Social network studiati per creare dipendenza nei minori: Meta patteggia e paga 18 miliardi
Meta ha accettato il patteggiamento nel processo in cui è accusata di programmare i suoi social in modo che creino dipendenza, soprattutto in bambini e adolescenti.
È durato meno di dieci giorni il processo che ha visto 48 Stati americani opposti a Meta – la società di Mark Zuckerberg, proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp –, accusata di aver progettato il design e il funzionamento delle proprie piattaforme con lo scopo preciso di indurne un utilizzo compulsivo da parte dei minori, bambini e adolescenti, anche attraverso il binge scrolling ovvero lo scorrimento veloce e ininterrotto dei contenuti digitali che rende molto difficile staccarsi.
Meta ha deciso di patteggiare e di corrispondere una cifra complessiva che potrà arrivare fino a 18 miliardi di dollari ai querelanti. Come specificano gli addetti ai lavori, non si tratta di una vera e propria ammissione di responsabilità da parte del colosso americano, che però – a fronte di un processo che lo avrebbe visto con tutta probabilità incriminato e costretto a pagare una cifra che sarebbe potuta andare dai 200 ai 1400 miliardi di dollari – ha preferito non rischiare e pagare subito, ma meno.
L’accusa sostiene anche che Meta abbia acquisito dati di utenti minorenni senza il consenso dei genitori, ma in primo piano c’è il tema delle piattaforme studiato apposta per creare dipendenza e rendere difficile staccarsi. In passato sono diverse le cause che hanno visto Meta uscire sconfitta e risarcire gli utenti, principalmente in America. Ma anche in Europa i problemi sono analoghi: lo scorso luglio la Commissione Europea ha rilevato che il funzionamento dell’algoritmo viola il Digital Services Act e induce “uno stato mentale indotto da precise scelte di programmazione informatica di chi disegna i sistemi di raccomandazione di una piattaforma”.
Tornando al processo americano – ospitato dal Tribunale di Oakland, in California –, l’accusa chiedeva, oltre al risarcimento, la correzione di alcuni meccanismi che generavano dipendenza. In particolare tre: lo scorrimento infinito dei contenuti, la riproduzione automatica dei video e i contatori di like. Ma anche altri, come le notifiche invasive e i suggerimenti. Scegliendo di patteggiare però Meta ha evitato la condanna e quindi l’obbligo di ottemperare alle prescrizioni del giudice.
La società si è però impegnata a effettuare alcuni interventi, come prevedere dei limiti di utilizzo giornalieri predefiniti e blocchi notturni delle piattaforme, predisporre sistemi di verifica dell’età più efficaci per impedire ai minori l’accesso a contenuti inappropriati, dotare i genitori di più strumenti di controllo, vietare alcune funzionalità che alimentano problemi di salute mentale, bloccare notifiche e avvisi durante la notte e l’orario scolastico.
Questa vicenda giudiziaria va considerata un punto d’inizio e non di arrivo. Al di là degli aspetti giuridici, torna prepotentemente sul tavolo il rapporto che abbiamo con le tecnologie digitali. E il tema è particolarmente delicato e importante se si parla di giovani. A questo proposito, segnaliamo l’interessante analisi che, sulle pagine di Vita, fa Riccarda Zezza, imprenditrice e ricercatrice specializzata in neuroscienze comportamentali nonché fondatrice di Lifeed, che lavora su trasformazione digitale e benessere delle persone.
“In un documento aziendale relativo alla strategia del 2017 – spiega – compare un obiettivo esplicito: Total teen time spent, il tempo complessivo trascorso dagli adolescenti sulla piattaforma. Un altro studio interno porta un titolo ancora più esplicito: Long Term Retention: the young ones are the best ones. Prima si comincia, hanno sostenuto gli Stati sulla base di questi documenti, maggiore è la probabilità di restare utenti nel tempo“.
Zezza conclude il suo intervento con una domanda: “Cosa succede quando la conoscenza sempre più precisa di come funziona il nostro cervello incontra un modello economico nel quale il valore cresce insieme al tempo che trascorriamo davanti a uno schermo?”. La risposta può non piacere, ma è il fulcro di una riflessione a cui non possiamo sottrarci: “La dipendenza è questo, la perdita di controllo sulla propria vita, e può nascere proprio dall’intenzione di dimenticarsi di sé. Riempirsi la mente di pensieri e immagini altrui, incuranti di star così abdicando al pensiero stesso. Pensiamo davvero che i nostri figli non sappiano quello che fanno?”.
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