Perché si torna a parlare di Jova Beach Party? – 5/5/2026
Il Jova Beach Party di Barletta finisce sotto indagine; il governo approva il Piano Casa, mentre il Pnr affronta il ripristino degli habitat per gli impollinatori.
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Fonti
#Jova Beach Party
L’Indipendente – Barletta, il Jova Beach Party accusato di aver distrutto le dune protette: tre indagati
Il Post – La procura di Trani sta indagando su tre persone coinvolte nell’organizzazione del Jova Beach Party del 2022 a Barletta
#Piano Casa
DinamoPress – Il decreto Casa di maggio promette abitazioni e sfratti
#Pnr
ParteciPa – Consultazione per la definizione del Piano Nazionale di Ripristino (PNR)
ParteciPa – SecondaBozza PNR
ISPRA – Il Piano Nazionale di Ripristino della natura e l’Italia
Trascrizione episodio
Ieri i giornali sono tornati a parlare del Jova beach party, il gigantesco tour di Jovanotti con cui nel nel 2022 aveva fatto il giro di parecchie spiagge italiane, fra le polemiche di diverse organizzazioni ambientaliste e di una buona fetta dell’opinione pubblica.
Se ne torna a parlare a quasi 4 anni di distanza perché un concerto in particolare, quello di Barletta, in Puglia, è finito sotto la lente della Procura di Trani con l’accusa di inquinamento ambientale colposo, falso ideologico e abuso edilizio in area protetta.
Vi faccio prima il riassunto delle puntate precedenti. L’idea di base del Jova Beach Party era quella di portare concerti enormi, con decine di migliaia di persone, su spiagge e aree costiere molto belle naturalisticamente ma anche fragili, con il rischio di danneggiarle.
Molte organizzazioni contestavano l’impatto dei lavori preparatori, con ruspe, livellamenti della sabbia, realizzazione di strutture, il disturbo alla fauna durante i concerti, i rifiuti abbandonati. In particolare si temeva per il fratino, un piccolo uccello protetto che nidifica proprio sulle spiagge. In alcune tappe, come Rimini, Fermo, Barletta e Castel Volturno, ci furono esposti, richieste di spostare o annullare i concerti e accuse di danni ambientali.
La vicenda spaccò anche il mondo ambientalista perché il WWF collaborava con l’organizzazione del tour e sosteneva che i siti fossero stati valutati e monitorati, mentre altre associazioni — fra cui Legambiente, Lipu, comitati locali, ornitologi — accusavano l’operazione di essere incompatibile con la tutela delle spiagge naturali o semi-naturali.
Jovanotti reagì molto duramente, accusando una parte degli ambientalisti di fare polemiche ideologiche – li definì econazi – e difendendo il tour come evento sostenibile e attento all’ambiente..
Ecco, sembra che a qualche anno di distanza anche la giustizia si sia attivata. Leggo su L’Indipendente: “A distanza di quasi 4 anni dal concerto di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, sulla litoranea di ponente di Barletta, tre persone risultano indagate dai magistrati pugliesi. Si tratta di due funzionari comunali e del progettista dell’evento.
Il Jova Beach Party avrebbe infatti alterato un ecosistema compreso nell’area protetta della foce del fiume Ofanto, distruggendo dune e vegetazione spontanea.
Il 21 luglio 2022 circa 30mila persone affollarono la litoranea di ponente di Barletta per partecipare al Jova Beach Party. Tra lavori di allestimento e concerto venne coinvolta un’area di circa 16mila metri quadrati sottoposta a vincolo paesaggistico. Le associazioni ambientaliste si scagliarono contro l’evento, denunciando l’impatto sul territorio. Un esposto presentato da Legambiente alla Procura di Trani si è trasformato in inchiesta giudiziaria. Al momento risultano 3 persone indagate, due funzionari comunali cui vengono contestati i reati di inquinamento ambientale colposo e abusivismo edilizio in zona protetta, e (in realtà altri giornali riportano anche) il reato di falso ideologico a carico di Mario Luigi Dicandia, progettista dell’evento.
Domani si svolgeranno i primi interrogatori. Intanto però anche in vista dell’estate è utile rispolverare questa storia come monito e insegnamento. Spesso associamo il concetto di sostenibilità a quello di natura incontaminata. Un evento è sostenibile se si svolge a contatto con ecosistemi naturali non modificati – o perlomeno non troppo – dagli esseri umani. Niente di più sbagliato.
È bellissimo fare esperienze immersive in natura. Passeggiate, cammini, bagni di foresta, ma più un ecosistema è delicato, più dobbiamo fare attenzione a quella che viene chiamata capacità di carico, ovvero la quantità di persone che riesce a tenere contemporaneamente. Quindi, più aumenta il numero di persone, più ha senso spostarci in luoghi che sono già molto antropizzati. Quindi è molto più sostenibile un concerto in un palazzetto dello sport, in una struttura in cemento, che uno sulla spiaggia, anche se sulla spiaggia fa più figo. Sono altre le cose su cui ragionare per rendere un grande evento più sostenibile. Ad esempio sensibilizzare le persone su come si spostano, magari proponendo sconti o convenzioni per chi viaggia a basso impatto. Proponendo soluzioni di riuso, vuoto a rendere, depositi cauzionali su bicchieri, piatti, stoviglie. Non spianare una spiaggia.
Dopo che a dicembre scorso la Commissione ue aveva esortato i paesi membri a prendere misure urgenti per far fronte all’emergenza abitativa, dopo che il nostro governo si è esibito per diversi mesi in un valzer di annunci e smentite, giovedì scorso il consiglio dei ministri ha finalmente approvato il Piano casa.
Trattasi di un decreto legge – che ormai è la forma ordinaria con cui legifera il governo – con cui il governo prova ad aumentare l’offerta di case accessibili.
Il piano promette 100mila alloggi in dieci anni e la ristrutturazione di 60mila case popolari oggi non utilizzabili. E promette di investire 10 miliardi di euro, a cui si aggiungeranno fondi privati. L’idea, dice il governo, è infatti di attrarre investimenti privati per costruire o recuperare immobili, ma imponendo che almeno il 70% dell’investimento vada in edilizia convenzionata, cioè case in vendita o affitto a prezzo calmierato.
Il tema dei fondi in realtà è abbastanza nebuloso, perché per ora sono più promesse che fondi realmente stanziati. come ricostruisce Dinamo Press, al momento sarebbero disponibili circa 970 milioni in quattro anni, più 1,1 miliardi di fondi coesione.
Il piano vorrebbe aiutare soprattutto chi non riesce ad accedere al mercato libero ma non rientra nemmeno nell’edilizia popolare classica: quindi giovani, studenti fuori sede, lavoratori fuori sede, giovani coppie, genitori separati, anziani in cohousing e fasce intermedie.
E introduce una serie di novità. Ad esempio spinge verso formule di rent to buy, ovvero affitti a lungo termine che possono trasformarsi progressivamente in acquisto e introduce un fondo per la morosità incolpevole negli alloggi pubblici, che copre in parte il rischio per chi non riesce più a pagare l’affitto per cause non dipendenti dalla propria volontà.
Se con una mano il governo cerca di creare maggior offerta di case accessibili, con l’altra, in parallelo, ha approvato un disegno di legge collegato per rendere più rapido il rilascio degli immobili. Diciamo a tutela dei proprietari. In pratica, secondo le ricostruzioni uscite finora, la novità principale sarebbe una procedura accelerata: il proprietario può fare ricorso e il giudice può emettere un decreto di rilascio entro 15 giorni. Ci sarebbe anche una penale per chi ritarda a lasciare l’immobile, pari all’1% del canone mensile per ogni giorno di ritardo.
Al solito, ho chiesto un commento a Lucio Massardo di MeWe abitare collaborativo.
Contributo disponibile nel podcast
Allora, riprendiamo e proseguiamo la nostra minuziosa analisi del Pnr, il Piano nazionale di ripristino della natura. Ormai dovreste aver capito che roba è ma comunque, repetita iuvant, trattasi del documento con cui l’Italia deve spiegare all’Europa come intende applicare la Nature Restoration Law, la legge europea approvata nel 2024 che obbliga gli Stati non solo a proteggere la natura rimasta, ma a riparare gli ecosistemi degradati.
Siamo nella fase in cui si possono inviare le nostre raccomandazioni e feedback al Ministero e quindi, visto che il documento è lungo e tecnico, vi avevo promesso di raccontarne un pezzetto per volta, in modo che poi, se volete partecipare alla consultazione, potete farlo in maniera un po’ più informata.
Abbiamo già visto la parte sugli ecosistemi urbani, quindi verde nelle città, alberi, copertura arborea, depavimentazione. Poi abbiamo visto la parte sui fiumi, con l’obiettivo di rimuovere barriere inutili, ripristinare la connettività fluviale e restituire spazio alle pianure alluvionali.
Oggi invece parliamo di un’altra parte molto importante del piano, che riguarda gli impollinatori. Quindi api selvatiche, farfalle, falene, sirfidi e tutti quegli insetti che permettono a una bella fetta di piante di riprodursi, tenendo in piedi una parte enorme degli ecosistemi e anche della produzione agricola. C’è la famosa citazione attribuita ad Einstein che diche che “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. In realtà pare che Einstein non abbia mai detto niente di simile, e anche la stima temporale è piuttosto casuale, però è vero che dipendiamo dall’esistenza degli impollinatori più di quanto non ci piaccia pensare.
Al tempo stesso sappiamo che questi insetti sono in declino in molte parti del mondo, e il nostro paese non fa eccezione. Che dice quindi il piano? Dice che per favorire la ripresa di queste specie bisogna ripristinare i loro habitat e limitare l’uso dei prodotti fitosanitari, cioè pesticidi, erbicidi, fungicidi e simili.
In Italia c’è una ricchezza enorme di impollinatori selvatici: il Piano parla di circa 540 specie di sirfidi, 1050 apoidei antofili, 290 farfalle e 1800 falene. Le cause del declino di queste popolazioni sono il cambiamento climatico, il pascolo intensivo, le specie esotiche, l’uso di prodotti fitosanitari e l’abbandono di molte praterie e dei sistemi agricoli e forestali. Quest’ultimo punto è un po’ controintuitivo, ma in tanti microhabitat, tipo le praterie ricche di fiori esistono perché per secoli sono state sfalciate, pascolate e curate in modo non intensivo dagli esseri umani e se gli umani se ne vanno e basta questa cosa in realtà causa un peggioramento della biodiversità.
Le azioni previste dal piano sono divise in quattro grandi blocchi. Il primo blocco è il ripristino degli habitat. Il Piano parla di mantenere, creare o ripristinare una serie di habitat adatti a questi insetti, come prati ricchi di fiori, margini agricoli, siepi, fasce erbose, radure e aree ecotonali (cioè quelle zone di transizione fra bosco, prato e coltivo che spesso sono ricchissime di biodiversità). Le misure prioritarie riguardano soprattutto i siti di Rete Natura 2000 e Parchi nazionali, anche perché lì ricade circa il 40% della superficie degli habitat importanti per questo gruppo di insetti.
Il secondo blocco riguarda i corridoi ecologici e le risorse alimentari. Quindi non basta avere un’oasi fiorita se questa rimane isolata in mezzo a un deserto agricolo o urbano. Gli impollinatori hanno bisogno di una rete di luoghi in cui nutrirsi, riprodursi, svernare, spostarsi, e quindi servono dei corridoi che collegano le varie aree. Quindi siepi, filari, bordi campo non sfalciati continuamente, prati permanenti, alberi e arbusti autoctoni, fioriture distribuite durante l’anno per garantire continuità ecologica e temporale.
Il terzo blocco è la gestione sostenibile dei prodotti fitosanitari. Il Piano richiama le linee guida legate al PAN, il Piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, e parla di sostituire, limitare o eliminare i prodotti particolarmente pericolosi per la biodiversità, con particolare riguardo agli impollinatori. In pratica, questo è interessante, il PNR riconosce che il declino degli impollinatori non si risolve solo aggiungendo natura, ma anche togliendo pressioni. Cioè riducendo il carico chimico che arriva da una parte dell’agricoltura intensiva.
Il quarto blocco riguarda le pratiche agricole non intensive. Il Piano cita, ad esempio, agricoltura biologica, agricoltura di precisione, conversione dei seminativi in prati e pascoli, gestione sostenibile delle superfici già convertite, e infine incentiva, suggerisce di usare la PAC (il gigantesco piano che finanzia la politica agricola comune europea) anche per finanziare le infrastrutture verdi di cui sopra, quindi siepi, corridoi ecologici, margini ecc.
Poi c’è tutta la parte sul monitoraggio. Il Piano prevede che il monitoraggio degli impollinatori parta dalla primavera 2027 per capire se le popolazioni stanno davvero migliorando. Qui però emerge un po’ una debolezza nel senso che si ammette che al momento non esiste un sistema di monitoraggio degli impollinatori, ma solo una manciata di esperienze pilota avviate nei Parchi nazionali.
E questo a sua volta rende, un po’ come per i fiumi, tutto potenzialmente fumoso. Non ci sono obiettivi chiari, non c’è ad esempio una stima della superficie complessiva oggetto di misure di ripristino per gli impollinatori, né per il 2030 né per il 2040-2050. Il documento dice proprio che “non si dispone al momento di dati per il calcolo della superficie”. Ci sono file spaziali indicativi, mappe potenziali. Il che va anche bene, intendiamoci, mettere paletti troppo rigidi, o target misurabili troppo specifici quando si parla di ecosistemi e in generale di sistemi complessi a volte è un’arma a doppio taglio perché obbliga a fare le cose nel modo in cui le si erano pensate al principio, senza tener conto di quello che si scopre durante il percorso. Quindi, ok maglie larghe, a patto però che ci sia la volontà politica di farle davvero le cose, da parte di tutti gli attori.
Quindi, magari proviamo a misurare il processo? Ci inventiamo modi per coinvolgere cittadinanza, agricoltori, facciamo esperimenti di citizen science, strutturiamo un processo per cui questa roba non sia vissuta solo come un peso e un obbligo ma se ne capisca il senso e la bellezza? Spunti.
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