E se una soluzione per un turismo a basso impatto fosse dare valore agli spazi meno turistici?
Alcuni suggerimenti per combattere l’overtourism: adottare un approccio più rispettoso delle comunità locali e dell’ambiente, destagionalizzare, scegliere mete alternative a quelle massificate.
In Sardegna la campagna occupa il del territorio, l’84% dei Comuni non raggiunge i 5.000 abitanti, i giovani che emigrano per studiare e lavorare sono sempre più. La vita nei contesti rurali è spesso raccontata come arretrata, spenta, priva di opportunità di crescita e stimoli. Eppure d’estate questa terra si riempie di turisti che si vantano di poter frequentare spiagge irreali, mentre restano in disparte quei luoghi più periferici, difficili da raggiungere in auto, più naturali o magari percepiti come sporchi a causa del principale garante delle nostre coste: le alghe.
Siamo abituati ai posti da cartolina, al mare cristallino, ai chicchi di sabbia bianca e finissima e accanto a questo vogliamo la comodità dei resort, delle piscine, dei negozi per il nostro shopping, dei supermercati aperti 24 ore su 24, bar e ristoranti di ogni genere. Ma non tutte le località nascono per diventare centri commerciali a cielo aperto, non tutti devono esserlo, non tutte le spiagge devono essere allestite con lettini ed ombrelloni e non tutti i sentieri devono essere segnalati. Crescere, essere appetibili, non significa per tutti i territori la stessa cosa. Alle volte, anzi, il suo bello è proprio riuscire a conservare la sua anima più autentica nonostante tutto intorno cambi.
E altrettante volte, per noi e per quel territorio, può essere fondamentale riscoprirne la parte meno turistica, quella più segreta e meno esposta, non invasa dal turismo ma minacciata costantemente dagli spazi che questo richiede per sé, dal rischio che la vegetazione autoctona saprisca per diventare un sentiero di erba perfettamente verde e tagliata che porta da una comoda stanza alla spiaggia in meno di 5 minuti. Dalle esigenze della vita quotidiana e locale che alle volte sembra quasi doversi mettere in pausa per lasciar spazio a quelle dei temporanei ospiti.

Se c’è una cosa che possiamo fare allora, anche d’estate e a cominciare da oggi, per salvaguardare il territorio, qualunque esso sia, è riscoprirlo. Al di là dei posti più turistici, possiamo approfittare di un ponte, delle ferie, di un pomeriggio, per armarci di cartina e guardare cosa abbiamo intorno, più o meno vicino, conoscerlo forse per la prima volta, guardarlo sotto una luce diversa e valorizzarlo, godendoci una bellezza che forse è sempre stata sotto il nostro naso, ma non è mai arrivata a essere vista davvero.
Il primo ingrediente per salvaguardare un territorio è conoscerlo. La consapevolezza è alla base di tutto. È necessario andare “oltre la mappa”. Un territorio è chi lo abita, è le sue tradizioni, usanze, i suoi legami sociali, il modo in cui la sua comunità ha imparato a starci e pensarsi in esso. E tutto questo si può scoprire avvicinandosi con rispetto proprio ai centri meno turistici.
Le comunità più piccole sono da sempre il contesto migliore in cui sperimentare una forma positiva di collettività. Il senso di appartenenza è più forte e si comprende facilmente che ciò che è di tutti è anche proprio. E spesso proprio tra le comunità più periferiche e piccole sono organizzate feste, cene sociali, iniziative locali in cui lasciarci coinvolgere per sentirci parte di qualcosa di autentico.
Con overtourism, non si intende semplicemente troppo turismo, ma turismo “mal distribuito” nello spazio e nel tempo
Riscoprire i centri non turistici lascia poi più respiro a quelli che sono presi più di mira invece dal turismo e ci consente di vivere esperienze più rilassate, meno impattanti per l’ambiente e decisamente più sostenibili. Anche dal punto di vista economico, dare il nostro contributo a una realtà più defilata, in un contesto di attività, musei o artigianato locale, è una scelta che ha grandi ripercussioni.
Da un lato abbiamo le grandi città o i centri più conosciuti che soffrono la pressione delle masse di turisti che vi si riversano, i lavoratori stagionali sono spesso legati a salari bassi e condizioni di lavoro estreme e vien meno la disponibilità di alloggi a prezzi stabili e accessibili per chi quel luogo lo vive quotidianamente. Dall’altro lato ci sono i luoghi più periferici che si svuotano, la popolazione diminuisce, le attività lavorative faticano.
Questo è quello che si intende con overtourism, non si tratta semplicemente di troppo turismo, come potrebbe a prima vista suggerirci la parola, quanto più di turismo “mal distribuito” nello spazio e nel tempo. Tante persone concentrate nelle stesse poche settimane, in pochi posti che non sono nati e pensati per accoglierle e che risentono dell’impatto di questa pressione.

Rifiuti da smaltire, utilizzo delle risorse, di acqua ed energia sproporzionati, erosione dei sentieri, delle spiagge, rumori, calpestii: l’impatto sulle città, così come sulla biodiversità, è immediato e difficile da gestire. Immaginiamo una spiaggia che per dieci mesi l’anno vive sola nel suo naturale equilibrio e di colpo per due mesi riceve a ondate barche che scaricano migliaia di turisti che piantano ombrelloni, magari fumano o lasciano rifiuti, cibo avanzato e anche non volendo interferiscono con lo sviluppo e nella crescita della flora e fauna locali.
Questa tendenza nei prossimi anni sarà ancora più sostenuta. I flussi turistici globali continueranno ad aumentare e concentrarsi nelle settimane di alta stagione e nei principali centri d’interesse, ovvero le grandi città o le aree più famose e conosciute. In questo senso, la nostra semplice scelta di valutare zone più marginali può fare la differenza, contribuire a quella migliore distribuzione del peso, ma anche del valore del turismo, che lo renderebbe sostenibile, nel rispetto delle esigenze dell’ambiente.
Ridurre il carico, lo stress, decentrare e portare risorse e attenzione anche a quei territori e a quelle zone meno viste, da riscoprire per aiutare le une e le altre. Questo possiamo farlo scegliendo di privilegiare ciò che rimane in disparte, le spiagge più isolate, un sentiero o un cammino poco conosciuti, un borgo o un villaggio vicini e meno frequentati, quei posti non oggetto di rotte turistiche, ma che possono diventare meta di itinerari alternativi, di soggiorni in tranquillità, autenticità e di contatto più profondo con la natura e che possono regalarci quella sensazione di benessere che deriva dall’essere in armonia con ciò che ci sta intorno.
Vuoi approfondire?
Leggi lo speciale Lavoro stagionale: manca il personale o mancano le condizioni? realizzata dai colleghi e dalle colleghe di Sardegna Oltre la Cronaca.












Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi