Dare voce a chi non ce l’ha: la rotta balcanica e la traversata mediterranea nella missione di Pacefuturo
Dal cammino di Santiago alla rotta balcanica, un parallelismo che rende bene l’idea delle difficoltà che affrontano le persone richiedenti asilo quando arrivano in Italia. Nel biellese a sostenerle è l’associazione Pacefuturo.
Il testo che segue è frutto di un lavoro svolto dai ragazzi e ragazze nel corso di un workshop dal titolo “Comunicazione consapevole e storytelling trasformativo“, organizzato da Pacefuturo e Italia che Cambia. Si è trattato del primo step del più ampio progetto “Impronte di Pace”, ospitato presso Villa Piazzo, a Biella, che ha avuto come relatore Daniel Tarozzi, giornalista di Italia che Cambia. Questo articolo è stato realizzato da Chiara Scintilla e Andrea Sisinni.
Immagina di fare il Cammino di Santiago. Immagina di arrivare a Santiago dopo 800 chilometri percorsi a piedi, sporco, bagnato e intirizzito dal freddo, con i piedi dolenti e ricoperti di vesciche. Ma ce l’hai fatta, sei arrivato, adesso potrai riposare in ostello, fare una doccia calda, essere accolto da una schiera di hospitaleros sorridenti che ti chiedono com’è andato il viaggio e che – perché no? –ti preparano anche un bel piatto di pasta.
Immagina adesso di raggiungere la cattedrale per vedere tutte queste aspettative tradite. Arrivi a Santiago ma nessuno ti sorride, nessuno ti fa domande sull’itinerario che hai seguito e sulle difficoltà che hai incontrato, tutti ti guardano con diffidenza, come se fossi un alieno, come se tu, con lo stomaco vuoto e i muscoli infiacchiti dalla stanchezza, potessi far loro del male.
Ti trascini fino in ostello, bramando una cena frugale, una doccia calda e un materasso su cui riposare, ma gli hospitaleros ti impediscono l’ingresso. Parlandoti in dialetto galiziano, una lingua tutta vocali ed S che tu non riesci a decifrare, scuotono la testa e, accorgendosi che non capisci ciò che stanno cercando di dirti, scocciati ti indicano una pila di fogli. A quanto pare, c’è bisogno di un permesso, una liberatoria, una sorta di documento per pernottare in ostello.

Con un ultimo sforzo di immaginazione, il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela diventa la rotta balcanica, un’odissea fatta di pericoli, privazioni e brutalità che chi parte da luoghi come il Pakistan, la Siria e l’Afghanistan è costretto ad attraversare soltanto per poter occupare lo spazio che desidera nel mondo. Ostelli e donativi diventano gli squat, rifugi di fortuna disseminati per l’Europa in cui i migranti che tentano “il game”, il superamento delle frontiere dell’Unione Europea, vivono in condizioni incompatibili con la dignità umana.
La risposta delle istituzioni a questo fenomeno passa quasi esclusivamente attraverso il codice della repressione, del respingimento e della violenza, come testimonia Mira Schifano, coordinatrice di Pacefuturo che, nel raccontare la rotta balcanica, ha potuto documentare i segni lasciati sulla pelle dei migranti dalle brutalità gratuite di polizie balcaniche e Frontex, l’agenzia europea preposta alla sorveglianza dei confini dell’area Schengen. Ed anche una volta raggiunga la meta, l’epopea di chi migra non finisce: resta da scontrarsi con una burocrazia gretta e miope che, anziché agevolare l’integrazione e l’accoglienza, aggiunge ulteriore smarrimento ad un percorso già di per sé incerto.
Poter essere visti e ascoltati è alla base di tutto
Ed è su questa soglia, in questa fase di ingresso, di transizione, che si innesta Pacefuturo, un’associazione piemontese che si occupa dell’accoglienza dei migranti richiedenti protezione internazionale. «Noi siamo la voce di queste persone, fungiamo da megafono» dice Mira Schifano. Pacefuturo, tra le altre cose, aiuta infatti i richiedenti asilo a verbalizzare la loro esperienza e le ragioni del loro viaggio.
La normativa italiana prevede che la richiesta di protezione internazionale sia vagliata da una commissione territoriale, il cui compito è ascoltare e verificare la veridicità dei racconti e la loro rispondenza ai parametri che consentono il riconoscimento dello status di rifugiato, enucleati nel decreto legislativo 25/2008. Il colloquio in commissione costituisce quindi la partita fondamentale in cui si gioca il futuro dei richiedenti asilo e rappresenta una tappa cruciale del loro percorso, ragion per cui l’assistenza della squadra di Pacefuturo è un essenziale presidio delle garanzie essenziali che dovrebbero accompagnare l’iter lungo tutto il suo corso.

I richiedenti asilo hanno diritto che le loro domande siano esaminate individualmente e che sulle valutazioni incidano elementi soggettivi come traumi, vissuto personale e contesto culturale. Pacefuturo offre in questa sede supporto legale e mediazione culturale e linguistica, affinché i richiedenti asilo siano messi nelle condizioni di comprendere e affrontare consapevolmente la procedura, senza correre il rischio di vedere frustrati e inattuati i propri diritti.
Villa Piazzo: uno spazio vitale e permeabile
Il lavoro di Pacefuturo non si limita a questo ma, in veste di CAS e portando avanti un modello di accoglienza diffuso attraverso l’ausilio di varie strutture come Villa Pasini e Villa Piazzo, permette ai richiedenti asilo di vivere l’attesa in condizioni materiali dignitose. Inoltre garantisce l’accesso a strumenti come percorsi linguistici, essenziali per la graduale costruzione di autonomia. Questa realtà ha così costruito a Pettinengo, nel biellese, un paradigma di integrazione unico, ma in certa misura auspicabilmente replicabile.
Pur dovendo affrontare in un primo momento ritrosie e diffidenze della comunità locale, l’instancabile lavoro dell’associazione ha permesso di costruire una realtà in cui solidarietà internazionale e valorizzazione del territorio si intersecano creando uno spazio poroso, in cui la comunità locale si mescola con persone le cui radici si trovano a distanze siderali. E noi studenti della Summer School “Impronte di pace”, organizzata da Pacefuturo, Movimento Lento e Italia Che Cambia, tra laboratori sul turismo lento e sull’accoglienza, abbiamo potuto tastare con mano questo melting pot a cui l’associazione ha dato vita, in particolare a Villa Piazzo.
Noi siamo la voce di queste persone, fungiamo da megafono
Mentre eravamo intenti infatti a seguire i nostri laboratori e a creare contenuti, sullo stesso prato un gruppo di persone praticava il Tai Chi, i ragazzini di un campo estivo schiamazzavano giocando a calcio, alcuni ospiti del CAS potavano gli alberi del parco e, ogni tanto, qualche abitante di Pettinengo faceva capolino per una passeggiata col proprio cane o un giro in bici. Durante questi giorni abbiamo dunque capito che Villa Piazzo, proprio come Pacefuturo, ospita una moltitudine di individualità che, anche se solo per qualche giorno, respirano all’unisono in uno spazio senza tempo che unisce e accoglie chi c’era, chi c’è e chi ci sarà.
Cosí facendo, Pacefuturo si allontana da un modello di intervento meramente assistenzialistico, restituendo centralità all’individuo e alla sua capacità di apportare valore al territorio. Inoltre, smontando certe narrative che accompagnano la questione migratoria, spesso ridotta a un problema di ordine pubblico, ribadisce come alla base di tutto ci sia la ricerca dello spazio che si può e si vuole occupare.











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