15 Luglio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / World in progress

Luciano Floridi: l’intelligenza artificiale non esiste (per nostra fortuna)

Il filosofo Luciano Floridi ci invita a lasciare da parte la fantascienza nelle profezie sul futuro. Le macchine pensanti esistono solo nella nostra immaginazione: il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale ci sostituisca, ma piuttosto che noi esseri umani smettiamo di assumerci le nostre responsabilità.

Autore: Fabrizio Corgnati
Luciano Floridi 1

Forse la verità è che Hollywood ci ha preso un po’ troppo la mano. A forza di vedere e rivedere film come Blade Runner o 2001: Odissea nello spazio, probabilmente molti di noi si sono convinti che ChatGPT e Gemini rappresentino solo il primo passo verso un futuro dominato da androidi pensanti e senzienti. La famigerata “singolarità tecnologica” – ovvero il momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella umana – ci appare una realtà ormai imminente. Con il suo inevitabile corollario: gli esseri umani verranno ridotti a semplici ferrivecchi pronti per la demolizione.

Questo almeno è ciò che si finisce per temere o di cui si finisce per convincersi a forza di leggere le previsioni sui principali siti d’informazione. Io, nel mio piccolo, penso invece che tra Isaac Asimov o Philip K. Dick e i redattori del Corriere della Sera esista ancora una bella differenza. E non mi riferisco solo allo stile letterario. Se vogliamo sederci a un tavolo e discutere seriamente del destino dell’intelligenza artificiale dobbiamo sgomberare il campo dagli scenari fittizi, senza alcuna connessione con la realtà dei fatti. Leviamo di mezzo tutto quello che ci annebbia la vista. A partire dal termine stesso: intelligenza artificiale.

Non lo dico io, che di esseri umani per lavoro un po’ me ne intendo, ma di macchine molto meno. Lo dice un grande filosofo e sociologo come Luciano Floridi, orgoglio italiano, professore alle Università di Yale e di Bologna e presidente della Fondazione Leonardo. AI, secondo lui, non dovrebbe significare artificial intelligence, ma «“Agenzia senza Intelligenza”: l’intelligenza e la responsabilità che porta con sé restano tutte e solo nostre. Il resto è fantascienza». Questo sì che mi pare un buon punto di partenza, con buona pace di Asimov e Dick.

intelligenza artificiale

Il professore, che mi ha fatto l’onore di rispondere a qualche mia domanda, è uno tra quegli esperti che hanno più volte espresso perplessità sull’uso del termine “intelligenza artificiale”. Un termine che introduce un fraintendimento nel dibattito pubblico: ci fa credere che sia possibile proiettare qualità umane su sistemi che, in realtà, funzionano in modo radicalmente diverso.

«“Intelligenza” è una metafora che abbiamo preso alla lettera», afferma Floridi. «Chiamandola così, proiettiamo sulle macchine pensiero, intenzioni e perfino volontà e finiamo per discutere di robot ribelli invece che dei problemi reali. La distanza incolmabile è semplice: noi agiamo capendo, l’AI manipola simboli con successo senza accedere al loro significato. Avere un modello dell’uso corretto di “dolore” o “gioia” non significa capire che cos’è la sofferenza o la felicità: avere la parola non è avere l’esperienza».

Certo, questi sistemi sono estremamente efficaci nel fare, ma non sono affatto in grado di comprendere, anche se ce ne danno l’impressione. «È la formula più precisa che abbiamo: agiscono con successo senza capire. La linea passa fra prestazione e comprensione. Una macchina può simulare il comportamento intelligente, cioè produrne i risultati, la sintassi giusta senza alcuna semantica, come un termostato “decide” di accendere il riscaldamento senza sapere che cosa sia il freddo. Coscienza e intenzionalità non c’entrano niente».

Ridefinire i ruoli significa questo: lasciare all’intelligenza artificiale la produzione di soluzioni, mantenendo un controllo significativo e la scelta

Se “intelligenza artificiale” è un termine fuorviante, quale alternativa proporrebbe il professore per descrivere più accuratamente queste tecnologie? «Non ho una sola etichetta da proporre, basta fare attenzione: usare “AI” come i “cavalli vapore” di un motore, una sigla, non una promessa. Nessuno, sotto il cofano, cerca zoccoli o criniere. È sufficiente smettere di usare “intelligenza” come se spiegasse qualcosa». Attenzione, non pensiate che il tema sia banalmente lessicale: cambiare il linguaggio avrebbe infatti un impatto reale anche sulle politiche e sulla regolazione: «Sul piano regolatorio l’effetto è concreto. Un sistema descritto come “intelligente” sembra meritare diritti o colpe che non può avere».

Solo abbandonando l’idea che queste tecnologie siano “intelligenti” in senso umano, insomma, possiamo interpretarle più correttamente come strumenti avanzati. «L’intelligenza artificiale somiglia all’elettricità: una tecnologia di uso generale che modifica il nostro ambiente e il modo di vivere, con cui si possono fare infinite cose. Questo riporta la responsabilità a noi. Amplifica le nostre capacità e, in molti compiti, sostituisce il nostro lavoro. Ma non tocca il giudizio su quali compiti valga la pena svolgere e perché, quando, come e con chi, o magari quando smettere, e così via». 

Eccolo qui allora il vero pericolo a cui ci può portare l’intelligenza artificiale: non tanto essere tutti uccisi da robot assassini, bensì privarci da soli della nostra stessa responsabilità umana. «È il rischio più serio di tutti, che diventiamo passivi», mette in chiaro Floridi. «Se la macchina è “intelligente”, allora “decide” e se decide la colpa è sua: comodissimo per chi la progetta e la vende».

intelligenza artificiale
Luciano Florindi

Ma una responsabilità senza intenzioni è una contraddizione: «Un sistema AI è pericoloso se gli chiediamo di scegliere al posto nostro e accettiamo la risposta o la soluzione senza pensarci. È il bias dell’automazione: scambiamo la sicurezza apparente del risultato per competenza. In realtà più il sistema è sofisticato e sembra non sbagliare, più dovremmo controllarlo e avere le competenze per farlo».

Persino figure come lo stesso Steve Wozniak, il cofondatore della Apple, hanno sottolineato che le macchine non dovrebbero mai essere considerate responsabili o autonome nel senso umano del termine. «Concordo, nessuna macchina è autonoma nel senso umano. A fare la differenza sono il come e il perché. Si pensi alla guida autonoma: la differenza sta nel voler andare da qualche parte, guidando o meno. La responsabilità sul futuro dell’intelligenza artificiale sarà sempre tutta nostra. Ed è una buona notizia, perché ci restituisce il ruolo che conta».

Il futuro che vale la pena immaginare prevede insomma che il giudizio umano – etico, sociale, politico – rimanga centrale, proprio perché non delegabile. Non parliamo di sostituzione dunque, bensì di ridefinizione dei ruoli tra esseri umani e tecnologie: «Lo spero e credo che sia possibile. La tecnologia migliore non ci toglie le decisioni difficili, ce le restituisce ripulite dal lavoro meccanico. Ridefinire i ruoli significa questo: lasciare all’intelligenza artificiale la produzione di soluzioni, mantenendo un controllo significativo e la scelta. Capire l’AI significa anche non cedere alla tentazione, sempre forte, di delegare la nostra responsabilità».

Le parole del professor Floridi rassicurano un ottimista radicale come il sottoscritto: esiste un modo sano di essere ottimisti rispetto a queste tecnologie, senza cadere né nell’entusiasmo ingenuo né nel catastrofismo. «Esiste e sta nel mezzo. Sono molto ottimista sulle opportunità, un po’ meno sulla nostra capacità di coglierle. L’entusiasmo ingenuo e il catastrofismo si somigliano: entrambi ci tolgono la responsabilità di scegliere e decidere che cosa debba avvenire, l’uno affidandosi alla macchina salvifica, l’altro temendo quella distruttrice. I benefici concreti sono enormi, dalla diagnosi precoce dei tumori al clima. Il problema non è produrli, ma distribuirli. Oggi il divario si sta ampliando».