Amministrazione condivisa: cosa succede quando Comune e cittadini scelgono di collaborare per il bene comune?
Comuni e cittadini che collaborano per decidere insieme come rispondere ai bisogni di un territorio: è l’amministrazione condivisa. Ce la spiega Gianfranco Marocchi, tra gli organizzatori della Biennale della Prossimità.
In Emilia Romagna, in uno dei tanti capannoni svuotati dal progressivo ritiro della produzione industriale, oggi c’è chi mangia insieme, chi fa i compiti al doposcuola, chi assiste a uno spettacolo e chi si ritrova per il solo gusto di stare in compagnia. A dare nuova vita a uno spazio altrimenti abbandonato non è stato il classico progetto calato dall’alto, ma un tavolo di lavoro condiviso fra Comune, cooperative, associazioni e cittadini.
È uno degli esempi concreti di quella che viene chiamata amministrazione condivisa: un modello, oggi diffuso in centinaia di territori in tutto il Paese, in cui pubblica amministrazione e cittadini smettono di recitare le parti consuete – chi chiede da un lato, chi risponde dall’altro – e si siedono allo stesso tavolo per decidere insieme come rispondere ai bisogni di un territorio.
«Quando l’esperimento funziona, i soggetti coinvolti smettono di ragionare come parti separate e si concentrano sul bene per la loro comunità» racconta Gianfranco Marocchi, cooperatore sociale e ricercatore da anni impegnato sui temi della collaborazione tra pubblica amministrazione e Terzo settore, autore – insieme a Ugo De Ambrogio – del libro Coprogrammare e coprogettare. Amministrazione condivisa e buone prassi. Marocchi è anche co-direttore della Biennale della Prossimità, l’appuntamento nazionale dedicato alle pratiche di prossimità e democrazia partecipata, che si terrà a Torino dal 1° al 3 ottobre con il titolo “Pratiche di democrazia profonda”, di cui Italia che Cambia è tra i promotori nazionali.
Gli strumenti dell’amministrazione condivisa
Quando parliamo di amministrazione condivisa non ci riferiamo a un unico strumento, ma a un approccio complesso. Nell’ordinamento italiano si declina soprattutto in due strade. La prima è quella della coprogrammazione e della coprogettazione, introdotte dall’articolo 55 del Codice del Terzo Settore: due percorsi con cui pubblica amministrazione ed enti del Terzo settore costruiscono insieme, rispettivamente, la programmazione delle politiche sociali di un territorio e la progettazione di interventi specifici.

La seconda strada è quella dei Regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, attraverso cui anche singoli cittadini – non necessariamente organizzati in associazioni – possono stipulare con il proprio Comune dei patti di collaborazione per la cura di uno spazio pubblico: un modello adottato ormai da oltre trecento Comuni italiani, il primo a Bologna nel 2014, usato anche per la gestione di beni confiscati e degli immobili abbandonati.
Secondo il decimo Rapporto Labsus – aggiornato al 31 dicembre 2024 – 312 Comuni italiani hanno adottato il Regolamento e sono stati stipulati oltre 8.000 patti di collaborazione in dieci anni. Ma è l’aspetto della coprogettazione quello su cui vale la pena soffermarsi di più: è lo strumento che entra più a fondo nella costruzione condivisa dei servizi – non solo nella cura di uno spazio – ed è anche quello su cui si concentra il lavoro di ricerca di Marocchi.
Coprogettare: una trasformazione culturale
Quando un Comune ha bisogno di realizzare un servizio, la strada più tradizionale è quella dell’appalto: un bando a cui rispondono più soggetti in concorrenza tra loro e chi offre le condizioni migliori si aggiudica il lavoro. Questa logica tuttavia nasconde non pochi problemi. Il meccanismo della gara, per sua natura, mette i soggetti in competizione anziché in collaborazione e questo rende più difficile la creazione di legami reali fra fornitori e comunità in cui operano. Un servizio messo a bando inoltre viene definito una volta per tutte nel capitolato: se dopo qualche mese emerge che quel modello non funziona come previsto, non c’è quasi margine per farlo evolvere prima della scadenza del contratto.
La coprogettazione parte da un presupposto diverso: non ci sono un compratore e un venditore, ma due soggetti che condividono la stessa finalità e si siedono a un tavolo per costruire insieme la risposta a un bisogno del territorio. «Non siamo io che voglio comprare un servizio da te» spiega Marocchi. «Siamo in due che vogliamo lo stesso bene per la comunità, e da quel riconoscimento nasce il resto».
Passare dalla logica dell’appalto a quella della coprogettazione non è solo un cambio di procedura amministrativa: è, prima di tutto, un cambiamento culturale. «È un modo nuovo di rapportarsi a cui nessuno dei due è abituato», racconta Marocchi. La pubblica amministrazione è abituata a scrivere un capitolato; il terzo settore è abituato a rispondervi. Quando invece i due devono costruire insieme, partendo da un tavolo vuoto, capita che nessuno dei due sappia bene come interpretare il proprio ruolo.
La pubblica amministrazione è abituata a scrivere un capitolato; il terzo settore è abituato a rispondervi
Quando la transizione riesce però succedono cose sorprendenti. A Chivasso, vicino Torino, fino a qualche anno fa l’azienda sanitaria stabiliva un numero fisso di ore di assistenza domiciliare, deciso a tavolino. Un modello molto rigido e con limiti evidenti: le ore di educatore assegnate a ciascun caso erano standard e non erano pesate sui bisogni delle singole persone.
Oggi, grazie a un percorso di coprogettazione, esiste un coordinamento territoriale dove famiglie, cooperative, psichiatri e talvolta gli stessi pazienti si siedono insieme per decidere come rispondere ai bisogni reali: una casa da trovare per un percorso di autonomia, un’azienda disposta ad accogliere qualcuno per un primo avvicinamento al lavoro. Le ore non vengono più stabilite in anticipo e il lavoro si costruisce e si aggiorna davvero sulla base delle esigenze.
Questo non significa che la pubblica amministrazione rinunci alle proprie responsabilità: «Se la coprogettazione non riesce a garantire il sostegno che le persone hanno diritto di ricevere, è giusto – precisa Marocchi – che l’amministrazione torni al proprio ruolo di garante. Ma quando funziona, il beneficio è chiaro: la responsabilità di chi ha proposto cosa passa in secondo piano, e conta il risultato collettivo».
Come funziona, in pratica
In genere, il percorso dell’amministrazione condivisa parte da un avviso pubblico – non un bando di gara – con cui l’amministrazione annuncia gli obiettivi generali che vuole raggiungere e chiede a chi è interessato di farsi avanti. A rispondere sono cooperative, associazioni, realtà del territorio: ma quello che viene valutato, a questo stadio, non è ancora una proposta dettagliata, bensì l’affidabilità del soggetto. «Se si parla di lavorare con i giovani – spiega Marocchi – è ragionevole scegliere chi ha già esperienza in quell’ambito».

Con i soggetti individuati parte il lavoro ai tavoli. E qui, secondo Marocchi, il passaggio decisivo è partire dai bisogni, non dalle attività: la domanda giusta non è “cosa vuoi fare tu con questo spazio”, ma “di cosa ha bisogno questa città, che ancora non c’è e che questo spazio potrebbe diventare?”.
Se questo lavoro di ascolto viene fatto bene, la decisione finale arriva quasi naturalmente, per consenso. Ma perché il consenso regga davvero, secondo Marocchi c’è una variabile decisiva: avere un orizzonte di lungo periodo, non una singola occasione da spartirsi in un colpo solo. Pensare che quel tavolo continuerà a occuparsi dello stesso tema per i prossimi dieci anni e non solo di quella specifica opportunità, rende molto più semplice anche accettare, oggi, di fare un passo indietro, sapendo che domani potrà essere il turno di qualcun altro a farlo.
Il risultato di questo modo di lavorare non è mai definitivo: il primo incontro – cinque, dieci pagine scritte insieme – non è mai il punto d’arrivo. «L’esperienza ci dice che non è mai l’esito finale» racconta Marocchi. «In un percorso collaborativo, dopo magari sei mesi, avremo dei dati concreti che ci diranno che qualcosa non funziona, e saremo portati via via a far evolvere il progetto». Nelle esperienze che riescono, il tavolo diventa così qualcosa di stabile: non un passaggio con un inizio e una fine, ma uno spazio permanente che accompagna il progetto nel tempo.
È esattamente questo il percorso che ha portato alla trasformazione del capannone industriale abbandonato che citavamo in apertura. Il Comune ha messo a disposizione lo spazio, riqualificato anche grazie a fondi regionali, e insieme a cooperative e associazioni del territorio ha deciso, tavolo dopo tavolo, cosa farne, optando infine per una serie di servizi pensati per rispondere a bisogni diversi della comunità. Oggi in quegli stessi capannoni convivono un esercizio di ristorazione gestito da una cooperativa, sale che associazioni e cittadini possono richiedere per le proprie attività, un doposcuola per i più piccoli e spazi di lavoro condiviso.

Le criticità
L’amministrazione condivisa non è priva di nodi irrisolti. Il primo, già raccontato, è culturale: pubblica amministrazione e Terzo settore non sono ancora davvero abituati ai nuovi ruoli, e questo genera incertezza, tentativi, qualche passo falso. Inoltre, amministrazione comunale e Terzo settore, per quanto centrali, sono solo due fra i tanti attori che animano un territorio: perché non includere anche gli altri? Su questo, Marocchi afferma che il modello può includere anche altri soggetti che normalmente restano fuori da questi tavoli: commercianti, artigiani, edicolanti, comunità specifiche, aziende. «Nulla lo impedisce» spiega. «Si possono invitare ai tavoli, si può ragionare insieme a loro».
C’è poi una questione che riguarda il modo in cui queste esperienze vengono raccontate – anche da chi, come noi, scrive di cambiamento. Marocchi dice di essere diventato piuttosto diffidente verso la logica delle “buone prassi” da mettere in vetrina. Non perché non ce ne siano di valide – anzi, l’Italia ne è piena – ma perché il rischio è che raccontare sempre le stesse esperienze come casi isolati e speciali faccia perdere di vista il modello che le rende possibili. Per questo, più che soffermarsi su una singola storia, ci tiene a insistere sul processo: sui bisogni, sul metodo, sulle decisioni prese insieme – perché è lì, più che nel singolo caso esemplare, che si gioca la possibilità di replicare l’esperienza altrove.
Cosa posso fare io
Sia che si faccia parte di un’organizzazione del Terzo settore, sia che si sia singoli cittadini o cittadine, è possibile avere un ruolo in questo modello. Ecco alcuni modi concreti per iniziare:
- Se si fa parte di un ente del Terzo settore, tenere d’occhio gli avvisi pubblici di coprogrammazione e coprogettazione del proprio Comune, spesso pubblicati nella sezione “Amministrazione trasparente” del sito comunale, e valutare di farsi avanti: non serve una proposta già pronta, ma la disponibilità a costruirla insieme.
- Se si è singoli cittadini o cittadine, verificare se il proprio Comune ha già adottato un Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni. Se il proprio Comune non lo ha ancora, si può proporne l’adozione: Labsus mette a disposizione online un regolamento-tipo da cui partire.
- In entrambi i casi, segnalare al proprio Comune un immobile o uno spazio pubblico inutilizzato che potrebbe diventare qualcosa di utile per la comunità, chiedendo se esistono già percorsi di coprogettazione attivi o proponendone uno.
- Partecipare alla Biennale della Prossimità, a Torino dal 1° al 3 ottobre: un’occasione per conoscere da vicino esperienze di amministrazione condivisa da tutta Italia, gratuita e aperta a chiunque, non solo agli addetti ai lavori.
Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti in vista della Biennale della Prossimità 2026 in cui esploriamo la crisi della democrazia attuale e le possibili alternative.










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