Forest, il documentario che racconta il bosco come luogo di lavoro, cura e futuro
Arriva nelle sale Forest – Il futuro ha radici antiche, il nuovo documentario che racconta il lavoro forestale contemporaneo attraverso il percorso di quattro giovani in formazione, tra sicurezza, gestione del bosco e nuove sfide ecologiche.
C’è un bosco che molti immaginano come luogo da contemplare, attraversare, proteggere. E ce n’è un altro, meno raccontato, che è anche spazio di lavoro, conoscenza tecnica, responsabilità e cura quotidiana. È dentro questa seconda dimensione che entra Forest – Il futuro ha radici antiche, il documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon e prodotto da Cineblend, in uscita con un calendario di proiezioni in diverse città italiane.
Il film accompagna lo spettatore nel bosco del Monte Meletta, nel Comune veneto di Gallio, sull’Altopiano dei Sette Comuni, un territorio segnato prima dalla tempesta Vaia e poi dalla diffusione del bostrico, l’insetto che attacca gli abeti rossi e che proprio nelle aree danneggiate dalla tempesta ha trovato condizioni favorevoli per proliferare. Da questo paesaggio ferito prende forma un racconto che non si limita a mostrare il bosco come scenario naturale, ma lo osserva come ecosistema complesso, fragile e al tempo stesso vitale.
Al centro del documentario ci sono due ragazze e due ragazzi, allievi di un corso di formazione forestale: Filippo Sambugaro, Melani Mussoi, Silvia Minella e Tommaso Casagrande. Insieme a loro, gli istruttori Giorgio e Michele Sambugaro, operatori esperti che li accompagnano nel passaggio dalla teoria alla pratica. Il film segue i giovani mentre imparano a leggere il territorio, riconoscere le situazioni di rischio, usare gli strumenti corretti, comprendere il comportamento delle piante e affrontare il bosco non come un insieme indistinto di alberi, ma come un sistema vivo.
È qui che Forest propone uno dei suoi passaggi più interessanti: superare la contrapposizione semplicistica tra tutela ambientale e gestione forestale. Il bosco non viene rappresentato come un luogo da lasciare sempre e comunque intatto, né come una risorsa da sfruttare. Viene raccontato invece come un ambiente che richiede conoscenza, attenzione, monitoraggio, competenze scientifiche e capacità operative. Un luogo in cui ogni intervento comporta una responsabilità.
Il lavoro forestale che emerge dal documentario è un mestiere antico, ma profondamente cambiato. Alla forza fisica e all’esperienza sul campo si affiancano oggi formazione professionale, ricerca, tecnologia, dispositivi di protezione, cultura della sicurezza e consapevolezza ecologica. Il gesto tecnico non è mai separato dal contesto in cui avviene: tagliare una pianta, muoversi su un pendio, scegliere come intervenire in un’area danneggiata significa prendere decisioni che riguardano insieme il lavoratore, l’ecosistema e il futuro del territorio.
Un ruolo importante è riservato proprio alla sicurezza. Il documentario mostra strumenti, dispositivi e pratiche che permettono agli operatori di lavorare in condizioni più protette, restituendo dignità e complessità a un mestiere spesso percepito dall’esterno in modo approssimativo. Nel presskit del film, i registi spiegano di aver scoperto, nel corso del loro lavoro dedicato alla montagna, che il presidio di sicurezza non è semplicemente un prodotto, ma uno strumento indispensabile per tutelare chi opera in prima linea. In questo senso, anche le aziende che investono in ricerca e innovazione vengono raccontate come parte di un dialogo più ampio tra ambiente, formazione e lavoro.
Accanto ai giovani corsisti e agli istruttori, nel film intervengono diverse voci tecniche e scientifiche: Luigi Torreggiani, giornalista della Compagnia delle Foreste; Andrea Battisti, professore di Entomologia all’Università di Padova; Emanuele Lingua, professore di Selvicoltura; Stefano Grigolato, professore di Meccanizzazione Forestale; Dimitri De Gol, dottore forestale; Giorgio Pielli, consulente e formatore in sicurezza sul lavoro forestale; Luca Canzan, direttore tecnico di Cifort; Massimo Ferraresi, agente di Polizia Locale e Guardia Boschiva del Comune di Gallio; Alessandro Caltagirone, ingegnere biomedico e membro del Vibram Tester Team; Michele Benincà, responsabile DPI presso Benincà Rutilio & C.
Ne nasce un racconto corale, in cui la spiegazione degli esperti si intreccia con l’esperienza diretta dei protagonisti. La fotografia di Uber Mancin accompagna il pubblico dentro le sfumature del bosco, mentre il montaggio alterna osservazione, gesto tecnico e racconto umano. Il risultato è un documentario che ha una forte dimensione divulgativa, ma non rinuncia all’immersione: mostra la fatica, l’attenzione, la concentrazione e anche la bellezza di un lavoro che si svolge a stretto contatto con un ambiente in trasformazione.
Forest – Il futuro ha radici antiche invita così a guardare il bosco con maggiore consapevolezza. Non come cartolina verde né come semplice riserva di legname, ma come luogo attraversato da relazioni ecologiche, economiche e sociali. Un sistema che può essere protetto solo se viene conosciuto, e che può continuare a generare futuro solo se chi lo attraversa e lo gestisce è formato a farlo con cura.
Dopo le prime proiezioni di maggio, il documentario sarà presentato il 9 e 10 giugno al Cinema Mignon di Chiavari, il 17, 18 e 19 giugno a Martignacco, il 18 giugno a Terni, il 23 giugno a Cuneo, il 22 luglio a Marano Vicentino, l’11 agosto a Castello Tesino, il 5 e 12 settembre ad Asiago, il 22 settembre a Bergamo, il 30 settembre a Padova, il 27 ottobre a Cesenatico, il 28 ottobre a Bagnacavallo e il 3 dicembre a Bolzano. Il calendario completo delle proiezioni è disponibile sul sito di Cineblend.






Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi