Safe Holy Land, l’ultima clinica veterinaria di Gaza: “Salvando gli asini salviamo anche vite umane”
Abbiamo intervistato Saif Alden, che dall’Italia coordina a distanza il lavoro della sua squadra sul campo, per farci raccontare la nascita del progetto Safe Holy Land e il legame speciale che unisce i gazawi ai loro animali.
Quando le bombe hanno colpito la sua casa, non c’era nessuna ambulanza a Gaza per portare in ospedale una donna incinta rimasta tra le macerie. Per sua fortuna, è stato un asino a farlo. Quello stesso asino era stato curato pochi giorni prima dal team coordinato da Saif Alden, che dal 2024 coordina a distanza – oggi infatti vive in Italia – Safe Holy Land, l’unica clinica veterinaria mobile rimasta attiva nella Striscia.
Dall’ottobre 2023, quando Israele ha dichiarato lo stato di guerra e avviato un’offensiva su tutta la Striscia, gran parte dei servizi essenziali nel territorio si è progressivamente fermata: ospedali, trasporti, distribuzione di cibo e acqua, telecomunicazioni. Le stime sulle vittime parlano ormai di almeno 73.000 morti e i 173.000 feriti dall’inizio della guerra, molti dei quali minorenni.
Sono numeri talmente enormi da risultare quasi incomprensibili al nostro cervello e in questa massa indistinta di cifre le singole storie finiscono per perdersi. Quella donna ha poi partorito in ospedale: senza quell’asino lei e il suo bambino sarebbero morti tra le macerie. Qui però vogliamo raccontare la storia dell’asino. E non solo di quello: dall’inizio della guerra il team di Saif ha curato oltre 7.000 asini, oltre a migliaia di altri animali. E, come racconta lo stesso Alden, «questi asini sono l’ultimo filo che collega le persone ai servizi essenziali di cui hanno disperatamente bisogno».

Una squadra che lavora a distanza
Il progetto della clinica veterinaria mobile è nato nel marzo 2024. «In quel periodo moltissimi animali non ricevevano nessuna cura e molti morivano a causa della guerra, dell’assenza di assistenza e di tutto ciò che il conflitto ha comportato per loro», ha detto Saif a Italia che Cambia. A marzo 2024, racconta, a Gaza non esisteva più nessuna clinica veterinaria in grado di funzionare: quelle che c’erano prima della guerra erano state distrutte o danneggiate dai bombardamenti, la stessa sorte toccata a gran parte delle strutture sanitarie del territorio, comprese quelle per le persone.
Nello stesso periodo lui stesso aveva perso le sue due fattorie, con tutti gli animali che vi si trovavano. Da lì la decisione di fare qualcosa: «Ho deciso di proteggere gli animali di Gaza. Li chiamo “le voci” perché non possono parlare, non possono comunicare il loro dolore, e il nostro compito è farlo per loro, prendercene cura, curarli». Fin dalla sua nascita il team di Safe Holy Land doveva spostarsi di continuo, da un villaggio all’altro, da una strada all’altra, per raggiungere gli animali da curare.
Quando Saif ha avviato la clinica viveva ancora a Gaza, insieme al suo team. Ha lasciato il territorio durante la guerra, in seguito al ferimento di suo padre, per portarlo in salvo in Egitto. Da lì, dopo aver ottenuto un assegno di ricerca dall’Università Sapienza di Roma, si è trasferito in Italia, da dove continua a seguire e coordinare il lavoro della clinica a distanza: si occupa della logistica e cerca il sostegno economico necessario per acquistare farmaci e medicinali e permettere alla squadra di spostarsi e curare gli animali.

Sul campo a Gaza, a guidare la squadra è il dottor Abuisaac, responsabile di Safe Holy Land nel territorio. Il team comprende inoltre il veterinario dottor Solomon, l’assistente veterinario Mohammed e il maniscalco Isaac, la figura che si occupa degli zoccoli di asini e cavalli, oltre a Najeeba, responsabile della comunicazione e della gestione operativa della squadra. «È un lavoro di squadra, molto impegnativo, che portiamo avanti tutti insieme» spiega. Il team sul campo comprende un veterinario professionista, un assistente veterinario e un maniscalco, la figura che si occupa degli zoccoli di asini e cavalli.
Non è un lavoro ordinario
Il team di Saif non lavora in condizioni ordinarie. Il 13 marzo 2025 un attacco aereo israeliano ha colpito la clinica di Safe Holy Land pochi minuti dopo che la squadra l’aveva lasciata: un episodio che Alden ha già raccontato al Guardian come «un terremoto piovuto dal cielo». Nell’attacco nessuno è rimasto ferito, ma l’attrezzatura e i medicinali necessari a far funzionare la clinica mobile sono andati distrutti.
Nel mese successivo Alden ha attraversato la Striscia per recuperare da zero gli strumenti necessari a riprendere il lavoro. «È stata la prova del nostro scopo, della nostra missione, della nostra resilienza» ha detto. «È stato un miracolo essere sopravvissuti. E la sopravvivenza non è stata la fine della storia, ma solo l’inizio di un’altra battaglia. L’attacco ci ha tolto tutti gli strumenti che usiamo per salvare vite. Abbiamo ricominciato da zero, perché gli animali sono ancora qui. Hanno ancora bisogno di noi. E non li abbandoneremo mai».
Quando li aiutiamo non stiamo semplicemente salvando una vita, stiamo preservando un legame sacro tra esseri umani e animali
Asini e cavalli, l’ultimo filo che tiene unita Gaza
Con le strade distrutte, i veicoli quasi tutti fuori uso e il carburante introvabile a causa del blocco imposto da Israele, asini e cavalli sono diventati per i gazawi l’unico mezzo per spostarsi e trasportare beni di prima necessità. Li si vede trainare carretti carichi delle masserizie di intere famiglie sfollate da un quartiere all’altro, ogni volta che le forze israeliane ordinano l’evacuazione di una nuova area; li si usa per raggiungere ospedali, cercare acqua, cibo, carburante.
Il lavoro della clinica mobile di Safe Holy Land consiste proprio nell’intercettare questi animali: il team si sposta di continuo, si ferma in punti diversi in giorni stabiliti perché chi ha un animale ferito possa portarglielo, ma soprattutto va a cercare gli animali abbandonati tra le macerie, risponde alle chiamate di chi ha un asino malato o ferito, interviene anche nelle aree più pericolose quando viene chiesto un salvataggio.
Ogni animale viene avvicinato con cautela, valutato, curato per ferite, fratture o malnutrizione. Poi non resta che aspettare e sperare che il corpo, con le poche risorse a disposizione, riesca a guarire. «Con ognuno di loro viviamo un percorso personale – ci racconta Alden – offrendo sensibilità e dignità dopo i traumi che hanno vissuto. E se da un lato ci affidiamo alla scienza, con le poche attrezzature che abbiamo per curarli finiamo per contare soprattutto sulla forza di volontà».

Quando stanno meglio non ci sono festeggiamenti: gli animali non sono trofei. «Restiamo in silenzio al loro fianco, come facciamo con ogni altro animale che abbiamo aiutato. Ma dentro, una parte di noi sussurra una preghiera di gratitudine. Quando li aiutiamo non stiamo semplicemente salvando una vita, stiamo preservando un legame sacro tra esseri umani e animali. Stiamo tenendo viva la speranza». Dall’inizio della guerra, il team ha curato oltre 7.000 asini, oltre a migliaia di altri animali.
Un servizio gratuito, sostenuto dalle donazioni
Il servizio della clinica Safe Holy Land è completamente gratuito: farmaci, cure, a volte anche cibo, tutto ciò di cui gli animali hanno bisogno. «Non chiediamo mai soldi alle persone, perché semplicemente non ne hanno. Il nostro compito è aiutarle, non chiedere loro qualcosa in cambio» racconta Saif.
Il progetto era nato nell’ambito di Safe Haven for Donkeys, charity internazionale attiva dal 2000 nel Regno Unito nella cura di asini e cavalli da lavoro tra Israele, Territori palestinesi ed Egitto, che ne aveva sostenuto l’avvio a Gaza. Da qualche tempo però, il team di Saif porta avanti il proprio lavoro in autonomia, senza più il supporto della charity, e si regge esclusivamente sulle donazioni di chi ha a cuore la sorte degli animali di Gaza.
Una transizione che rende ancora più difficile un lavoro già segnato da episodi come l’attacco del marzo 2025, che ha azzerato in un colpo solo l’attrezzatura disponibile. «Il nostro è un lavoro completamente volontario e gratuito – spiega Saif – e ci serve sostegno per comprare farmaci, cibo, un mezzo di trasporto per spostarci da una zona all’altra e intervenire nelle emergenze».
Il legame tra i gazawi e i loro animali
Nonostante la guerra, la cura per gli altri animali da parte dei gazawi non si è mai interrotta. «Noi palestinesi di Gaza abbiamo un legame fortissimo con gli animali. Cani e gatti sono membri della famiglia, non semplici animali» racconta Saif. Le persone dormono insieme a loro nelle tende, anche adesso che non hanno più una casa, e chiamano il team disperate.
«Alcune ci chiedono di curare il loro cane perché è come un figlio, raccontano di aver perso tutta la famiglia e di avere solo il gatto rimasto, implorano di salvarlo». Oltre ad asini e cavalli, il progetto si occupa anche di un gran numero di cani e gatti randagi che hanno perso i loro proprietari nella guerra, morti sotto i bombardamenti: «Ora è compito nostro prendercene cura, nutrirli e curarli», spiega Saif.
Come aiutare
Saif ha scelto di raccontare pubblicamente a Italia che Cambia il lavoro della clinica per un legame speciale con il nostro paese: «Amiamo l’Italia e gli italiani, siete un popolo che ci sostiene da tanti anni. Sento che avete a cuore la verità, la giustizia, gli animali e le persone innocenti. Qui mi sento a casa». Il suo augurio è che il mondo sappia che i gazawi, anche dopo aver perso tutto, non smettono di prendersi cura degli animali, che per loro restano membri della famiglia.










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