16 Mar 2022

Paradossi – #482

Paradossi. Come l’ultima decisione dei vertici di Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, di tollerare discorsi di odio online sulle proprie piattaforme, a patto che sia anti-russo. O come quello, sorprendente e positivo, di essere di colpo tutti d’accordo sulla necessità di accogliere chi scappa da una guerra. O di condannare Putin che incarcera i giornalisti non allineati, ma poi accettare che Julian Assange venga estradato negli Stati uniti dove rischia persino la pena di morte. O di mandare a incenerimento 220 milioni di mascherine nuove, ancora incartate, mai usate.

HATE SPEECH? OK, SE ANTI-RUSSO

Sta succedendo una roba abbastanza strana e pericolosa. Una fra le tante. Meta, la società che è proprietaria di Facebook e Instagram, permetterà temporaneamente i discorsi d’odio sulle due piattaforme. A patto che siano rivolte verso l’invasione russa dell’Ucraina. Ne parla Esquire. «A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo temporaneamente concesso forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole, tra cui discorsi violenti come “morte agli invasori russi”. Continueremo a non consentire appelli alla violenza contro i civili russi», si legge nel testo diffuso dalla società.

Stando a email interne inviate ai moderatori di cui sono venuti in possesso i media, inoltre, la multinazionale permetterà alcuni post che invocano la morte per il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo bielorusso Alexander Lukashenko, in Paesi come l’Ucraina, la Polonia e la Russia stessa. La modifica temporanea alla policy dei «discorsi violenti», riguardante sia quelli diretti alle forze militari russe che quelli rivolti alle persone di nazionalità russa, sarà effettiva in Armenia, Azerbaijan, Estonia, Georgia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia e Ucraina. In una email, Meta ha specificato che l’eccezione alle linee guide nei discorsi sui russi varrà con i post «dove è chiaro che il contesto è l’invasione russa dell’Ucraina».

L’analisi fatta dal giornalista di Esquire Davide Piacenza è molto puntuale, e fa notare che:

  1. Facebook cambia in corsa una delle sue policy su un tema delicatissimo con una nonchalance disarmante, creando così un nuovo precedente – completamente arbitrario – nella guerra dell’informazione, che avrà senza dubbio conseguenze negative sull’esasperazione e gli effetti delle conversazioni online.
  2. non sarà facile determinare «dove è chiaro che il contesto è l’invasione russa dell’Ucraina».
  3. se Facebook ha deciso di fare un’eccezione sui post anti-russi, in che modo potrà giustificare il non applicare lo stesso metro a quelli anti-israeliani in Palestina? E chi ci dice che domani non decida in totale libertà, dopo una riunione interna, di ammettere contenuti che discriminano una determinata minoranza o un certo gruppo di persone?

A me tutto ciò sembra paradossale. E pericoloso. Che un’azienda possa decidere quando e contro chi si può esprimere il proprio odio.

MIGRANTI DALL’UCRAINA

Ciò che invece mi sorprende, in positivo, è la grande disponibilità del nostro paese, come devo dire di buona parte dell’Europa, ad accogliere profughi ucraini. Sia fra i politici, sia fra i cittadini. Si attendono solo in Italia almeno 700mila profughi ucraini in fuga dalla guerra nelle prossime settimane, visto che il nostro è il primo Paese europeo, dopo la Polonia, per presenza di cittadini ucraini. Dei circa 800mila residenti nella Ue, 230mila si trovano nel nostro Paese (dati Eurostat).

Il governo italiano si prepara con una strategia dai due filoni: l’accoglienza e l’assistenza sanitaria. Che a monte si fonda sull’attivazione, per la prima volta, del meccanismo previsto dalla direttiva 2001/55/Ce, che permette, in caso di massiccio afflusso di sfollati nei Paesi Ue, di riconoscere in loro favore la protezione temporanea: in settimana è in arrivo il decreto che metterà a terra la direttiva e garantirà ai profughi ucraini di soggiornare regolarmente in Italia, di lavorare, di accedere alla scuola e ai servizi sanitari, e di ricongiungersi ai familiari.

È un altro tabù che viene infranto. Quindi possiamo anche essere tutti d’accordo che quando delle persone scappano da una guerra è lecito, bello, raccomandabile, accoglierle e offrir loro un riparo. Se ci fosse una guerra nel mio paese, starei un po’ meglio se sapessi che fuggendo potrei arrivare da qualche parte dove qualcuno mi accoglie, mi offre dei vestiti e una casa calda, anche solo per un po’. Ricordiamocelo.

ASSANGE

Una cosa che invece fatichiamo ad applicare ancora è l’idea che la libertà di informazione sia qualcosa da tutelare sempre e comunque. Ci scagliamo contro Putin che incarcera i giornalisti, cosa atroce, siamo tutti d’accordo, ma ci scordiamo che un tizio di nome Julian Assange è ancora chiuso in carcere in Inghilterra e due giorni fa è arrivata un’ulteriore brutta notizia sulla sua vicenda.

È stato infatti respinto il ricorso del fondatore di WikiLeaks alla Corte suprema del Regno Unito e ora Assange è molto più vicino all’estradizione negli Stati Uniti, dove rischia una pena interminabile, forse addirittura una condanna a morte per aver contribuito a diffondere documenti riservati contenenti anche informazioni su crimini di guerra commessi dalla forze americane in Iraq e Afghanistan. 

Dopo il respingimento del ricorso, la consegna agli Stati Uniti, come ammettono dalla stessa WikiLeaks, sembra quasi scontata. Il dossier torna infatti ora sul tavolo del ministro dell’Interno, per il nulla osta definitivo all’estradizione entro poche settimane: nulla osta considerato scontato da parte della titolare attuale del dicastero, Priti Patel, un falco della compagine Tory di Boris Johnson.

MASCHERINE INCENERITE

Riporta il Post che entro la fine di marzo saranno bruciate tutte le mascherine comprate nel 2020 dalla struttura commissariale per l’emergenza coronavirus e mai richieste dalle regioni o da altre istituzioni: sono per lo più mascherine fatte di tessuto, con una scarsa capacità di filtrare l’aria, non certificate. Sono tantissime: 218 milioni e 500mila, secondo l’ultima ricognizione. Solo in Italia, tipo 4 a testa. Non sono state mai aperte e sono ancora oggi custodite in grandi scatole all’interno di depositi nelle regioni del nord e del centro. 

Dopo aver cercato invano di venderle, la struttura commissariale guidata da Francesco Figliuolo ha pubblicato un bando per commissionare l’impegnativo e costoso smaltimento. Ma come mai abbiamo tutte queste mascherine inutilizzabili? Le mascherine erano state comprate durante la gestione del commissario Domenico Arcuri, sostituito da Francesco Figliuolo a marzo 2021. Nei primi mesi dell’epidemia, Arcuri dovette far fronte a una grave carenza di mascherine a causa della notevole richiesta che in tutto il mondo aveva superato la capacità di produzione. La struttura commissariale riuscì ad acquistarne milioni grazie ad alcuni intermediari che aprirono dei canali commerciali con aziende estere, soprattutto cinesi. L’approvvigionamento di mascherine continuò nei mesi successivi per rifornire scuole, uffici pubblici, comuni. Senza badare molto alla qualità. Anzi per niente. 

Erano modelli non a norma, scomodi da indossare, che offrono poca protezione. E che ora saranno bruciate così, ancora nelle confezioni.

FONTI E ARTICOLI

#odio online
Esquire – Facebook permette l’hate speech se anti-russo, e l’Occidente non si sente troppo bene

#profughi
Il Sole 24 Ore – Ucraina: Governo, Regioni e Comuni si preparano ad accogliere almeno 700mila profughi

#Assange
Il Fatto Quotidiano – Julian Assange più vicino all’estradizione negli Usa. La Corte suprema inglese respinge il ricorso. Pratica sul tavolo del governo Johnson

#mascherine
il Post – Oltre 200 milioni di mascherine inutilizzabili saranno bruciate

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