Cambiamenti climatici: le stime parlano di 100 miliardi di danni, ma adattarsi costerebbe meno
Un recente studio ha previsto quali potrebbero essere gli effetti dei cambiamenti climatici nei prossimi anni e quali costi economici comporterebbero in Italia. Ma ogni euro investito in prevenzione può generare tra 4 e 7 euro di danni evitati.
È stato recentemente pubblicato da un gruppo di quattro ricercatori il rapporto Rischio climatico in Italia: scenari, costi e opzioni di risposta, che analizza i possibili scenari futuri disegnati dai cambiamenti climatici e prova a quantificare non solo quali sarebbero i danni ai settori nevralgici del nostro paese – come infrastrutture, agricoltura e turismo – ma anche quanto costerebbe mettere in campo le azioni di adattamento al clima che cambia in grado di prevenirli.
Il rapporto premette subito che i costi vivi generati dagli effetti dei cambiamenti climatici si stanno già vedendo e sono destinati ad aumentare esponenzialmente in futuro. La domanda da porsi dunque non è più tanto se la crisi climatica avrà una ricaduta economica – perché questo è certo – quanto piuttosto cosa conviene fare per affrontare la situazione. almeno nel nostro paese.
Cosa succederà dunque? I ricercatori chiariscono in apertura che “l’Italia, per posizione mediterranea, è tra i Paesi a maggiore velocità di cambiamento: le proiezioni multi-modello convergono su un aumento superiore a 2°C rispetto ai livelli pre-industriali già entro dieci anni in entrambi gli scenari analizzati in questo rapporto”. Questo quadro peggiora ulteriormente nella pianura padana, una delle zona che a livello continentale soffrono di più la crisi climatica e ambientale, sia per la sua conformazione che per la concentrazione elevatissima di industrie e allevamenti intensivi.
Gli effetti concreti vengono individuati in ondate di calore sempre più frequenti – lo studio parla di una proiezione di 58 giorni all’anno da “bollino rosso” –, aridificazione strutturale dei suoli con conseguenze dirette su rese agricole, costi di approvvigionamento idrico industriale e stabilità delle concessioni irrigue e doppio stress idrico ovvero diminuzione delle precipitazioni ordinarie da un lato e aumento di quelle straordinarie dall’altro. Come testimoniato da recenti, drammatici eventi come le alluvioni in Emilia Romagna, la combinazione fra aridificazione, cementificazione e precipitazioni intense concentrate in breve tempo può essere molto pericolosa.
A questo proposito, la seconda parte del rapporto prova a quantificare i danni provocati dagli effetti dei cambiamenti climatici. Si parte dalle infrastrutture, spesso le più colpite in caso di eventi estremi: ponti che crollano, reti idriche che collassano, strade che in pochi minuti vengono mangiate da acqua e fango. Storicamente gli interventi di ripristino delle infrastrutture in Italia si aggirano intorno ai 400 milioni di euro all’anno per quanto riguarda gli interventi diretti, cioè il ripristino dei danni.
Il rapporto prevede che entro il 2050 questa cifra potrebbe lievitare sino ai 5 miliardi di euro. Il conto diventa ben più salato se si contano anche i danni indiretti ovvero le interruzioni dei servizi, e le ripercussioni sulle attività produttive. In questo caso il conto potrebbe salire fino a 18 miliardi di euro.
Ben di più costeranno le ripercussioni dei cambiamenti climatici su due comparti chiave per l’economia italiana: agricoltura e turismo. Nel primo caso la conta dei danni potrebbe toccare, nella peggiore delle ipotesi, i 30 miliardi di euro, in termini di perdita del valore della produzione agricola. Se invece si prendono in esame gli effetti diretti sulle attività turistiche – si pensi ad esempio all’erosione delle spiagge o alla progressiva scomparsa della neve in montagna – le perdite potrebbero raggiungere i 52 miliardi di euro.
Il rapporto fornisce anche un’analisi macroeconomica delle possibili ripercussioni sulle finanze italiane sottolineando tre dinamiche che rischiano di innescarsi: con danni climatici elevati, il rischio di criticità fiscale raddoppia; il premio sovrano si allarga per l’effetto dello spread climatico; lo spazio fiscale si comprime. “I nostri scenari – affermano i ricercatori – suggeriscono come il rischio climatico agisca come un moltiplicatore su una vulnerabilità preesistente. Gli impatti economici del clima portano ad un rischio di deterioramento complessivo del quadro fiscale, evidenziando come la sostenibilità del debito sovrano italiano non sia separabile dal rischio climatico.
La terza parte del report prospetta delle soluzioni che, conti alla mano, potrebbero essere più economiche dei danni che i cambiamenti climatici e i loro effetti provocheranno: “Per l’adattamento – conclude lo studio – il costo annuale stimato dalla Commissione Europea nel 2026 è per l’Italia di 10,08 miliardi di euro, corrispondente allo 0,4% del PIL nazionale. Dunque, il fabbisogno è nell’ordine di decine di miliardi nel breve-medio periodo e plausibilmente superiore ai 100 miliardi su orizzonti più lunghi, ma circa il 95% dei danni da eventi estremi rimane oggi non assicurato”.
I messaggi finali sono cinque: il cambiamento climatico in Italia è già qui e accelera entro l’orizzonte strategico delle imprese; il rischio climatico genera rilevanti perdite economiche, misurabili e diseguali tra settori e territori; il rischio climatico è un rischio sovrano per l’Italia, in quanto moltiplicatore di vulnerabilità preesistenti; Le tre dimensioni di trasmissione del clima al bilancio pubblico interagiscono in modo non lineare e si amplificano reciprocamente; Il deficit di adattamento e il policy gap sono le principali leve su cui agire. Con un’ultima annotazione: 1 euro investito in prevenzione può generare tra 4 e 7 euro di danni evitati, con evidenti benefici anche per le finanze pubbliche.







Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi