Tutto quello che c’è da sapere sul caso Regeni – 1/10/2026
La Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado a dieci anni tre agenti dei servizi egiziani per il sequestro di Giulio Regeni; tra appello, rischio prescrizione e condanna difficile da eseguire, il caso riapre il nodo dei rapporti economici e politici tra Italia ed Egitto.
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Fonti
#Regeni
Il Post – Cosa succede dopo la sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni
ANSA – Giulio Regeni, dieci anni a tre 007 egiziani ma non per l’omicidio
Il Post – C’è una novità nelle indagini sulla morte di Giulio Regeni
Al Jazeera – Giulio Regeni: Italy braces for key court ruling in murder case
Il Post – Il processo per l’omicidio di Giulio Regeni è di nuovo fermo
Il Fatto Quotidiano – Nessy Guerra: “Non voglio essere messa in correlazione con la vicenda di Giulio Regeni. Tajani? Non mi ha mai telefonato”
#ItaliaEgitto
Il Fatto Quotidiano – Italia-Egitto, dopo l’omicidio Regeni i rapporti commerciali tra Roma e il Cairo sono aumentati: 10 anni di grandi affari su gas e armi
Milano Finanza – Suez chiama le imprese italiane
InfoMercatiEsteri – Scambi commerciali (Egitto)
Il Manifesto – Elicotteri e navi militari, gli affari invisibili tra Italia ed Egitto
Osservatorio Diritti – Armi italiane: la metà dell’export va in Nord Africa e Medio Oriente
#Zaki
Open – I viaggi di Meloni e Tajani in Egitto, le pressioni Usa e il ruolo dell’Eni: così la grazia a Zaki è diventata realtà
Il Sole 24 Ore – Zaki sabato a Bologna (con polemiche). Tajani: non c’è stato alcun baratto
#BiennaleProssimità
Italia che Cambia – Ci vediamo alla Biennale della Prossimità 2026 per parlare di democrazia profonda
Trascrizione episodio
Lunedì è arrivata la prima sentenza sul caso Regeni e questa cosa sta avendo a cascata tutta una serie di conseguenze non solo giudiziarie ma anche politiche, geopolitiche, che penso sia interessante affrontare.
La sentenza della Corte d’Assise di Roma è stata di 10 anni a tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni. Per capire però come siamo arrivati a questa sentenza e anche cosa potrebbe succedere adesso, bisogna fare qualche passo indietro.
Giulio Regeni era un ricercatore italiano che nel gennaio del 2016, all’età di 28 anni, fu rapito al Cairo, quindi torturato e ucciso in circostanze mai del tutto chiarite. Il suo corpo fu ritrovato una decina di giorni dopo, alla periferia della città, con segni evidenti di tortura.
Regeni stava facendo un dottorato per l’università di Cambridge, e si trovava in Egitto per una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti: che è un tema politico molto delicato, soprattutto per il governo egiziano, che tra i sindacati aveva ed ha alcuni dei suoi più decisi oppositori. Considerate che parliamo dell’Egitto in cui al Sisi era stao eletto Presidente da meno di due anni, e aveva avviato una dura repressione del dissenso. E nello specifico cercava proprio di limitare la presenza degli ambulanti e aveva infiltrato tra loro alcuni informatori per intercettare possibili progetti rivoluzionari.
Quindi Giulio si trova al Cairo, fra i sindacati, a condurre questa delicatissima ricerca. Il capo del sindacato degli ambulanti è Mohamed Abdallah, una delle persone di cui Giulio si fidava di più, molto vicina. Secondo la ricostruzione della procura di Roma, Abdallah lo denunciò Regeni alla National Security, il servizio segreto civile egiziano, e cominciò a riferire agli agenti tutto quello che sapeva di lui.
C’entrano anche dei soldi: nell’autunno del 2015 Regeni aveva ottenuto un finanziamento di 10mila sterline da una fondazione britannica, che avrebbe potuto aiutare anche il sindacato. Abdallah voleva usarli per sé, Giulio si rifiutò, e il 7 gennaio 2016 Abdallah filmò con una telecamera nascosta Regeni che parlava della possibile domanda per la borsa di studio. Per gli apparati egiziani quel video diventò la prova che Giulio fosse una spia straniera e che volesse finanziare una rivoluzione.
Nemmeno la data del rapimento è casuale: il 25 gennaio, infatti, è l’anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, e nelle ore precedenti la polizia egiziana aveva compiuto migliaia di perquisizioni per bloccare proteste contro il regime. E poi appunto, l’epilogo tragico con Regeni che viene trovato morto alle periferie del Cairo.
Ecco, questa è la storia del rapimento e dell’uccisione di Regeni. Da lì in avanti la storia diventa una vicenda di relazioni internazionali, indagini e depistaggi lunga dieci anni, e non ancora conclusa.
Prima le autorità egiziane parlano di un incidente stradale. Poi, a marzo, attribuiscono l’omicidio a una banda di criminali, uccisi dalla polizia in una sparatoria, nel cui covo sarebbero stati trovati i documenti di Giulio. Una versione smontata in fretta dagli inquirenti italiani. Anche perché nel frattempo le analisi sui tabulati, ovvero sulle chiamate precedenti al rapimento, hanno messo in luce numerosi contatti telefonici tra gli agenti che tenevano sotto controllo Giulio e gli ufficiali dei servizi coinvolti in quella sparatoria. Quindi è probabile che quei documenti siano stati posizionati ad hoc nel covo dei criminali dai poliziotti stessi. Anzi, secondo un testimone ascoltato dagli inquirenti italiani, sarebbe stata proprio la National Security a inscenare una rapina per depistare le indagini.
Negli anni successivi la procura di Roma ha provato più volte ad avviare un processo contro quattro soggetti che fanno parte dei servizi segreti e che sembravano aver giocato un ruolo nel rapimento, ma anche qui le autorità egiziane si sono messe di traverso rifiutandosi categoricamente di fornire gli indirizzi dei quattro imputati. E nell’ordinamento italiano non si può procedere ad incriminare degli imputati senza che la cosa sia stata loro notificata. In realtà non si potrebbe procedere se non sono presenti in aula. Ma se gli viene notificato e loro si rifiutano di partecipare, questa cosa viene considerata un’eccezione in cui si può procedere lo stesso. Ma se proprio non si riesce a comunicare a queste persone che sono incriminate, il processo si blocca.
Nel settembre 2023, dopo sospensioni e ricorsi durati anni, interviene la Corte costituzionale, che stabilisce che si può procedere in assenza degli imputati anche in assenza di notifica, se la mancata notifica dipende dall’ostracismo di uno stato e configura una violazione dei diritti umani.
Quindi il dibattimento parte finalmente all’inizio del 2024 e vabbé, vi salto qualche altro passaggio e stop, comunque si arriva alla sentenza di lunedì in cui vengono condannati a 10 anni, in primo grado, 3 dei 4 imputati.
Chi sono questi funzionari della National Security, il servizio di sicurezza interno egiziano imputati nel processo?
C’è il generale Tariq Sabir, che era al vertice del dipartimento che monitorava i sindacati indipendenti, compreso quello degli ambulanti studiato da Giulio. Poi c’è il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim, un ufficiale della polizia investigativa. Secondo le indagini fu lui ad accompagnare Abdallah, il capo del sindacato, nella sede della National Security, nell’ottobre 2015, per denunciare Giulio. Lì il sindacalista incontrò gli altri due imputati, il colonnello Uhsam Helmi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
Diquesti ultimi due, il primo, Helmi, è lo stesso ufficiale che dopo la morte di Giulio entrò persino nel team investigativo italo-egiziano che avrebbe dovuto scoprire la verità. Nel senso che uno degli uomini accusati di averlo sequestrato faceva parte della squadra che indagava sul suo sequestro.
E poi c’è Sharif, che è la figura centrale. La procura lo considera l’uomo che ha materialmente provocato la morte di Regeni, e per lui aveva chiesto l’ergastolo, mentre per gli altri tre 17 anni e mezzo.
Le tre condanne a dieci anni, però, per Sharif, Helmi e Athar Kamel, sono al momento solo per il sequestro. Il generale Sabir è stato assolto. Mentre Sharif, l’unico accusato anche di lesioni e omicidio, per quelle accuse è stato assolto. In altre parole, la sentenza riconosce che Giulio fu sequestrato da uomini degli apparati di sicurezza egiziani. Ma su chi lo abbia torturato e ucciso, per ora, non dice nulla.
È comunque una sentenza che la stessa Procura di Roma ha definito “storica”, perché per la prima volta si riconosce il ruolo dei servizi segreti egiziani nel caso Regeni.
Ora, che succede adesso? Dal punto di vista processuale, la vicenda è tutt’altro che conclusa e tutt’altro che semplice. Gli avvocati difensori dei condannati hanno detto che vogliono impugnare la sentenza, e che chiederanno anche alla Corte costituzionale di esprimersi su alcuni dettagli procedurali. Il che dilazionerà ancora di parecchio i tempi e potrebbe far comparire l’ipotesi della prescrizione, che per il sequestro di persona arriva dopo dodici anni e mezzo. Il che significherebbe 2028, ma calcolando le varie sospensioni del procedimento il limite slitterebbe a metà 2030. Un orizzonte temporale che lascia dei margini di azione, ma nemmeno poi troppo.
Se invece, a un certo punto, la sentenza diventasse definitiva, a quel punto toccherebbe al governo italiano chiedere all’Egitto di far eseguire la condanna. Il che non sarebbe una roba semplice, perchè l’Egitto per anni si è rifiutato di collaborare, perché Italia ed Egitto non hanno nemmeno un accordo di estradizione. E difficilmente qualcuno andrà a prenderli al Cairo.
Stesso discorso per i soldi. La Corte ha stabilito una provvisionale, cioè un anticipo del risarcimento immediatamente esecutivo: 200mila euro ciascuno ai genitori di Giulio, 100mila alla sorella Irene e 150mila alla Presidenza del Consiglio, che era parte civile. Toccherà all’Avvocatura dello Stato provare a ottenerli ma non è chiaro nemmeno da chi, visto che nessuno sa dove siano i condannati.
In tutto ciò, alla dinamica processuale si intreccia una dinamica più ampia, che riguarda le relazioni fra Italia ed Egitto. Considerate che nel giorno della sentenza, che di fatto prova la mano dello stato egiziano nella rapimento di Regeni (e probabilmente nella sua morte) il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha detto che «non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone». Una frase che ha sollevato molte critiche, perché i servizi segreti interni dipendono direttamente dal governo egiziano. Tant’è che il legale della famiglia Regeni invece chiede di interrompere i rapporti con il Cairo.
Ma come mai i rapporti con l’egitto sono così importanti per il governo, anzi possiamo dire per tutti gli ultimi governi italiani da impedirgli di andare a fondo sulla questione?
Anche se Meloni ha provato a liquidare la questione dicendo che interrompere i rapporti con l’Egitto complicherebbe le ricerche sul caso, si sa che sono ben altri i legami che ci tengono uniti al Cairo.
Innanzitutto c’è l’aspetto economico/energetico. Come spiega Aldo Liga dell’ISPI al Post, l’Italia è il principale partner commerciale europeo dell’Egitto, con scambi per circa sei miliardi di euro all’anno. L’Italia compra dall’Egitto soprattutto idrocarburi, cioè petrolio e gas, metalli come acciaio e alluminio, e fertilizzanti. In particolare è il gas a fare la differenza. L’Eni opera in Egitto da oltre settant’anni. Nel 2015, pochi mesi prima del rapimento di Giulio, ha scoperto Zohr, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo. Dopo la crisi del gas russo del 2022, poi, l’Egitto è diventato ancora più interessante come possibile fonte alternativa per l’Europa e grazie al terminale di Damietta, l’Eni ha trasformato l’Egitto in un hub di esportazione di gas naturale liquefatto, che rifornisce i rigassificatori italiani. Oggi l’Eni ha in Egitto il 20% delle sue riserve globali, come ricorda il Fatto Quotidiano.
Invece il nostro Paese vende all’Egitto soprattutto macchinari e apparecchiature industriali, prodotti petroliferi raffinati, prodotti chimici e metalli. In sostanza, l’Italia vende all’Egitto tecnologia e beni per la sua industria. E a questo si aggiunge l’export di armi, cresciuto moltissimo proprio negli anni successivi alla morte di Giulio. Nel 2016, l’anno in cui Giulio è stato ucciso, l’Italia ha venduto all’Egitto armamenti per circa 7 milioni di euro. Tre anni dopo l’Egitto era il nostro primo cliente. Leonardo, il colosso della difesa controllato dallo Stato, ha ottenuto l’autorizzazione a vendere al Cairo 32 elicotteri militari per quasi 900 milioni di euro, e Fincantieri gli ha venduto due fregate, costruite in origine per la nostra Marina, per 1,2 miliardi.”
Oltre agli aspetti economici, c‘è una cooperazione di lunga data sulla gestione dei flussi migratori, che per l’Italia è da anni una priorità politica. E l’Egitto ha una grande influenza sulla Libia, che è il principale punto di partenza delle rotte verso le nostre coste e dove l’Italia ha forti interessi, anche energetici.
Senza dimenticare che l’Egitto è a prescindere un paese da tenersi buono, a livello di realpolitik: è il paese più popoloso dell’area, dal 2023 ha il ruolo di mediatore tra Israele e Hamas, controlla il canale di Suez, da cui passa una parte enorme dei traffici marittimi diretti verso l’Europa e i porti italiani.
Il governo Meloni ha rafforzato la collaborazione soprattutto sul fronte energia e migranti, ma va detto che nessun governo precedente aveva lo scontro con il Cairo e tutti avevano contribuito a rafforzare gli scambi. Nel 2020, ad esempio, era stato il governo Conte a dare il via libera alla vendita al Cairo di due fregate FREMM costruite da Fincantieri.
Metto sul piatto un ultimo tassello che potrebbe aver giocato un ruolo nella vicenda, ovvero quella che in geopolitica viene chiamata diplomazia degli ostaggi, cioé quando uno Stato usa le persone detenute come leva nei rapporti con un altro paese. C’è il sospetto che il Cairo possa aver messo, o mettere il caso Regeni come contrappeso sulla bilancia in altri casi simili. Ad esempio quando è stato liberato Patrik Zaki, studente egiziano dell’università di Bologna, arrestato in Egitto per aver pubblicato alcuni contenuti critici nei confronti del governo, alcuni analisti hanno letto la cosa anche come un modo per dall’altro lato chiedere all’Italia di non fare pressioni eccessive sul caso regeni.
Viceversa, alcuni temono adesso che l’egitto possa far leva sulla più recente vicenda di Nessy Guerra, 27enne di Sanremo condannata in Egitto a sei mesi di carcere per adulterio, dopo una denuncia dell’ex marito, che oggi vive nascosta in una località segreta in Egitto, in attesa della Cassazione, con una figlia di tre anni e mezzo. Che prima della sentenza aveva espresso il timore che una condanna molto dura degli 007 potesse avere ripercussioni sul suo caso.
Insomma, è tutto estremamente intrecciato e complesso. Spero almeno di aver dipanato alcune questioni.
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