101 ciclisti uccisi dall’inizio dell’anno: ci vuole il coraggio di chiamarla strage
Secondo i dati dell’ASAPS sono 101 i ciclisti uccisi dall’inizio dell’anno. Il direttore di Bikeitalia: “Continuare a chiamarli incidenti è il modo più comodo per non vedere il sistema che li produce”.
Sono stati recentemente pubblicati i dati dell’Osservatorio Ciclisti Asaps-Sapidata, realizzato dall’Associazione Sostenitori e Amici Polizia Stradale, e i numeri sono preoccupanti: 101 ciclisti uccisi dall’inizio dell’anno, praticamente uno ogni due giorni. Gli ultimi tre drammatici episodi riguardano un bambino di 11 anni ucciso da un camion in Emilia, una giovane atleta di 14 anni uccisa da un’auto in Trentino e una ciclista amatoriale uccisa in Sicilia. Negli ultimi due casi, secondo i primi rilievi, la colpa è da attribuire a gravi infrazioni commesse dagli automobilisti.
Il presidente di ASAPS invoca la necessità di “una più attiva prudenza, con velocità e distrazione che sono i fattori di più elevata frequenza e rischio, e per un maggior rispetto verso gli utenti più deboli della strada che stanno pagando un prezzo altissimo con la perdita di numeri insopportabili di vite”. Eppure i numeri fanno dubitare che si tratti di una catena di tragiche fatalità.
A sostenere la tesi della grave carenza di infrastrutture adeguate, di politiche decise e di una cultura della sicurezza stradale diffusa e radicata è il fondatore di Bikeitalia Paolo Pinzuti, che scrive: “Il problema non sono gli incidenti. Il problema è il sistema che abbiamo costruito, tollerato e difeso. Un sistema in cui l’automobile è considerata un’estensione naturale del corpo, il limite di velocità un fastidio burocratico, il sorpasso azzardato una prova di virilità, la strada uno spazio di sfogo individuale e chiunque non sia dentro un abitacolo – pedone, ciclista, bambino, anziano, adolescente – un intralcio. Non è la bicicletta a essere pericolosa. Sono le strade italiane a essere luoghi ostili alla vita“.
Sempre secondo ASAPS, il 58% delle vittime della pirateria stradale sono utenti deboli della strada ovvero pedoni e ciclisti. Ma c’è un dato ancora più inquietante, che Bikeitalia analizza anche da un punto di vista comunicativo, prendendo come esempio uno dei casi di cronaca nera che hanno trovato più spazio sui media negli ultimi anni: il delitto di Garlasco, avvenuto nell’estate del 2007. In quel lasso temporale, sono stati uccisi sulle strade italiane più di 9000 giovani, di cui 1000 bambini. Basti pensare che gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per le persone della fascia d’età 15-24 anni.
Secondo Pinzuti si tratta anche di un problema politico: “Diciamolo chiaramente, in Italia il tema della sicurezza stradale interessa solo quando c’è il morto. E anche allora interessa poco. Interessa per un giorno, per un comunicato, per una dichiarazione, per una corona di fiori, per una frase di circostanza. Poi si torna a parlare d’altro. Si torna a difendere la “fluidità del traffico”. Si torna a dire che gli autovelox sono trappole. Si torna a chiamare ‘ideologia’ la richiesta di città più lente, più sicure, più umane“.
Il paragone che viene effettuato è quello con l’Olanda, uno dei paradisi mondiali della mobilità ciclistica. I risultati raggiunti oggi sono stati resi possibili anche da una netta presa di posizione della società civile che non ha giocato con le parole: negli anni ’70, a seguito di un’ondata di incidenti mortali che ha colpito principalmente i bambini, è stato fondato il movimento Stop de Kindermoord, che vuol dire “stop all’omicidio dei bambini”.
L’inaccettabile numero dei ciclisti uccisi non può dunque essere derubricato come una serie di drammatici incidenti e trattato come un caso di cronaca. “Io non voglio un Paese in cui per andare in bicicletta serva coraggio. Non voglio un Paese in cui mandare un figlio a scuola da solo sia considerato un azzardo. Non voglio un Paese in cui il diritto alla mobilità dipenda dal possesso di un’automobile. Non voglio un Paese che chiama libertà il privilegio del più forte”, scrive ancora il fondatore di Bikeitalia.
“Voglio un Paese in cui la strada torni a essere un luogo di incontro, non territorio di caccia. E per questo oggi non serve moderazione. Serve indignazione. Perché la moderazione, davanti a bambini e adolescenti uccisi sulla strada, è complicità. Perché continuare a chiamarli incidenti è il modo più comodo per non vedere il sistema che li produce. Un ultimo pensiero va ai giornalisti: provate oggi a chiedere delle dichiarazioni ai politici nazionali sulle morti di questo fine settimana. Raccontateci cosa dicono: costringeteli a tirare la testa fuori dalla sabbia”, conclude Pinzuti.
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