21 Luglio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / Io faccio così

Emily Diquigiovanni e il suo viaggio in solitaria fino all’India per abbattere gli stereotipi di genere

A bordo di un van la vicentina Emily Diquigiovanni ha raggiunto l’India. I suoi obiettivi? Smentire stereotipi di genere, doppi standard della genitorialità e paura dell’esplorazione in solitaria. Ma anche sostenere donne con fragilità con progetti mirati.

Autore: Chiara Scarparo
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«Il viaggio ha sempre fatto parte della mia vita». Si presenta così Emily Diquigiovanni, assistente sociale di origini venete che qualche mese fa ha deciso di dare una svolta alla sua vita. Era il 17 ottobre 2025 quando Emily è partita da Castelgomberto, in provincia di Vicenza, a bordo di un van, percorrendo 16.000 chilometri e attraversando 15 Paesi per raggiungere il Kerala, nel sud dell’India.

L’obiettivo del viaggio? Portare un aiuto concreto al centro Karunyatheeran, una struttura che ospita ragazze e donne in condizione di vulnerabilità. È nato così Strade che uniscono, un progetto a sostegno dell’emancipazione femminile attraverso il turismo responsabile e la cooperazione umanitaria. In questa chicchierata Emily ci racconta la sua storia: un manifesto contro gli stereotipi di genere, i doppi standard della genitorialità e la paura dell’esplorazione in solitaria.

Emily, ogni grande cambiamento nasce da una rottura o da un’intuizione silenziosa. Quando hai capito che dovevi creare una nuova strada?

Mi lego decisamente all’idea dell’intuizione. Ho cominciato a viaggiare a 18 anni, quando sono partita per gli Stati Uniti per studiare prima alla University of Georgia ad Atlanta e poi a New York presso la NYU. Dieci anni dopo sono rientrata in Italia e ho iniziato a lavorare come assistente sociale, una professione che mi ha permesso di vivere e spostarmi a lungo all’estero, dal Sud America all’est Europa, portando con me mio figlio fin da piccolo.

Emily Diquigiovanni
Emily Diquigiovanni con Sister Theresa

Negli ultimi anni però questa dinamica si era un po’ arrestata: da una parte perché ormai è adolescente e viaggiare insieme in questa fase non è così semplice; dall’ altra perché il lavoro mi ha portata a una dimensione più locale. L’intuizione vera e propria è arrivata dopo il mio primo viaggio in Asia nel 2024, per un’esperienza in India legata allo yoga.

Parlando con alcune amiche e ripensando alla bellezza dell’esplorazione, mi sono resa conto di quanto mi mancasse quell’adrenalina unica, quella sensazione inconfondibile che si prova la sera prima di partire. Ho sentito una spinta fortissima nella pancia e anche se all’inizio non capivo bene cosa fosse ho scelto di ascoltare quella voce interiore, lasciando che le cose prendessero forma.

C’è un aneddoto o un incontro all’inizio di questo percorso in cui hai pensato “sto facendo la cosa giusta”?

Sì ed è strettamente legato a quel viaggio. Tornata dall’India ho conosciuto Sister Theresa, una ex suora che, dopo aver vissuto a lungo in Italia, è tornata in Kerala per fondare l’orfanotrofio Karunyatheeran. Oggi questa struttura accoglie più di quaranta ragazze dai tre ai vent’ anni e ospita una ventina di donne sole o vedove che altrimenti finirebbero per strada. Sister Theresa è incredibilmente tenace e tra noi c’è stata subito un’intesa profonda.

Quando smettiamo di desiderare finiamo semplicemente per trascinarci nella routine

Ho sentito che la sua struttura doveva essere la destinazione del mio viaggio. Rientrata a casa ho condiviso l’idea con amici e familiari ricevendo, da una buona parte di loro, un’ondata di solidarietà inaspettata. È stato allora che ho capito di essere sulla strada giusta: ho dato forma a Strade che uniscono e avviato la raccolta fondi.

Molte donne rinunciano a seguire le proprie passioni o a viaggiare da sole per paura o condizionamenti sociali. In che modo la tua esperienza scardina questi stereotipi?

Provengo da una famiglia operaia che mi ha sempre supportata, senza remore legate al mio genere, e questo mi ha agevolata. So che per molte non è così. Con il mio progetto voglio dimostrare che si può scardinare l’idea che una donna debba avere paura di esplorare in solitaria. Spesso mi chiedo perché a un uomo sia concesso di viaggiare senza timori e a una donna no.

Questi condizionamenti sono ancora forti ma oggi abbiamo gli strumenti per osare. Durante il tragitto ho intervistato molte donne, dalle realtà turche a quelle iraniane, scoprendo che le loro problematiche profonde sono simili alle nostre. Spero che vedermi in gioco dimostri che se una donna sta bene con sé stessa, fa stare bene anche chi la circonda.

Emily Diquigiovanni

Quali ostacoli hai avvertito in quanto donna nel metterti in gioco in questo percorso?

Gli ostacoli sono stati sia pratici che culturali. Dal punto di vista burocratico la preparazione è stata faticosa, tra lunghe attese per i visti e il rifiuto del primo permesso per l’Iran a causa delle tensioni politiche. Inoltre viaggiare con un mezzo proprio richiede il Carnet de Passages en Douane, un documento costoso che necessita di una fideiussione bancaria.

Anche l’allestimento tecnico del van è stato una sfida: ho dovuto acquisire competenze meccaniche che culturalmente non vengono quasi mai insegnate alle donne. Sul piano sociale invece ho subito giudizi e diffidenza. Mi è stato criticato il fatto che, in quanto madre, stavo mettendo me stessa in primo piano, lasciando mio figlio adolescente a casa. Mi sono chiesta spesso se un uomo avrebbe ricevuto gli stessi attacchi legati alla genitorialità.

Che messaggio ti senti di lanciare a chi, in questo momento, sta leggendo la tua storia?

Di non aver paura di sognare, di scrivere i propri desideri su carta e di pronunciarli ad alta voce. Quando si ha il coraggio di farlo, metà dell’opera è compiuta. Purtroppo, parlando con molte coetanee, noto che faticano a ricordare quali siano le loro passioni, quasi si fossero dimenticate dei sogni che avevano a vent’anni. Trovo questo spegnimento pericoloso, perché quando smettiamo di desiderare finiamo semplicemente per trascinarci nella routine. Personalmente vorrei essere un modello positivo anche per mio figlio: non potrei mai insegnargli a inseguire i suoi sogni se io stessa non avessi il coraggio di coltivare i miei.

Emily Diquigiovanni

Per concludere: quali sono le prossime strade nel futuro del tuo progetto?

Il futuro di questo progetto sta prima di tutto nella condivisione del materiale raccolto lungo il cammino, tra foto, diari di viaggio e le tantissime, preziose interviste fatte alle persone che ho incontrato. Inoltre, Strade che uniscono è pronto a fare un passo successivo.

Se la mia intuizione iniziale è nata proprio durante quel primo viaggio in India – coordinato da Manuela Ronci, fondatrice di Yoga in Viaggio –, oggi le nostre forze si stanno unendo ufficialmente per dare vita al progetto Oltre. Insieme vogliamo unire la mia esperienza sul campo alla filosofia dei viaggi consapevoli, creando un canale di cooperazione e turismo responsabile che possa dare un supporto duraturo a Sister Theresa, all’orfanotrofio Karunyatheerane a molte altre realtà simili.

Le prossime iniziative sono già state fissate: a dicembre voleremo in Etiopia all’Omo Morningstar Children Center, una Onlus con cui Yoga in Viaggio collabora da un paio d’anni, mentre a fine gennaio 2027 torneremo nuovamente in India da Sister Theresa. Insomma, il mio viaggio è tutt’altro che concluso. L’intenzione ora è spingersi ancora un po’ più in là: oltre gli stereotipi di genere e incontro a tutto ciò che oggi consideriamo altro solo perché distante.