Turisti israeliani sbarcano in Sardegna: “Faccio quello che voglio”
Un gruppo di turisti israeliani è atterrato a Cagliari. Ad attenderli due presidi opposti, uno di accoglienza e uno di protesta. Con loro anche la giornalista Lisa Ferreli, che ci racconta cos’è successo all’aeroporto di Elmas.
Non esistono voli neutri mentre è in corso un genocidio e quindi non possono esistere aeroporti davvero separati da ciò che accade altrove, quando quel “altrove” continua a produrre morte, espulsione, distruzione. Domenica 29 giugno, all’aeroporto di Cagliari Elmas, questa frattura è diventata tangibile. Il volo diretto da Tel Aviv con turisti israeliani a bordo è atterrato alle 9:35, ma ciò che si è consumato tra il piano terra del terminal arrivi e il marciapiede esterno è stato un attraversamento: di corpi, di simboli, di conflitti che non restano più confinati altrove.
La giornalista Lisa Ferreli, presente sul posto, scrive una cronaca che restituisce una scena stratificata, fatta di soglie più che di spazi separati. Dentro e fuori, continuamente. Un aeroporto che per alcune ore ha smesso di essere un luogo neutro per diventare un punto di frizione tra posizionamenti inconciliabili. «Domenica mattina l’aeroporto di Cagliari Elmas è stato tutto fuorché un non-luogo», scrive, ribaltando nei fatti la definizione dell’antropologo Marc Augé.
La soglia come campo di tensione
La cronaca pone l’attenzione non tanto su ciò che accade dentro o fuori, ma su ciò che accade tra. La soglia, le porte scorrevoli dell’area arrivi, diventano il punto in cui il conflitto prende forma visibile. Dentro, i passeggeri del volo LY05487 escono dall’area extra-Schengen. Ad accoglierli, una piccola comitiva con bandiere israeliane. Fuori, una quarantina di manifestanti risponde con striscioni, cori e bandiere palestinesi. Due scene simultanee, che esistono l’una in funzione dell’altra.

Ferreli restituisce un episodio emblematico: «Una delle prime persone a varcare la soglia è una donna […]. Apre la valigia e tira fuori una bandiera israeliana dirigendosi verso l’uscita». Poco dopo, quella stessa bandiera attraversa il presidio. «La donna esce, alza in alto la bandiera […], la donna ride e manda baci ai manifestanti». Non c’è contatto fisico, ma la distanza è solo apparente. La tensione si concentra tutta nei gesti, negli sguardi, nelle parole urlate da un lato e dall’altro. «Lo scontro è verbale, ma la Polizia si frappone mantenendo le distanze», annota la giornalista. È una gestione che traduce il conflitto in ordine pubblico, senza però riuscire a neutralizzarne il significato.
La protesta
La mobilitazione nasce dalla chiamata di Unica per la Palestina e di diverse realtà sarde solidali con il popolo palestinese. È una risposta organizzata all’attivazione della rotta diretta tra Tel Aviv e la Sardegna. La questione non è solo il volo in sé, ma ciò che rappresenta. «Il sospetto di chi manifesta è che a bordo vi siano riservisti dell’esercito israeliano […], per trascorrere un periodo di “decompressione” in Sardegna», scrive Ferreli. Un’ipotesi che si intreccia con una critica più ampia: quella alla normalizzazione dei rapporti con uno Stato accusato di genocidio.
In questo quadro, il presidio non si limita a esprimere dissenso, ma tenta di interrompere simbolicamente la linearità del transito. «La protesta deve essere statica», impone la Questura. Non si possono seguire i passeggeri né rivolgere contestazioni dirette. Eppure, anche entro questi limiti, si creano delle crepe. Le parole scandite – «Palestina libera», «i criminali di guerra non sono benvenuti» – non restano confinate nello spazio esterno, ma attraversano il terminal. Così come attraversa lo spazio il messaggio politico che le sostiene: l’idea che «nemmeno (o forse, soprattutto) un aeroporto debba restare neutro».

Dentro il terminal: diffidenza e controllo
Se fuori il conflitto è esplicito, dentro assume forme più sottili. La comitiva filoisraeliana resta in postazione, accoglie, osserva, ma soprattutto controlla. Ferreli racconta un episodio significativo: alcuni presenti mettono in discussione la sua identità di giornalista. «Ma io non ci credo», ridono. Poco dopo, uno di loro inizia a fotografarla in modo insistente, seguendola anche all’esterno. Alla richiesta di spiegazioni, la risposta è netta: «Perché faccio quello che voglio».
Non è un dettaglio, è un comportamento che segnala una tensione verso lo sguardo stesso che documenta, di chi sta facendo il suo lavoro, di domenica, al fine di informare. L’informazione stessa viene svilita e la frase “perché faccio quello che voglio” rimanda a un atteggiamento generale di onnipotenza di uno Stato che perpetua un genocidio, sotto lo sguardo del mondo, e che resta impunito.
Il reportage ci trasporta direttamente all’interno di un clima, in cui l’osservazione diventa terreno di conflitto. Allo stesso tempo, molti passeggeri evitano il confronto. «Si guardano intorno, ma non vogliono parlare», scrive Ferreli. Il silenzio, in questo contesto, non è neutro: è una forma di attraversamento che prova a sottrarsi alla scena, senza riuscirci del tutto.
Quando il non-luogo si riempie
Il riferimento a Marc Augé, nel testo, non è un incipit teorico, è una chiave di lettura che si trasforma lungo il racconto. Gli aeroporti, scrive l’antropologo, sono “non-luoghi”: spazi di passaggio, privi di identità e relazioni stabili. Ma ciò che accade a Elmas sembra contraddire questa definizione. «Qualsiasi luogo, anche quello più asettico, può assumere un significato particolare per un gruppo di individui», ricorda Ferreli.
L’informazione stessa viene svilita e la frase “perché faccio quello che voglio” rimanda a un atteggiamento generale di onnipotenza
Domenica mattina quel significato è stato prodotto dal conflitto. Dalle bandiere contrapposte, dai cori, dai gesti di provocazione e da quelli di solidarietà. Persino da chi, lavorando in aeroporto, si ferma a esprimere accordo con il presidio, prevedendo un’estate segnata da «queste tipologie» di arrivi. Qui il “non-luogo” si riempie. Non è un luogo condiviso, ma uno spazio saturo di posizionamenti. «La Palestina entra ed esce dai terminal insieme ai passeggeri», scrive la giornalista. Non come semplice tema, ma come presenza che rompe la continuità.
Dentro e fuori smettono di essere categorie separate. Il transito non è più neutro. E ciò che accade a Elmas – per alcune ore, in un’afosa mattina di fine giugno – restituisce un’immagine più ampia: quella di un mondo in cui anche gli spazi più standardizzati possono diventare campi di visibilità politica. Non perché lo decidano tutti, ma perché qualcuno, attraversandoli, li costringe a prendere forma.












Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi