2 Settembre 2026 | Tempo lettura: 7 minuti
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Da Gaza all’India, sono sempre di più le guerre che si combattono per l’acqua

In un’epoca di forti cambiamenti climatici, il controllo delle risorse idriche è un aspetto strategico. Sofia Farina di Source International analizza alcune delle guerre per l’acqua, spesso mascherate da contese politiche o religiose.

Autore: Source International
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Ricordo quando io andavo a scuola ormai tantissimi anni fa che si diceva già “oggi si fanno le guerre per il petrolio, un giorno le faremo per l’acqua”. Ma già all’epoca i miei insegnanti erano ottimisti o forse poco aggiornati perché le guerre per l’acqua già erano in corso. E sono continuate per anni senza che nessuno, se non qualche sparuto analista geopolitico, affrontasse realmente la questione. Oggi, molti anni dopo, le guerre per l’acqua sono la normalità.  

L’Indo al centro della guerra fra India e Pakistan

Quando il subcontinente indiano ottenne l’indipendenza dall’impero britannico nel 1947 gli attuali India, Pakistan e Bangladesh erano tutte sotto la stessa bandiera. Pochi mesi dopo India e Pakistan – che allora comprendeva anche il Bangladesh – si divisero e già l’anno seguente scoppiò la prima guerra tra India e Pakistan per il controllo della regione del Kashmir. Sebbene il motivo ufficiale fosse ricondotto alla componente etnico-religiosa – la divisione tra musulmani e induisti – il vero interesse era il controllo della regione dove sorgevano i principali fiumi della zona e in particolare l’Indo.

Ma è difficile convincere il proprio popolo a entrare in guerra per conquistare le sorgenti di un fiume, mentre è molto più facile “aizzarlo” facendo leva sulla componente religiosa. Non a caso nel trattato di pace tra India e Pakistan c’è un intero accordo separato per la componente idrica che divide le acque dell’Indo tra i due paesi. Tutti i fiumi orientali all’India e quelli occidentali al Pakistan.

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Il fiume Indo

Questo accordo, firmato nel 1960, ha garantito la pace nella zona per 65 anni. India e Pakistan si sono affrontati militarmente nel 1965, nel 1971 e nel 1999. Eppure, anche mentre i soldati combattevano al fronte, i tecnici dell’acqua dei due Paesi continuavano a scambiarsi dati idrici e nessuno ha mai messo in discussione la distribuzione dell’acqua dell’Indo. L’80% dell’acqua e il 90% della produzione agricola del Pakistan e quasi 100% dell’acqua dell’India occidentale dipendono da questo accordo e così, anche mentre i soldati dei due paesi si combattevano al fronte, l’accordo ha sempre retto.  

All’inizio di maggio del 2025, dopo che alcuni attentati di matrice islamica hanno colpito l’India, il primo passo dell’India è stato quello di bloccare l’accordo sull’Indo. E questo ha comportato la reazione del Pakistan che ha portato alla breve guerra dell’anno scorso. Il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che l’acqua dell’Indo è una “linea rossa” invalicabile. 

Due paesi entrambi dotati di armi nucleari hanno avuto una guerra, seppur breve, il cui casus belli è stato ufficialmente l’accesso all’acqua! E considerando i cambiamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacciai che alimentano l’Indo e gli altri fiumi della zona la situazione non può che peggiorare da qui in avanti. Cosa succederà se in futuro ci sarà una siccità nella zona e costringerà uno dei due paesi a usare più acqua?  

Quello tra India e Pakistan è il caso più recente ed eclatante ma ci sono dozzine di altri casi in cui la risorsa idrica è la causa scatenante o esacerbante di un conflitto. Diversi studi hanno confermato come la guerra in Siria, una delle più devastanti degli ultimi cinquant’anni, che ha provocato oltre 600.000 morti e 12 milioni di sfollati, sia stata provocata dalla siccità e dalla mancanza di accesso all’acqua. Tra il 2006 e il 2010 il levante ha subito, a causa dei cambiamenti climatici, anni di forte siccità.

Il caso della Siria

In questi anni la popolazione e il governo hanno reagito alla siccità scavando sempre più pozzi e sempre più profondi, fino a che la falda sotterranea non è stata quasi interamente prosciugata. Alla fine del 2010 la mancanza di acqua ha portato alla perdita del 75% del raccolto e all’85% del bestiame. Oltre un milione e mezzo di persone si è trovata costretta ad abbandonare le campagne per rifugiarsi in città. I pozzi erano ormai così profondi che pompare l’acqua in superficie era diventato economicamente insostenibile.

La decisione del governo di tagliare i sussidi ai carburanti ha di fatto reso impossibile pompare l’acqua ed è stata la scintilla che ha fatto scaturire le prime rivolte di piazza e poi da lì alla rivoluzione e alla guerra civile totale. Guerra civile durante la quale l’acqua è tornata ad essere un’arma di guerra. Le più grandi battaglie della guerra civile si sono svolte tutto intorno ai pozzi e alle dighe e quando l’ISIS ha preso il controllo della diga di Tabqa sul fiume Eufrate ne ha fatto subito un’arma di pressione e di controllo, lasciando intere città senza acqua per mesi provocando una crisi umanitaria senza precedenti.  

Israele è l’arma della siccità a Gaza, in Libano e in Iran

E senza acqua è anche rimasta Gaza per oltre un anno. I pozzi e le centrali di desalinizzazione sono state le prime infrastrutture distrutte da Israele nel momento in cui l’IDF ha attaccato la striscia di Gaza nell’ottobre del 2023. Israele che ha anche invaso il sud del Libano fermandosi proprio all’altezza del fiume Litani che da un lato fornisce senza dubbio una barriera naturale, ma dall’altro è anche una enorme fonte di acqua per un paese che è cronicamente e storicamente alle prese con la scarsità di acqua.

Nonostante Israele continui a sostenere che l’occupazione del sud del Libano sia temporanea e che si tratti solo di una zona cuscinetto, sta già deviando acqua dal fiume Litani alle sue colonie del nord. La spasmodica ricerca di fonti di acqua portò Israele già vicina alla guerra nel 2002 quando il Libano costruì una piccola stazione di pompaggio delle acque del fiume Wazzani per portare acqua ad alcuni villaggi.

Le guerre non sono più solo guerre per l’acqua ma anche guerre contro l’acqua

Il Wazzani è un affluente del Giordano, fiume che Israele controlla per la totale interezza nonostante scorra in Siria, sulle alture del Golan, e nei Territori Palestinesi Occupati. Israele considerò quella piccola pompa come un casus belli e si disse pronto ad attaccare in caso non venisse spenta. Quella volta la mediazione degli Stati Uniti impedì la guerra, ma nel 2024 non appena il conflitto con il Libano si riacutizzò quella stazione di pompaggio fu tra le prime cose ad essere bombardata. Così come tra le prima cose ad essere bombardate sono stati gli impianti di desalinizzazione dei paesi arabi del golfo come rappresaglia dell’Iran all’attacco di Stati Uniti e Israele del 2026.

In questo senso l’acqua non è solo la causa delle guerre ma anche una delle prime vittime, anche se poi in realtà le vere vittime sono i civili che si ritrovano senza di essa. In un mondo in cui i cambiamenti climatici stanno stravolgendo la disponibilità di acqua per tutti, questa sta diventando sempre di più una risorsa strategica e come tale sta diventando sempre più tanto la causa come la conseguenza dei conflitti. Le guerre non sono più solo guerre per l’acqua ma anche guerre contro l’acqua.  

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.