In India i leoni asiatici tornano a crescere: da 674 a 891 in cinque anni
L’ultimo censimento registra 891 leoni asiatici, contro i 674 del 2020. Un segnale positivo che convive però con la crisi del leone africano, ridotto al 10% del suo areale storico.
Arriva dall’India un segnale di speranza per la conservazione di uno dei grandi felini più iconici del pianeta. Il 16° censimento del leone asiatico (Panthera leo persica), condotto dal Gujarat Forest Department e diffuso dal governo dello Stato indiano, stima oggi una popolazione di 891 individui, contro i 674 registrati nel 2020: un incremento di 217 esemplari, pari a circa il 32%, in cinque anni.
Il risultato, secondo il WWF, riflette decenni di tutela dell’habitat e una gestione sempre più attenta della convivenza con le comunità locali. Il dato più significativo, tuttavia, non riguarda solo il numero complessivo: oltre la metà dei leoni censiti vive oggi al di fuori del Gir National Park, l’area protetta che per decenni ha rappresentato l’unico rifugio della specie, distribuendosi in un mosaico di foreste, terreni agricoli e territori condivisi con le comunità umane in undici distretti della regione del Saurashtra.
Questa espansione territoriale è considerata un indicatore di salute della popolazione tanto quanto la crescita numerica. L’intera popolazione selvatica del leone asiatico sopravvive infatti in un’unica area geografica relativamente ristretta, una concentrazione che la rende vulnerabile a epidemie, eventi climatici estremi, scarsa variabilità genetica o singoli eventi catastrofici capaci di colpire una parte consistente degli animali in un colpo solo. Per questo, ricordano gli esperti, la vera misura del successo conservazionistico non è soltanto quante siano le femmine, i maschi e i cuccioli censiti, ma quanto si sia ampliato lo spazio vitale a loro disposizione.
Il quadro cambia radicalmente se si guarda al leone africano, la cui situazione resta critica: la specie occupa oggi appena il 10% del suo areale storico e negli ultimi 25 anni la popolazione si è dimezzata. Tra le cause principali figurano la perdita e la frammentazione degli habitat, la riduzione delle prede naturali, i conflitti con le attività umane e il bracconaggio. L’espansione di insediamenti, infrastrutture e coltivazioni interrompe inoltre i corridoi ecologici che collegano le diverse popolazioni, aumentando sia l’isolamento genetico sia il rischio di conflitti con gli allevatori.
La tutela del leone, ricorda il WWF, non riguarda solo la specie in sé: come predatore apicale, il leone svolge un ruolo di regolazione sull’intero ecosistema, mantenendo in equilibrio le popolazioni di prede e la vegetazione da cui dipendono. La sua eventuale scomparsa avrebbe ripercussioni a catena su servizi ecosistemici essenziali, dalla disponibilità di acqua alla fertilità dei suoli, fino alla capacità degli ambienti naturali di resistere ai cambiamenti climatici.
Sul fronte della conservazione, il WWF è attivo in numerosi Paesi africani attraverso il sostegno alla gestione delle aree protette e il coinvolgimento diretto delle comunità locali. Tra gli interventi prioritari figurano il ripristino dei corridoi ecologici, il rafforzamento delle attività antibracconaggio e il monitoraggio delle popolazioni tramite radiocollari GPS.
Parallelamente, in territori come la Namibia, il Kenya e l’area transfrontaliera del KAZA (Kavango-Zambezi, che coinvolge Angola, Botswana, Namibia, Zambia e Zimbabwe), l’organizzazione lavora con gli allevatori locali per ridurre i conflitti con i grandi carnivori (un po’ come avviene alle nostre latitudini con il lupo) attraverso recinti per il bestiame a prova di predatore e programmi di formazione su pratiche di allevamento più sicure.
Il caso del leone asiatico dimostra che un declino può essere invertito quando protezione dell’habitat, monitoraggio scientifico e coinvolgimento delle comunità procedono insieme.







Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi