Dal rumore al silenzio: un ritiro alla Fattoria dell’Autosufficienza
Dal silenzio come pratica alla relazione con il corpo, la natura e i propri pensieri: Massimo Forcellini racconta cosa può accadere durante il ritiro alla Fattoria dell’Autosufficienza, dove fermarsi diventa un’occasione per ascoltarsi e riscoprire una dimensione più profonda del silenzio.
Viviamo immersi nel rumore. Non solo quello del traffico, delle notifiche, delle conversazioni e delle città, ma anche quello che continua a risuonare dentro di noi. Preoccupazioni, aspettative, ricordi: anche quando tutto intorno tace, dentro di noi il flusso dei pensieri continua.
Ritagliarsi uno spazio di silenzio può allora diventare un modo per rallentare, ritrovare un contatto più profondo con sé stessi e lasciar emergere ciò che nella frenesia quotidiana rimane spesso inascoltato. Ecco perché la Fattoria dell’Autosufficienza propone un ritiro di silenzio, un’esperienza che non ruota semplicemente attorno al trascorrere alcuni giorni senza parlare, ma invita a interrogarsi proprio su cosa significhi davvero il silenzio.
Ne abbiamo parlato con Massimo Forcellini, psicologo e guida del ritiro, partendo proprio dalla domanda più semplice ma a cui, forse, più difficile rispondere: che cos’è il silenzio? «Il silenzio è qualcosa che non possiamo facilmente descrivere attraverso la razionalità: nei percorsi meditativi ha a che fare con la contemplazione, con una dimensione più profonda dell’esperienza», racconta Forcellini. Il silenzio non è una condizione che possiamo semplicemente decidere di ottenere, ma possiamo piuttosto creare le condizioni affinché possa emergere.

Smettere di produrre rumore
Il silenzio non coincide semplicemente con il non parlare. Si può trascorrere una giornata senza pronunciare una parola e restare immersi nei propri pensieri. Come osserva Forcellini, «cerchiamo di riempire ogni secondo» attraverso il lavoro, le relazioni, gli schermi, le attività, ma anche cibo e altri stimoli. Quando vengono meno, possono affiorare emozioni e vissuti che normalmente restano sullo sfondo. È anche per questo che il silenzio può essere scomodo: porta l’attenzione su ciò che nella quotidianità lasciamo da parte.
Non è però necessariamente qualcosa di negativo. Ciò che arriva alla nostra attenzione può essere riconosciuto e attraversato. E, quando il rumore si attenua, si prova anche una sensazione di una profonda pace, «come quando si torna finalmente a casa dopo un lungo e travagliato viaggio», racconta Forcellini. Un luogo familiare, in cui per un momento «va tutto bene così».
Non solo meditazione: corpo, cibo, natura
Il ritiro non si concentra solo sulla meditazione: movimento, alimentazione, cura del corpo e immersione nella natura si intrecciano lungo il percorso. Perché anche il corpo può diventare un luogo rumoroso, che ci lancia segnali che non riusciamo a sentire. Durante la conversazione emerge l’immagine del tradizionale pranzo domenicale romagnolo, con antipasto, primo, magari un bis, secondo, contorni, frutta, dolce e caffè. «Mi immagino il corpo fisico che già a fine antipasto ci dice: io sono a posto», spiega Forcellini. A decidere di continuare però è la mente, che trasforma nel tempo una consuetudine in cultura e la cultura in un modo di pensare e di comportarsi.

È qui che entra in campo il concetto di compensazione: alcune abitudini possono diventare un modo per reagire a ciò che accade dentro di noi senza affrontarlo direttamente. Riconoscere questi automatismi senza giudicarli, permette di avviare un processo di autoregolazione: capire dove disperdiamo energia e imparare, poco alla volta, a farlo sempre meno. Ecco perché, durante il ritiro, anche i pasti sono parte integrante dell’esperienza: un’occasione per nutrirsi con presenza e semplicità.
La natura come maestra di silenzio
In questo percorso anche la natura ricopre un ruolo essenziale. La Fattoria dell’Autosufficienza offre un contesto in cui rallentare e osservare ciò che normalmente sfugge. Per Forcellini, la natura è anche un esempio di silenzio: non ha bisogno di spiegarsi, «è semplicemente ciò che è». Forse è anche per questo che in passato poteva essere più semplice entrare in contatto con questa dimensione. Il contadino seguiva i ritmi della terra, il pescatore quelli del mare. Oggi invece «si corre, si corre, si corre» e quando ogni momento è occupato dall’inseguimento di qualcosa, la contemplazione difficilmente accade per caso.
Imparare a rilassarsi
Se il silenzio sembra una prospettiva troppo lontana, Forcellini suggerisce di partire da qualcosa di più semplice: imparare a rilassarsi. «Il rilassamento come stato psicofisico è l’opposto dello stress», sottolinea ed è la capacità di portare attenzione al corpo e al respiro e di riconoscere lo stato di rilassamento come una condizione concreta. Questa capacità può essere allenata, proprio come una disciplina. All’inizio serve tempo e pratica; progressivamente si può imparare a riconoscere le proprie tensioni.
Da qui, secondo Forcellini, può cominciare anche un percorso verso il silenzio. È un approccio che porta con sé anche una riflessione sull’educazione. Perché non insegnare già ai bambini a riconoscere il proprio stato di agitazione e a rilassarsi? Perché non fornire loro strumenti per osservare ciò che accade dentro di sé prima che determinati automatismi diventino parte consolidata della vita adulta?
E quando il ritiro finisce?
Un ritiro dura alcuni giorni, mentre il rumore della vita quotidiana ricomincia subito dopo. Per Forcellini però anche un’esperienza breve può essere significativa. L’indicazione che dà a chi parteciperà è quindi di non considerare il ritiro come un’esperienza isolata, ma come l’inizio di un percorso. Trovare un insegnante, un gruppo, una pratica alla quale dare continuità vicino casa. E soprattutto evitare di trasformare la meditazione in una collezione casuale di tecniche trovate online. Secondo lo psicologo, la pratica produce effetti e proprio per questo richiede attenzione e l’accompagnamento di qualcuno in presenza.
Alla fine della nostra chiacchierata emerge un’ultima immagine, forse la più significativa. Il silenzio non consiste nel far sparire il rumore: la mente continuerà a produrre pensieri, immagini, ricordi e ragionamenti, i sensi continueranno a raccogliere informazioni. Si tratta piuttosto di imparare a non esserne completamente condizionati. «La consapevolezza implica elevarsi – spiega Forcellini – per lasciar emergere una parte che invece è in grado di osservare il rumore». Forse è proprio questo ciò che il ritiro può lasciare: non l’assenza del rumore, ma la possibilità di imparare a stare diversamente dentro di esso.
Vuoi approfondire?
Qui il programma completo. Da giovedì 29 ottobre a domenica 1° novembre 2026 presso la Fattoria dell’Autosufficienza di Bagno di Romagna (FC).











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