Da domenica le aziende non potranno più scrivere “green” sulle confezioni senza provarlo
Dal 27 settembre si applicano le nuove regole europee anti-greenwashing: niente più “eco” o “impatto zero” senza prove. Un passo avanti per chi compra, ma con qualche limite. Vediamo quali.
Da domenica 27 settembre scritte come «eco», «green», «sostenibile» o «amico dell’ambiente» sulle confezioni dei prodotti non potranno più essere usate con leggerezza. In Italia e in tutta l’Unione europea diventano infatti applicabili le regole anti-greenwashing della direttiva europea 2024/825, recepita dal nostro Paese con il decreto legislativo 30 del 2026, che ha modificato il Codice del Consumo. Il decreto è in vigore dal 24 marzo, ma alle aziende erano stati concessi sei mesi per adeguare etichette, pubblicità e siti. Quei sei mesi sono scaduti.
Il problema che la norma prova ad affrontare è il greenwashing, cioè l’insieme di pratiche di marketing che fanno apparire un prodotto o un’azienda più ecologici di quanto non siano. Formule come «eco» e «green» funzionano perché la sensibilità ambientale delle persone è cresciuta molto e orienta sempre più gli acquisti: secondo un’indagine di Bain & Company pubblicata quest’anno, l’85% degli italiani si dice preoccupato per la sostenibilità e il 76% afferma di aver cambiato il proprio carrello di conseguenza.
Tuttavia, non sempre queste formule corrispondono a un impegno reale. Uno studio della Commissione europea del 2020 ha analizzato 150 dichiarazioni ambientali. Oltre la metà forniva informazioni vaghe, fuorvianti o infondate, e il 40% non era supportato da prove.
Cosa cambia, concretamente, per chi fa la spesa? La prima novità è lo stop alle dichiarazioni ambientali generiche. Un’azienda potrà scrivere che il suo prodotto è “verde” o “ecologico” solo se è in grado di dimostrare un’eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali. La legge lega questa eccellenza a strumenti precisi, come l’Ecolabel UE o i marchi ecologici rilasciati da enti terzi secondo lo standard ISO 14024. Un’autodichiarazione, insomma, non basta più.
La seconda novità riguarda le promesse sul clima. Diventa vietato sostenere che un prodotto abbia un impatto “neutro”, “ridotto” o “positivo” sulle emissioni di gas serra sulla base della sola compensazione delle emissioni, cioè dell’acquisto di crediti di carbonio, una pratica diffusissima. Non si potrà più inquinare, pagare qualcuno perché pianti alberi dall’altra parte del mondo e presentarsi come “a impatto ridotto”. Un’affermazione del genere dovrà poggiare su una riduzione effettiva delle emissioni del prodotto.
Cambiano anche i marchi di sostenibilità. Bollini e loghi “verdi” dovranno basarsi su sistemi di certificazione o essere istituiti da autorità pubbliche: un’azienda non potrà più inventarseli da sola.
Sono vietate poi le mezze verità. Non si potrà vantare una bottiglia “in materiale riciclato” se riciclato è solo il tappo, né presentare come merito proprio un requisito che la legge impone a tutti i prodotti della stessa categoria. Infine c’è una stretta sulle informazioni false su durabilità e riparabilità. Arrivano nuovi obblighi di informare su aggiornamenti software e pezzi di ricambio, e un’etichetta armonizzata che segnala le garanzie commerciali di durata offerte dal produttore.
A vigilare sul rispetto delle nuove norme sarà l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, l’Antitrust, che può sanzionare le pratiche commerciali scorrette fino a 10 milioni di euro. L’Autorità non parte da zero. Già nel 2025 aveva spinto San Benedetto a togliere la dicitura “CO2 impatto zero” dalle bottiglie della linea Ecogreen. Aveva anche multato per un milione di euro la società che gestisce i siti europei di Shein per dichiarazioni ambientali ingannevoli. Con le nuove regole avrà in mano divieti molto più precisi. Anche i cittadini possono fare la loro parte: chiunque può segnalare all’Antitrust un’etichetta sospetta.








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