24 Luglio 2026 | Tempo lettura: 8 minuti

Torna l’Healing Music Festival, dove “la musica diventa una rete di relazioni e benessere”

Abbiamo intervistato Emiliano Toso, musicista, sperimentatore e ideatore dell’Healing Music Festival, una tre giorni tra musica, natura e benessere.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Non è un festival musicale in senso stretto. Niente calca, code interminabili, nessuna divisione netta fra palco e platea, fra artisti e pubblico. Immaginate, piuttosto, di arrivare in un luogo dalla natura rigogliosa, dove la musica aiuta a tessere una rete dei relazioni e benessere. Il 21, 22 e 23 agosto 2026 torna l’Healing Music Festival, per la sua seconda edizione, nella cornice del Santuario della Brughiera a Valdilana, a Biella. Tre giorni di concerti, laboratori e passeggiate nella natura dedicati a quella che i suoi organizzatori chiamano “musica del benessere”: un’esperienza immersiva pensata per il benessere psicofisico e la rigenerazione interiore, più che un festival musicale in senso tradizionale.

L’evento è organizzato da Emiliano Toso, con Translational Music e ViaggieMiraggi, in collaborazione con una lunga lista di realtà del territorio: il Comune di Valdilana, Oasi Zegna, Fondazione Zegna, Richiamo del Bosco, Movimento Lento, Amici del Santuario della Brughiera e il Consorzio Alpi Biellesi. Ne abbiamo parlato con Emiliano Toso, ideatore del festival insieme a Enrico De Luca di Viaggi e Miraggi e Richiamo del Bosco e Marco Bo di Richiamo del Bosco.

Biologo molecolare di formazione, Toso si è dedicato interamente alla musica: da questo doppio percorso nasce Translational Music, il progetto con cui da tredici anni compone brani su frequenza specifiche, pensati per accompagnare stati di rilassamento e consapevolezza. Inoltre ha portato la musica anche in contesti clinici come sale operatorie e percorsi di cura. Con l’Healing Music Festival, per la prima volta ha deciso di costruire in prima persona uno spazio condiviso, insieme agli amici di ViaggieMiraggi e Richiamo del Bosco.

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Emiliano Toso, biologo molecolare, musicista e co-organizzatore dell’Healing Music Festival

Fai concerti tutto l’anno in giro per l’Italia: cosa rappresenta invece il festival, con più artisti e realtà coinvolte, rispetto alla singola esibizione? Cosa si può costruire in tre giorni insieme che in un concerto singolo non si crea?

In generale i miei concerti sono già più un’esperienza che un’esibizione: creano uno spazio in cui ognuno può entrare in una certa frequenza e lavorare su di sé. Ad ogni modo, rispetto a un concerto singolo, in cui suono soltanto io, stare tre giorni insieme permette di andare più in profondità, soprattutto perché ci sono altri artisti che lavorano con lo stesso tipo di vibrazione e questo dà alle persone diversi canali per entrare in quello spazio: canali legati al suono delle campane tibetane, della voce, delle piante, del pianoforte, del violino, del flauto, dell’arpa.

Ognuno lo fa attraverso una sua frequenza, un suo colore, un po’ come i fiori, che hanno proprietà simili ma ciascuno il suo colore e il suo profumo: c’è chi è più attratto dal viola o dal giallo, chi dal profumo del tiglio, chi da quello della rosa. Attraverso strade diverse però si arriva tutti nello stesso spazio, uno spazio di salute e di benessere in cui le persone si possono rilassare ed entrare in una pace e in una consapevolezza che permette di stare bene e, per chi vuole, di lavorare anche su di sé.

Come scegli gli ospiti?

L’anno scorso ho chiamato le persone e gli artisti che sentivo più vicini a livello vibrazionale, energetico, di risonanza, e al di là dei singoli artisti si è creato uno stato di famiglia: tutti insieme ci siamo sentiti come dentro una ragnatela, una rete che conteneva le vibrazioni di cui avevamo bisogno. Per me, tra l’altro, questo festival è stata la prima volta in cui ho deciso di organizzare qualcosa senza aspettare che mi chiamassero: in tredici anni di Translational Music le altre situazioni sono sempre state occasioni in cui altri organizzatori mi hanno invitato un festival, una convention, in un certo posto, con certe idee. Questa volta invece ho deciso io, insieme a Marco e Enrico, di fare questa cosa insieme – dopo un tuffo nel torrente ghiacciato della Valle Cervo.

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Cosa significa per te “musica del benessere” e cosa vorresti che le persone si portassero a casa da questi tre giorni?

Significa che c’è una musica che lascia lo spazio per entrare in uno stato di benessere, di salute, di consapevolezza, di respiro di cui le persone hanno bisogno in questo momento storico e che difficilmente si trova nella vita quotidiana. Chi viene al festival è attratto proprio da questa idea: trovare uno spazio di respiro tra una nota e l’altra. La parte più importante infatti è quella del silenzio tra un brano e l’altro, tra un artista e l’altro, tra una nota e l’altra. In quello spazio ci siamo noi e ci sono le persone che l’anno scorso hanno creato questa famiglia.

Lo scorso anno hanno partecipato molte persone. Che novità ci sono nel programma di quest’anno?

Rispetto allo scorso anno, più della metà sono artisti nuovi. Ci sono i tamburi giapponesi, c’è un laboratorio musicale con Matteo Boseglio. C’è anche uno spazio di musica più partecipativa, in cui si potrà danzare. Poi ci sarà la mia pianista preferita di sempre, quella a cui mi sono ispirato fin da giovane, Alessandra Celletti di Roma, una persona veramente speciale. C’è anche una cosa che trovo davvero unica: l’Orchestra delle piante, Plants Play, con Eduardo Taori, l’inventore dello strumento che permette di tradurre le variazioni elettriche delle piante in musica. Potremo sentire anche la musica delle piante che ci circondano o portarne noi da casa e suonare insieme a loro.

E poi c’è questa unione tra organizzatori, artisti e pubblico, che era già nata l’anno scorso e che quest’anno si estende anche alla natura dell’Oasi Zegna e del Santuario della Brughiera: un passo in avanti in cui ci sentiremo ancora più uniti, perché sentirsi uniti con quello che ci circonda – per noi artisti col pubblico e con gli organizzatori – crea la fiducia che ci permette di rilassarci ed entrare in uno stato di benessere.

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Da quando hai iniziato con la Translational Music nel 2013, hai notato un cambiamento reale nell’interesse verso questi temi?

È cambiato molto il pubblico e probabilmente anche io: sono entrati nuovi elementi dal punto di vista scientifico e a me piace sempre condividere quello che la scienza ci offre a livello di consapevolezza, con un linguaggio accessibile e divulgativo – penso alle nuove frontiere dell’epigenetica, della sonocitologia, della medicina rigenerativa attraverso la musica e all’integrazione della musica in medicina. Come docente in vari master in tutta Italia, porto proprio questa conoscenza della musica in processi delicati come la chemioterapia, la chirurgia o la psicoterapia, dove la musica ha ormai un ruolo fondamentale nell’accompagnare gli aspetti legati alle emozioni.

Quindi, quello che è cambiato principalmente è che le istituzioni – universitarie, della musicoterapia, degli ospedali – hanno aperto le porte alla musica. Si è visto soprattutto quando sono entrato in sala operatoria con il pianoforte a coda: un atto forte, per una medicina che dà accesso alla musica non solo come sottofondo ma come elemento fondamentale di un processo di guarigione. E si sente anche negli eventi dal vivo, perché le persone arrivano più aperte, più pronte: arrivano rappresentanti medici e delle istituzioni, molti più uomini rispetto a prima, persone di tutte le età e, soprattutto negli ultimi anni, da quando è uscito il mio libro In armonia, arrivano anche i giovani: non solo i bambini “nati nella pancia” con la mia musica, ma anche gli adolescenti.

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Che ruolo ha, nel festival, il luogo in cui si svolge, il Santuario della Brughiera? E la rete di realtà del territorio?

Quello che ho sentito io, l’anno scorso, è che con gli amici della Brughiera – una realtà molto semplice, presente nel luogo – c’è stato tantissimo aiuto, accoglienza, curiosità, anche da parte della chiesa e di tutte le persone del territorio. C’è stata apertura, interesse, e ne abbiamo beneficiato tutti.

Come vorresti che questo festival crescesse o si evolvesse nel tempo?

Mi piacerebbe che a un certo punto si spostasse anche in altre regioni – per esempio nelle Marche, dove vado spesso a suonare e ci sono molte persone che mi conoscono – e che coinvolgesse sempre più artisti, soprattutto i più giovani, come mia figlia Martina, come Giulio Ciofi, come Valentina e Fabiola: persone che magari non lo sanno ancora, ma hanno un modo di portare la musica diverso da quello di chi si esibisce nelle orchestre o viene scritturato per gli spettacoli. Hanno voglia di portare la loro musica in modo semplice, per esempio nei boschi, in mezzo alle persone e non sul palco, e per questo a volte si sentono un po’ fuori posto nel mondo classico del conservatorio o dell’industria musicale. Mi piacerebbe creare spazio anche per loro.

Vuoi approfondire?

Info e programma completi li puoi trovare sul sito del festival.