energetica e quella digitale ci spingono ogni giorno di più verso la ricerca e lo sfruttamento di nuovi giacimenti di nickel, cobalto, litio, ma anche di elementi meno “moderni” come rame, ferro, zinco o oro. La transizione energetica avviene principalmente nei paesi del cosiddetto primo mondo. Le auto elettriche e le energie rinnovabili stanno trovando spazio principalmente in Cina, in Europa e negli Stati Uniti.

La quota mercato di auto elettriche o energia rinnovabile nell’Africa subsahariana o in America Latina è alquanto ridotta. Però è proprio in questi paesi che si trova la stragrande maggioranza di questi elementi. Per esempio, la Repubblica Democratica del Congo da sola produce il 73% del cobalto mondiale e l’Indonesia produce quasi il 60% del nichel. Senza la produzione di questi due paesi non ci sarebbe nessuna transizione energetica in nessuna parte del mondo. Almeno non a livello significativo.  

Paesi produttori contro paesi sfruttatori

Per anni le multinazionali occidentali e cinesi hanno potuto sfruttare questi giacimenti a basso costo sia in termini di tasse e royalties che in termini di manodopera locale. Le multinazionali minerarie sono tra le imprese che hanno avuto i guadagni migliori negli ultimi venti anni. Nonostante la volatilità dei prezzi e il susseguirsi di nuove tecnologie, le multinazionali minerarie hanno garantito guadagni a due cifre ai loro azionisti ormai costantemente negli ultimi anni. 

Deep sea mining

Ma le cose stanno un po’ cambiando: i paesi in via di sviluppo sono ormai più che consapevoli della maledizione delle risorse – vedi l’articolo dedicato in questa stessa rubrica – e stanno prendendo delle contromisure. L’Indonesia, per esempio, nel 2020 ha proibito l’esportazione di ossido di nichel, costringendo quindi le multinazionali a trasformare il nichel nel paese prima di poterlo esportare. 

Dal 2025 anche la Repubblica Democratica del Congo sta imponendo delle moratorie all’esportazione di cobalto in modo da far salire i prezzi e poter quindi guadagnare dalla enorme produzione del paese. Inoltre, sta lentamente seguendo i passi dell’Indonesia per costringere le multinazionali a investire anche nella lavorazione e non solo nello sfruttamento della materia prima. Negli ultimi anni lo Zimbabwe ha bloccato le esportazioni di litio, il Vietnam quelle di terre rare e la Guinea quelle della bauxite. Addirittura, gli Stati Uniti hanno proibito le esportazioni della spazzatura elettronica, consapevoli della risorsa che essa può diventare.  

Un precedente storico

Ora facciamo un passo indietro di circa 60-70 anni. Fino agli anni ’50/’60 il mercato del petrolio era dominato da pochissime imprese multinazionali, le cosiddette sette sorelle. In quel periodo iniziò però una forte ondata di nazionalizzazioni nel settore petrolifero e vennero stretti i primi accordi tra paesi produttori per avere un prezzo equo – il cartello dell’OPEC per esempio. Le multinazionali occidentali si ritrovarono in crisi e trovarono la soluzione nel mare aperto. Infatti, fu proprio in quegli anni che iniziarono le trivellazioni offshore che oggi ci sembrano cosa normale. Il primo pozzo offshore fu inaugurato nel 1947, ma fino all’inizio degli ’70 era considerata una pratica estremamente costosa, tecnologicamente complessa e anche pericolosa per l’ambiente.

Quando però, nel 1973, in seguito alla guerra dello Yom Kippur, i paesi arabi decisero di bloccare l’esportazione di petrolio verso i paesi che sostenevano Israele – quindi USA ed Europa occidentale – l’estrazione petrolifera off-shore venne considerata come un’ancora di salvezza. Tutti i problemi tecnologici e i rischi ambientali vennero messi da parte e si assistette a un vero e proprio boom della ricerca di idrocarburi in mare aperto. La Norvegia e la Gran Bretagna furono i leader in Europa, gli Stati Uniti cominciarono a estrarre petrolio nel golfo del Messico a ritmi mai visti prima e le multinazionali occidentali si affacciarono a largo di nuovi paesi produttori come la Nigeria e l’Angola.  

Deep sea mining
Robot per il deep sea mining

Ovviamente i danni ambientali non erano spariti e nemmeno il rischio di disastri come quello della Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera che esplose provocando il più grave disastro ambientale della storia americana. Semplicemente il gioco valeva la candela per le multinazionali petrolifere e per il mondo occidentale in pieno boom economico. Oggi siamo in una situazione simile. Come abbiamo visto prima, i paesi produttori di minerali stanno cercando sempre più di limitare lo strapotere delle multinazionali minerarie. E le multinazionali stanno reagendo come cinquant’anni fa: spostandosi verso il mare. Sono infatti già in atto le prime esplorazioni di minerali nelle profondità sottomarine in quello che viene definito deep sea mining.  

Cos’è il deep sea mining e perché si sta diffondendo

Semplificando estremamente, l’estrazione mineraria in alto mare inizia in superficie con una grande nave da supporto posizionata sopra l’area del fondale oceanico da scavare. Questa nave cala sul letto dell’oceano, a migliaia di metri di profondità, dei giganteschi veicoli robotici cingolati pesanti diverse tonnellate che vengono guidati da remoto. Questi enormi robot si muovono lentamente sulla piana abissale e utilizzano speciali spazzole rotanti o sistemi di aspirazione per raccogliere le vene minerali o per raschiare le croste rocciose.

Una volta raccolti, i materiali rocciosi vengono frantumati direttamente sul fondale da questi macchinari per facilitarne il trasporto. Il materiale triturato viene miscelato con l’acqua marina per creare una specie di fango denso che viene pompato verso l’alto. Questo passaggio avviene attraverso un lunghissimo sistema di tubazioni verticali che collega i robot sottomarini alla nave in superficie. Una volta che la miscela raggiunge la nave, i macchinari di bordo separano l’acqua di mare dai solidi, trattenendo i preziosi frammenti minerali all’interno delle stive della nave.

L’acqua di scarto rimasta, che è ancora densa di fango sottile e detriti leggeri, viene infine rigettata nell’oceano attraverso un altro tubo che la rilascia a metà profondità per cercare di non contaminare la superficie. La nave trasferisce poi i minerali accumulati a navi da carico più grandi che li trasportano verso la terraferma per la raffinazione finale. 

Deep sea mining

Gli effetti sull’ambiente del deep sea mining

Non serve essere degli scienziati marini per capire che tutto questo processo è dannosissimo per l’ecosistema marino. Innanzitutto, i macchinari cingolati che effettuano il deep sea mining schiacciano tutto ciò che incontrano sul loro cammino. Le superfici che vengono dragate sono immense: parliamo di centinaia di chilometri quadrati alla volta. Alcuni fondali poi sono così profondi che di fatto ancora non li conosciamo. Di fatto questa attività mette a rischio delle specie animali e vegetali che ancora non sono nemmeno note.

Inoltre, il passaggio di questi robot solleva enormi e dense nuvole di fango sottomarino che viaggiano per chilometri lungo le correnti oceaniche, soffocando i pesci e bloccando l’apparato digerente degli organismi che filtrano l’acqua per nutrirsi. Per di più, il rilascio a metà profondità delle acque di scarto cariche di sedimenti e metalli pesanti minaccia la catena alimentare, contaminando il plancton e le specie ittiche commerciali che consumiamo abitualmente. Infine, i forti rumori e le luci artificiali accecanti prodotti dai macchinari disturbano gravemente i mammiferi marini e le creature abissali, che dipendono dal buio e dal silenzio per orientarsi, comunicare e cacciare. 

In poche parole, la pratica del deep sea mining provoca un disastro ecologico di proporzioni immense. E il tutto sostanzialmente con soli due scopi. Il primo è quello di garantire alle multinazionali e ai loro azionisti i guadagni a due cifre che hanno sempre fatto. E il secondo è quello di non dipendere da paesi che potrebbero voler beneficiare, anche solo in parte, le risorse del loro sottosuolo.  

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.