30 Settembre 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

Spreco alimentare: buttiamo mezzo chilo di cibo buono alla settimana. Ecco le conseguenze

Ieri si è celebrata la Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari. E proprio di spreco alimentare ci parla sofia Farina di Source International, presentandoci i numeri, le cause e gli effetti di questa pessima abitudine.

Autore: Source International
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Un limone ammuffito, una mela dimenticata in fondo al frigorifero, un cespo di insalata diventato troppo vecchio per essere mangiato, del pane ormai duro, gli avanzi della cena che, dopo qualche giorno, finiscono nell’umido. Quando buttiamo del cibo vediamo ciò che abbiamo tra le mani: qualche etto di verdura, una porzione di pasta, un pezzo di formaggio. Molto più difficile è vedere tutto ciò che quell’alimento porta con sé: l’acqua utilizzata per produrlo, il terreno occupato per coltivarlo o allevare gli animali, i fertilizzanti, l’energia necessaria per la produzione e la trasformazione, il carburante impiegato per trasportarlo, l’elettricità consumata per conservarlo al freddo. Oltre, naturalmente, al lavoro delle persone che hanno permesso a quel cibo di arrivare fino a noi. 

Per questo lo spreco alimentare è, a tutti gli effetti, uno spreco di risorse. Ed è proprio questo uno dei messaggi al centro della Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, che le Nazioni Unite celebrano ogni anno il 29 settembre. Nel 2026 FAO e UNEP hanno scelto di concentrarsi in particolare sul rapporto fra riduzione dello spreco, foreste e sistemi agroalimentari sostenibili: produrre cibo che nessuno mangerà significa infatti esercitare una pressione inutile anche sui territori, mentre l’espansione agricola continua a essere una delle principali cause della deforestazione globale.  

Un miliardo di tonnellate di cibo nella spazzatura 

È importante parlare di questo fenomeno anche perché le sue dimensioni sono spesso difficili da immaginare: secondo gli aggiornamenti più recenti del Food Waste Index Report dell’UNEP, nel solo 2022 sono state sprecate 1,05 miliardi di tonnellate di alimenti nelle famiglie, nella ristorazione e nella distribuzione, ovvero circa il 19% di tutto il cibo disponibile per i consumatori. 

Spreco alimentare

La parte più consistente dello spreco avviene proprio nelle nostre case: 631 milioni di tonnellate, il 60% del totale. Altri 290 milioni di tonnellate provengono dalla ristorazione e 131 milioni dalla vendita al dettaglio. Complessivamente significa che, nel mondo, ogni giorno vengono sprecati nelle famiglie più di un miliardo di pasti. E questo è solo l’ultimo tratto della filiera. Prima ancora che il cibo raggiunga negozi, ristoranti e abitazioni, una parte è già andata perduta: la FAO stima che circa il 13,2% degli alimenti venga perso tra il raccolto e l’arrivo alla vendita al dettaglio, durante le fasi di stoccaggio, trasformazione e trasporto.  

Il costo nascosto: terra, acqua ed energia 

Se guardiamo lo spreco da questa prospettiva, il problema cambia dimensione. L’UNEP stima che perdite e sprechi alimentari siano associati all’uso di circa il 28% dei terreni agricoli mondiali e a circa un quarto dell’acqua e dei fertilizzanti utilizzati dall’agricoltura. Questo vuol dire coltivare campi, irrigarli, utilizzare fertilizzanti e pesticidi, raccogliere i prodotti, trasformarli, confezionarli e trasportarli per produrre alimenti destinati, alla fine, a diventare rifiuti. 

Pensiamo a un pomodoro. Prima di arrivare nel nostro frigorifero è stato necessario preparare un terreno, irrigare la pianta, produrre e utilizzare fertilizzanti, raccogliere il frutto, selezionarlo, eventualmente refrigerarlo, confezionarlo e trasportarlo. Se quel pomodoro viene buttato, nessuno di questi impatti viene cancellato. Il prodotto scompare dalla nostra cucina, le risorse utilizzate per produrlo no. 

19%

La percentuale di cibo prodotto che viene sprecata, buttata o dispersa lungo la filiera

631 milioni

Le tonnellate di cibo sprecato dalle famiglie, più di quello buttato da ristorazione e vendita al dettaglio

493,7 grammi

La quantità di cibo che ogni italiano butta via alla settimana

Inoltre, l’aumento della produzione alimentare richiede l’utilizzo di un territorio più esteso. In un pianeta in cui agricoltura e allevamento esercitano già una pressione enorme sugli ecosistemi, produrre alimenti che non verranno consumati significa aumentare inutilmente quella pressione. È proprio questa connessione fra cibo, territorio e foreste che rappresenta il cuore della Giornata internazionale del 2026.  

C’è anche un problema climatico 

Forse è ancora meno risaputo che lo spreco alimentare è anche un importante driver del cambiamento climatico. Secondo FAO e UNEP infatti, perdite e sprechi di cibo sono responsabili di circa l’8% delle emissioni globali di gas serra. Per avere un ordine di grandezza, l’UNEP sottolinea che si tratta di emissioni quasi cinque volte superiori a quelle prodotte dall’aviazione. Le emissioni avvengono lungo tutta la filiera: derivano dalla produzione agricola e dei fertilizzanti, dall’allevamento, dalla trasformazione degli alimenti, dalla refrigerazione, dal trasporto e dalla distribuzione. Se il cibo prodotto non viene mangiato, tutte quelle emissioni sono state generate inutilmente.  

E non finisce qui, perché una volta che gli alimenti diventano rifiuti, le emissioni continuano. Quando la materia organica finisce in discarica e si decompone in condizioni anaerobiche può produrre metano, un gas serra molto potente, particolarmente rilevante per il riscaldamento nel breve periodo. L’UNEP stima che lo spreco alimentare possa contribuire fino al 14% delle emissioni globali di metano. Ridurre lo spreco alimentare quindi è una vera strategia di mitigazione climatica. 

Spreco alimentare

E in Italia? 

Anche i numeri italiani raccontano quanto un gesto apparentemente piccolo possa diventare enorme quando viene moltiplicato per milioni di persone. I dati appena diffusi dall’Osservatorio Waste Watcher International in occasione del 29 settembre mostrano un miglioramento: nell’autunno 2026 lo spreco alimentare domestico dichiarato è sceso a 493,7 grammi pro capite alla settimana, contro i 555,8 grammi rilevati nell’agosto 2025. È la prima volta che il dato scende sotto la soglia dei 500 grammi. La stessa fonte però ci invita alla cautela: le oscillazioni osservate negli anni non permettono ancora di parlare di un cambiamento strutturale.  

Dietro alla media nazionale ci sono inoltre comportamenti molto diversi: il 36% degli intervistati indica fra le cause il rapido deterioramento di frutta e verdura, il 33% ammette di dimenticare gli alimenti nel frigorifero o nella dispensa, il 28% acquista più cibo del necessario per timore di non averne abbastanza, mentre confezioni troppo grandi, promozioni e difficoltà nella pianificazione dei pasti contribuiscono ulteriormente al problema. Considerando l’intera filiera, le stime elaborate nel 2026 da Waste Watcher e Università di Bologna parlano di oltre 5,1 milioni di tonnellate di cibo perso o sprecato in Italia, per un valore economico superiore a 13,5 miliardi di euro, di cui più di 7 miliardi sarebbero riconducibili allo spreco domestico.  

Nel mondo, ogni giorno, vengono sprecati nelle famiglie più di un miliardo di pasti

Non basta finire quello che abbiamo nel piatto 

La soluzione quindi non può essere semplicemente dire ai consumatori di “stare più attenti”. Le famiglie hanno certamente un ruolo importante: pianificare gli acquisti, controllare quello che abbiamo già in casa, conservare correttamente gli alimenti, distinguere fra le indicazioni “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”, utilizzare gli avanzi e acquistare quantità compatibili con le proprie esigenze può ridurre sensibilmente lo spreco domestico. 

Ma una quota importante delle perdite nasce prima del momento in cui il cibo arriva nei nostri frigoriferi e allora servono filiere più efficienti, infrastrutture di conservazione adeguate, una migliore gestione delle eccedenze, formati di vendita più flessibili, redistribuzione degli alimenti ancora commestibili e politiche pubbliche capaci di intervenire sull’intero sistema. Non a caso l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 12.3 dell’Agenda 2030 chiede di dimezzare entro il 2030 lo spreco alimentare globale pro capite nella vendita al dettaglio e fra i consumatori e di ridurre le perdite lungo le filiere di produzione e approvvigionamento.  

La questione, in fondo, riguarda il modo in cui attribuiamo valore alle risorse: in un mondo che deve fare i conti contemporaneamente con cambiamento climatico, scarsità idrica, degradazione dei suoli, perdita di biodiversità e insicurezza alimentare, continuare a destinare terra, acqua ed energia alla produzione di alimenti che nessuno mangerà è una contraddizione sempre più difficile da sostenere. 

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.