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10:05 25 Settembre 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Un salario dignitoso fa bene alle tasche degli italiani ma anche all’ambiente

Oggi è la Giornata mondiale per il salario dignitoso: la Campagna Abiti Puliti denuncia come l’Italia sia molto indietro su questo fronte e propone delle misure da attuare con urgenza.

Autore: Redazione
salario

12 euro netti l’ora, pari a 2.063 euro netti al mese e a 24.756 euro netti all’anno, per un lavoro a tempo pieno: è la nuova soglia del salario dignitoso per il 2026 calcolata dalla Campagna Abiti Puliti. La stima è contenuta in “Il salario dignitoso fa bene al clima“, la scheda di aggiornamento del primo rapporto del 2022, pubblicata in occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso, che la Clean Clothes Campaign – la rete internazionale che si occupa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile – celebra il 25 settembre.

L’aggiornamento arriva a poche settimane da un allarme che pesa come una sentenza: secondo il rapporto Limiting Overshoot, pubblicato il 2 settembre dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il superamento della soglia di 1,5°, fissata dall’Accordo di Parigi, è ormai “sostanzialmente inevitabile”, con un possibile picco di 1,8 gradi anche nello scenario più ottimistico. Un’estate di ondate di calore da record lo ha reso tangibile per milioni di lavoratrici e lavoratori, schiacciati non solo sotto la morsa del caldo torrido ma anche del caro-bollette e dell’impennata dei prezzi del carburante e degli alimenti. 

Una misura in grado di intervenire subito, senza aspettare i tempi lunghi della transizione energetica, esiste già: è garantire a tutti un salario dignitoso. Quest’anno la Campagna Abiti Puliti lega la battaglia per il salario dignitoso di base a un’altra grande urgenza del nostro tempo, la giustizia climatica. L’Italia è un Paese sempre più diseguale, dove peggiorano le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, intrappolati nella spirale della povertà lavorativa e della precarietà.

Lo conferma la “Nota di lavoro” dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio di luglio 2026: tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali nel settore privato si sono ridotte in media del 6,6%, con un picco del 40,8% per il 10% dei lavoratori più poveri. Più o meno nello stesso periodo il lavoro si è fatto anche più precario: dal 1990 al 2018 gli operai e gli impiegati assunti part-time sono passati da 0,5 a 4,8 milioni. La fotografia è quella di un Paese in cui gran parte della classe lavoratrice è povera o a basso reddito, una condizione che la soglia di povertà ufficiale – che è stata fissata a 13.237 euro annui – sottostima.

Un quadro pesante, prodotto dalle riforme neoliberali del mercato del lavoro, dalla mancata contrattazione e dalle politiche di moderazione salariale, a cui un fisco sempre meno progressivo ha potuto apportare solo lievi correttivi. È proprio nel mercato del lavoro, del resto, che si generano le principali disuguaglianze italiane: il divario fra le retribuzioni di operai e manager è cresciuto in modo drastico, passando da un rapporto di 1 a 4 negli anni Ottanta a 1 a 11 nel 2018. Se si guarda ai dieci manager più pagati d’Italia, nel 2020 il rapporto con lo stipendio di un operaio saliva addirittura a 1 a 649.

­Il salario dignitoso è la retribuzione base netta che una lavoratrice o un lavoratore deve percepire, in un orario di lavoro standard e senza ricorrere a straordinari, per garantire a sé e alla propria famiglia un tenore di vita dignitoso: cibo, acqua, abitazione, istruzione, salute, trasporti e abbigliamento adeguati, oltre a un margine di risparmio per gli imprevisti. È un diritto umano riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e da numerose convenzioni internazionali, distinto dal salario minimo legale, che è spesso fissato a un livello insufficiente a coprire i bisogni essenziali.

A pagare il prezzo più alto di queste disuguaglianze sono soprattutto le donne e le persone immigrate, relegate in occupazioni a basso valore aggiunto e con minori possibilità di carriera e di autonomia decisionale. Ed è proprio questa ampia fascia di lavoratori e lavoratrici a basso reddito – sottopagata, precaria, più esposta alle intemperie del mercato – a rischiare di pagare il conto più salato anche quando le intemperie sono quelle vere, causate dalla crisi climatica. Ecco perché quest’anno la Campagna Abiti Puliti rende esplicita la connessione tra le due battaglie: quella per il salario dignitoso e quella per la giustizia climatica.

Gli impatti del riscaldamento globale non colpiscono tutti allo stesso modo: si abbattono con più forza su chi ha meno mezzi per proteggersi, mentre chi vive nel lusso continua a inquinare e a restarne, nell’immediato, quasi indenne. Bastano dieci giorni. È il tempo che, secondo il rapporto Oxfam “Nel baratro della diseguaglianza” (2026), è servito ai più ricchi del pianeta – fra industrie, jet privati e consumi di lusso – per bruciare l’intero budget di CO2 che l’umanità dovrebbe rispettare in un anno per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi. Lo 0,1% più ricco ha esaurito la propria quota individuale ancora prima, il 3 gennaio.

Non è un caso isolato. Uno studio econometrico sulle emissioni di CO2 negli Stati Uniti tra il 1997 e il 2012 – “Income Inequality and Carbon Emissions in the United States: A State-level Analysis, 1997–2012” (2017) – mostra lo stesso schema su scala nazionale: quando il reddito si concentra nelle mani del decile più ricco, il degrado ambientale aumenta in modo significativo; non succede lo stesso quando la disuguaglianza cresce nel resto della scala dei redditi. In altre parole, le emissioni salgono quando la ricchezza si accumula in cima alla piramide, non quando viene redistribuita verso chi guadagna meno.

E chi inquina di più se la cava quando il clima va in tilt. Case sicure, aria condizionata, servizi su misura: i super-ricchi possono permettersi di proteggersi dagli effetti della crisi climatica che contribuiscono a creare. A pagarne il prezzo sono invece i lavoratori e le comunità dei territori più esposti – in Italia come nel resto del mondo – in uno scambio profondamente diseguale, sia fra i Paesi, sia al loro interno.

Nella filiera tessile lo scambio diseguale ha dei numeri: in Cambogia l’82% delle fabbriche tessili supera i 32 gradi al chiuso, una su tre i 35 gradi, con interni fino a 5 gradi più caldi dell’esterno già pericoloso, come viene spiegato nel rapporto “Mitigating Heat Stress in Garment, Footwear, and Travel Goods Sector” (2026). Lo denuncia anche la Clean Clothes Campaign, che chiede che il salario venga garantito quando il caldo ferma le linee di produzione.

Un rischio che riguarda da vicino anche l’Italia, che dalle filiere asiatiche importa gran parte dell’abbigliamento venduto sul mercato nazionale, e che non è comunque immune dagli effetti della crisi climatica. La denuncia è contenuta nel rapporto Rischio climatico in Italia. Scenari, costi e opzioni di risposta (2026). Secondo il documento, firmato da un gruppo di ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), del Politecnico di Milano, di Ca’ Foscari, dell’Istituto Universitario Europeo e dell’Università di Siena, a pagare il prezzo più alto sono i territori e i gruppi sociali con meno risorse per proteggersi.

È in questo scenario che si inserisce la proposta della Campagna Abiti Puliti. «Garantire a tutti i lavoratori e le lavoratrici un salario dignitoso di base – spiega la coordinatrice Deborah Lucchetti – non è soltanto una misura di giustizia sociale per riequilibrare le disuguaglianze fra redditi e gruppi sociali e quindi contribuire a mitigare le emissioni di CO2. È anche una misura di adattamento climatico urgente e necessaria, che consente alla classe lavoratrice di affrontare meglio la crisi climatica, avendo accesso a cibo, abitazione e servizi di maggiore qualità», ovvero il paniere di beni essenziali al centro della proposta della Campagna.

Una battaglia, quella per il salario dignitoso, che per la Campagna Abiti Puliti non riguarda soltanto i diritti di chi lavora nella filiera della moda, ma la possibilità stessa di costruire una transizione sociale e climatica che non lasci indietro nessuno. «Per una giusta transizione nella moda occorrono interventi sul piano delle politiche sociali e post-distributive da compiere subito, ma quello salariale è il primo passo per riequilibrare la distribuzione della ricchezza laddove si genera, cioè nel mercato del lavoro», conclude Lucchetti.

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