Come organizzare un evento sostenibile in spiaggia? Ma soprattutto: ha senso farlo?
È possibile organizzare un evento sostenibile – un concerto, un festival, una manifestazione sportiva – in una spiaggia o un altro luogo particolarmente delicato dal punto di vista ecosistemico? Proviamo a capire se e come si può con Francesca Trenta, ricercatrice e divulgatrice scientifica e collaboratrice di TerraLab ETS.
Le spiagge hanno un modo particolare di ingannarci. A uno sguardo veloce sembrano spazi vuoti: sabbia, mare, qualche ombrellone, una distesa aperta pronta a essere attraversata. Luoghi apparentemente neutri, disponibili, quasi naturali scenografie delle nostre estati. Eppure basta fermarsi un momento, magari all’alba, quando il rumore umano si ritira, per accorgersi che una spiaggia è tutt’altro che vuota.
Sotto quella sabbia si muovono equilibri invisibili. Vegetazione pioniera, dune che proteggono la costa dall’erosione, uccelli migratori che trovano rifugio lungo il loro viaggio e altri animali che scelgono la spiaggia come loro casa. In alcuni casi, persino tartarughe marine che tornano a nidificare dopo anni di assenza. Una spiaggia in fondo è un organismo vivo. E proprio per questo nasce una domanda sempre più difficile da ignorare: è possibile organizzare un evento sostenibile, magari di grande portata, all’interno di ambienti naturali senza comprometterne gli equilibri?
La questione non riguarda soltanto i concerti. Festival, manifestazioni sportive, eventi culturali e iniziative turistiche possono portare migliaia di persone in luoghi caratterizzati da una biodiversità importante e spesso particolarmente vulnerabile. Il problema non è quindi necessariamente l’evento in sé, ma il modo in cui viene progettato, il luogo che viene scelto e la capacità di prevedere e gestire gli effetti che quella presenza può produrre.

Quando un evento incontra un ecosistema
Ogni grande manifestazione ha un’impronta sul territorio. Migliaia di persone significano spostamenti, infrastrutture temporanee, consumo di risorse, produzione di rifiuti, illuminazione, rumore e trasformazioni, anche se momentanee, dello spazio. In un contesto urbano, molte di queste pressioni possono essere assorbite da infrastrutture già esistenti e da ambienti fortemente antropizzati. In un ecosistema naturale invece, lo stesso evento può avere conseguenze molto diverse.
Pensiamo a una spiaggia durante la stagione riproduttiva del fratino, piccolo uccello costiero che depone le uova direttamente sulla sabbia. Oppure a una costa interessata dalla nidificazione della Caretta caretta, la tartaruga marina più comune del Mediterraneo, che negli ultimi anni ha ampliato la propria presenza riproduttiva lungo le coste italiane. In questi casi, quello che per noi può sembrare semplicemente uno spazio libero è in realtà un habitat utilizzato per funzioni biologiche fondamentali. Questo significa che organizzare un evento sostenibile non può limitarsi a raccogliere i rifiuti alla fine della manifestazione o a sostituire la plastica monouso con materiali alternativi. La sostenibilità deve iniziare molto prima.
La sostenibilità comincia dalla progettazione
Un evento sostenibile dovrebbe essere progettato considerando il territorio come parte integrante dell’evento stesso. La prima domanda quindi non dovrebbe essere soltanto “come possiamo organizzare questo evento?”, ma anche “questo è il luogo giusto per organizzarlo?”. La scelta della location è probabilmente uno degli strumenti più importanti. Non tutti gli ambienti hanno la stessa vulnerabilità e non tutti possono sopportare lo stesso livello di pressione. Un’area industriale dismessa, uno spazio urbano già fortemente antropizzato o una struttura progettata per accogliere grandi numeri possono rappresentare alternative preferibili rispetto a un habitat naturale particolarmente delicato.
Ma la scelta del luogo è soltanto il primo passo. È necessario conoscere chi vive in quell’ambiente e in quali periodi dell’anno lo utilizza. La presenza di specie protette, i periodi riproduttivi, le rotte migratorie, la vegetazione dunale, la presenza di habitat sensibili e la capacità dell’ecosistema di assorbire una determinata pressione dovrebbero essere elementi considerati già durante la progettazione. Per questo motivo figure come biologi, ecologi, naturalisti e altri professionisti della conservazione possono svolgere un ruolo fondamentale: non come soggetti chiamati a valutare un danno quando l’evento è già stato deciso, ma come parte integrante della progettazione.

Non esiste un evento sostenibile a impatto zero
Parlare di sostenibilità non dovrebbe però significare promettere l’assenza totale di impatti. Un grande evento produce inevitabilmente una pressione sull’ambiente. L’obiettivo realistico dovrebbe essere quello di prevederla, ridurla, monitorarla e, quando possibile, evitarla. Questo implica intervenire su molti aspetti: mobilità e trasporti, consumo di acqua ed energia, gestione dei rifiuti, strutture temporanee, illuminazione e rumore, accessi del pubblico e utilizzo dello spazio.
Ma significa anche stabilire dei limiti. Quante persone può realmente sostenere un determinato luogo? In quale periodo dell’anno? Quali aree devono rimanere completamente escluse? Quali attività possono essere consentite e quali invece devono essere vietate? Sono domande che richiedono dati scientifici e una conoscenza approfondita del territorio. Anche il monitoraggio dovrebbe accompagnare l’intero processo: prima dell’evento, per conoscere le condizioni di partenza; durante, per verificare il rispetto delle misure previste; e dopo, per valutare eventuali cambiamenti e capire se le strategie adottate siano state realmente efficaci.
Dal divieto alla progettazione consapevole
Questo approccio permette anche di superare una contrapposizione spesso troppo semplice: da una parte chi vuole organizzare eventi, dall’altra chi vuole proteggere la natura. La questione non dovrebbe essere necessariamente eventi sì o eventi no. La vera domanda è: quali eventi, in quali luoghi, in quali periodi e a quali condizioni? Per rispondere, la sostenibilità dovrebbe entrare nella progettazione dell’evento fin dalle sue prime fasi. Uno degli strumenti più importanti è la valutazione preventiva degli impatti: un’analisi che parte dalle caratteristiche ecologiche del luogo e cerca di prevedere quali conseguenze potrebbe avere la presenza dell’evento sull’ambiente e sulle specie presenti.
Non significa semplicemente verificare se nell’area esistano specie protette. Occorre conoscere, per quanto possibile, quali habitat sono presenti, quali specie li utilizzano, in quali periodi dell’anno e per quali funzioni biologiche. Una spiaggia frequentata da migliaia di persone durante un periodo non sensibile può avere una vulnerabilità molto diversa dalla stessa spiaggia durante la nidificazione del fratino o durante la stagione di deposizione delle tartarughe marine.

Una valutazione di questo tipo può quindi contribuire a individuare le aree maggiormente sensibili, stabilire eventuali zone da escludere dall’evento e definire periodi nei quali la manifestazione possa essere svolta con minori rischi. In questo senso, anche la semplice suddivisione dello spazio può diventare uno strumento di conservazione: concentrare strutture e flussi nelle aree meno vulnerabili e mantenere completamente indisturbate quelle con maggiore valore ecologico.
Un altro elemento importante è la gestione dei flussi. Non conta soltanto quante persone partecipano a un evento, ma anche dove si concentrano, come raggiungono il luogo, quali percorsi utilizzano e per quanto tempo rimangono in determinate aree. Accessi controllati, percorsi obbligati, barriere fisiche nelle zone più delicate e sistemi di trasporto collettivo possono ridurre significativamente la pressione esercitata sugli habitat.
Anche il concetto di capacità di carico può essere utile. Non esiste infatti un numero universale di persone oltre il quale un evento diventa automaticamente insostenibile: la soglia dipende dalle caratteristiche del luogo, dalla sua vulnerabilità e dal tipo di attività prevista. Stabilire dei limiti significa quindi adattare le dimensioni dell’evento alla capacità dell’ambiente, anziché fare il contrario. La sostenibilità quindi non dovrebbe essere considerata come una caratteristica da aggiungere a un evento già progettato. Dovrebbe contribuire a stabilire se, dove, quando e con quali modalità l’evento può essere realizzato.
Il caso Jova Beach Party
Un esempio italiano particolarmente significativo di questo dibattito è rappresentato dal Jova Beach Party. Il grande tour musicale ha portato migliaia di persone in diverse località costiere italiane, trasformando le spiagge in grandi spazi dedicati all’intrattenimento. Il progetto ha suscitato entusiasmo, ma anche numerose discussioni sulla compatibilità tra grandi eventi e ambienti costieri, in particolare per quanto riguarda dune, biodiversità e specie che utilizzano le spiagge per la riproduzione.

Tra i casi più discussi c’è quello di Barletta, dove il concerto del 2022, organizzato nei pressi della foce dell’Ofanto, è stato oggetto di un’indagine giudiziaria. È importante precisare che un’indagine non equivale all’accertamento di una responsabilità e che spetta alla magistratura stabilire eventuali violazioni. Al di là degli sviluppi giudiziari, il caso rappresenta però una buona case history per una riflessione più ampia: quando un evento di massa entra in un ambiente naturale, la sostenibilità deve essere valutata prima che il pubblico arrivi, non soltanto dopo che il pubblico se ne è andato.
Immaginare eventi diversi
Negli ultimi anni, diverse esperienze hanno cercato di applicare questi principi scegliendo innanzitutto luoghi meno vulnerabili. Spazi urbani già fortemente trasformati, aree industriali dismesse, strutture dedicate ai grandi eventi o territori nei quali esistano già infrastrutture adeguate possono ridurre la necessità di intervenire direttamente su habitat naturali. Ma anche quando la scelta ricade su un ambiente naturale, esistono diversi livelli sui quali intervenire.
La mobilità, per esempio, può rappresentare una delle principali fonti di impatto di un grande evento. Incentivare il trasporto pubblico, organizzare navette, prevedere collegamenti ferroviari o sistemi di mobilità condivisa e limitare l’accesso delle automobili alle aree più sensibili può ridurre non soltanto le emissioni, ma anche il traffico e la pressione sulle infrastrutture locali.
Lo stesso vale per le strutture temporanee. La loro posizione, le modalità di installazione e rimozione e il tipo di superficie sulla quale vengono collocate possono fare una differenza importante in un ambiente fragile. In una spiaggia, per esempio, evitare il passaggio e il deposito di strutture nelle aree dunali significa proteggere non soltanto la vegetazione, ma anche quei sistemi naturali che contribuiscono alla stabilità della costa.

Anche rumore e illuminazione meritano attenzione. Per molte specie la presenza umana non rappresenta soltanto un ostacolo fisico: può modificare comportamenti, ritmi di attività e possibilità di alimentazione o riproduzione. Ridurre l’illuminazione non necessaria, orientarla in modo da evitare le aree sensibili e limitare le emissioni sonore dove possibile sono interventi che possono essere integrati nella progettazione senza compromettere necessariamente l’esperienza del pubblico.
Poi ci sono gli aspetti più immediatamente associati alla sostenibilità: energia, acqua e rifiuti. Utilizzare sistemi energetici più efficienti, ridurre i consumi, predisporre una gestione dei rifiuti realmente adeguata ai flussi previsti e limitare il più possibile l’utilizzo di materiali usa e getta sono azioni importanti. Ma anche in questo caso sarebbe riduttivo fermarsi alla sola fase finale: raccogliere correttamente i rifiuti dopo un concerto è necessario, ma non equivale a rendere sostenibile l’evento.
Il principio dovrebbe essere quello di una gerarchia degli interventi: prima di tutto evitare gli impatti che possono essere evitati; poi ridurre quelli inevitabili; quindi monitorarli e, quando necessario, intervenire per ripristinare le condizioni ambientali. È una differenza apparentemente sottile, ma fondamentale. Un approccio realmente preventivo non si chiede soltanto come riparare un danno, ma soprattutto come fare in modo che quel danno non si verifichi.
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Leggi anche la nostra intervista al Coordinamento Italiano per la Tutela degli Ambienti Naturali dai Grandi Eventi.
In questa prospettiva, anche la valutazione successiva all’evento diventa importante. Un ambiente non dovrebbe essere considerato “ripristinato” semplicemente perché, al termine della manifestazione, non sono più visibili strutture o rifiuti. Il recupero di un ecosistema può richiedere tempi molto più lunghi e, in alcuni casi, gli effetti possono essere difficili da osservare immediatamente. Per questo il monitoraggio post-evento dovrebbe essere proporzionato alla vulnerabilità del luogo e, quando necessario, proseguire anche dopo la conclusione della manifestazione.
La sfida quindi non consiste nel rendere perfettamente sostenibile qualcosa che per sua natura produce un impatto. Consiste nel progettare quell’impatto prima che avvenga, capire quali conseguenze siano accettabili, quali possano essere ridotte e quali invece debbano portare a cambiare luogo, periodo o modalità dell’evento. Concerti, festival e manifestazioni possono creare comunità, generare cultura, valorizzare i territori e lasciare ricordi importanti. Ma proprio perché hanno una grande capacità di aggregazione, possono anche diventare un’occasione per sperimentare un modo diverso di vivere gli spazi.
Un evento può quindi essere progettato per adattarsi al territorio e non il territorio costretto ad adattarsi all’evento. Può scegliere luoghi già trasformati invece di habitat fragili. Può rispettare i cicli biologici delle specie presenti. Può distribuire e controllare i flussi, ridurre gli spostamenti, limitare i consumi e coinvolgere professionisti della conservazione fin dalle prime fasi. E soprattutto può accettare un principio semplice, ma ancora non sempre scontato: non tutto ciò che è fisicamente possibile fare in un luogo è necessariamente compatibile con quel luogo.
La sostenibilità degli eventi non dovrebbe quindi essere una gara a chi produce meno rifiuti o utilizza il materiale più “green”. Dovrebbe essere una forma di progettazione consapevole, capace di mettere sullo stesso tavolo cultura, intrattenimento, economia e tutela dell’ambiente. Perché una spiaggia non è un fondale. È un ecosistema. E forse il vero segno di un evento sostenibile non è ciò che riusciamo a fare senza lasciare traccia, ma la capacità di capire dove è meglio non lasciare alcuna traccia affatto.
Informazioni chiave
La perfezione non esiste
È impossibile organizzare un evento sostenibile al 100%. L’obiettivo realistico dovrebbe essere quello di prevedere, ridurre, monitorare e, quando possibile, evitare la pressione sull’ambiente.
Il punto di partenza
Il primo passo è concepire l’evento partendo già dalla valutazione del suo impatto sull’ecosistema, non organizzarlo e solo successivamente pensare a come ridurre tale impatto.
Lavoro di squadra
Bisognerebbe coinvolgere sin dalla fase progettuale figure come biologi, ecologi, naturalisti e altri professionisti della conservazione.
L’importanza del monitoraggio
È fondamentale verificare costantemente – prima, durante e dopo l’evento – lo stato dell’ecosistema e l’impatto dell’evento stesso su di esso.
Tanti aspetti su cui lavorare
Mobilità, strutture temporanee, inquinamento acustico e luminoso, gestione dei rifiuti, consumi energetici sono tutti aspetti strategici su cui lavorare.










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