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24 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

L’Europa verso la deregolamentazione dei nuovi Ogm, cosa sono e cosa succede adesso? – 24/4/2026

Il Consiglio Ue approva il nuovo quadro sui NGT, i cosiddetti nuovi OGM, tra promesse di innovazione e forti critiche su brevetti, trasparenza e controllo delle sementi. Intanto in Abruzzo 18 lupi sono stati trovati morti in pochi giorni, mentre dalla Sicilia è pronta a partire una nuova missione della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Martedì il Consiglio dell’Unione europea ha approvato il nuovo quadro normativo sui cosiddetti Nuovi OGM. In cui, sostanzialmente, una parte delle piante ottenute con queste tecniche vengono equiparate alle colture tradizionali. Il voto del Consiglio sta sollevando parecchie critiche e levate di scudi ed è il penultimo passaggio prima del voto del Parlamento europeo, previsto per il prossimo 18 giugno, che potrebbe approvare definitivamente il testo.

Cerchiamo di capire di cosa si tratta. Innanzitutto, anche se ne abbiamo parlato in passato, che sono questi nuovi OGM? Si tratta di varietà di piante ottenute con delle nuove tecniche di editing genetico, chiamate per l’appunto Nuove Tecniche Genomiche (NGT). In italiano potreste esservici imbattuti anche col nome di TEA, Tecniche di evoluzione assistita, ma parliamo sempre della stessa roba.

Sono tecniche sviluppate dopo l’adozione della direttiva europea sugli OGM del 2001. Alcune si basano sul trasferimento di geni da specie simili (cisgenesi), per far acquisire a quelle piante determinate caratteristiche. Altre sono le cosiddette tecniche di editing genetico, in cui si va a modificare, a fare dei piccoli tagli nel dna di una certa pianta. Altre ancora prevedono una riscrittura di un piccolo pezzetto del codice genetico. 

Diciamo che a differenza degli ogm tradizionali non vengono fatti trasferimenti genetici da specie molto lontane, tipo, batteri, virus, e anche animali, ma ci si limita a modifiche più piccole e precise e da specie più vicine, ad esempio da una specie di mela all’altra.

Detto ciò, e al di là di tutto ciò che si possa pensare sugli Ogm, sono a tutti gli effetti degli organismi geneticamente modificati, se prendiamo la definizione alla lettera. Solo che visto che gli Ogm in Europa sono regolamentati in maniera piuttosto stringente, le grandi industrie e multinazionali tipo Corteva, Bayer e altre si sono spese da tempo per convincere i legislatori a non applicare le stesse misure. Per questo li hanno chiamati con un nome diverso e hanno fatto pressione affinché non rientrassero nella stessa legislatura.

E a quanto pare ci stanno almeno parzialmente riuscendo. Con il voto favorevole di 18 Paesi, tra cui l’Italia, infatti, anche il Consiglio Ue, che raggruppa i ministri dell’agricoltura dei paesi membri, ha dato il via libera al testo, dopo l’ok della Commissione. L’accordo suddivide i nuovi OGM in due categorie. 

Le piante NGT di categoria 1, o NGT1, che sarebbero quelle con non più di 20 modifiche genetiche. E le NGT2 che invece ne hanno più di 20. Indipendentemente dalla tecnica usata. E con un’eccezione significativa per cui restano esclusi da questa categoria alcuni tratti, come la tolleranza agli erbicidi e la produzione di sostanze insetticide note.

Le NGT-1 vengono considerate equivalenti alle varietà convenzionali: saranno sottoposte a una verifica iniziale da parte delle autorità nazionali, ma non avranno gli obblighi ordinari previsti per gli OGM su etichettatura al consumo, tracciabilità lungo la filiera e valutazione del rischio. Le NGT-2, invece, che comprendono le modifiche genetiche ritenute più complesse, continueranno a rientrare nella normativa UE sugli OGM, con autorizzazione, tracciabilità ed etichettatura obbligatorie. 

Secondo la commissione, i governi favorevoli e un pezzo della comunità scientifica, queste tecniche, soprattutto le prime, non comportano particolari rischi e anzi possono accelerare l’innovazione e l’adattamento climatico in agricoltura, ad esempio selezionando piante più adatte a un clima siccitoso, capaci di usare meno acqua e meno input chimici e di adattarsi più rapidamente alla crisi climatica. 

Secondo un’altra parte della comunità scientifica e diverse realtà contadine e ambientaliste, invece, ci sono alcuni rischi e in generale si rischia di ridurre trasparenza e controllo pubblico sulla filiera.

Ne abbiamo raccontati alcuni ieri in una nostra news: “Alcune organizzazioni, come Rete Semi Rurali, contestano l’esenzione da valutazione del rischio, tracciabilità ed etichettatura per una larga parte delle nuove varietà, osservando anche che la proposta non chiarisce davvero come garantire la coesistenza con agricoltura biologica e filiere libere da OGM. Altre realtà, da Via Campesina a campagne come No Patents on Seeds!, insistono poi sul tema dei brevetti: temono che la deregolamentazione rafforzi il controllo del mercato sementiero da parte di pochi grandi operatori, riducendo autonomia degli agricoltori, biodiversità coltivata e accesso libero alle sementi.

La questione dei brevetti è in effetti uno dei punti più controversi dell’intero iter europeo. Il nodo è questo: se una pianta NGT o un suo tratto genetico è coperto da brevetto, chi la sviluppa o la utilizza può dover pagare licenze, subire limitazioni d’uso o trovarsi escluso dal mercato. I brevetti introducono spesso forme di sudditanza e dipendenza degli agricoltori rispetto alle grandi aziende.

Il Parlamento europeo, nella sua posizione del 2024, aveva scelto una linea molto dura, sostenendo un divieto totale di brevetti per tutte le piante NGT, il materiale vegetale, le loro parti, le informazioni genetiche e le caratteristiche di processo, proprio per evitare “incertezza giuridica”, costi più alti e nuove dipendenze per gli agricoltori. Chiedeva anche alla Commissione un rapporto specifico sull’impatto dei brevetti su accesso alle sementi, innovazione e opportunità per le PMI.

Nel Consiglio, invece, il tema ha bloccato a lungo la formazione di una maggioranza qualificata: i ministri agricoli non riuscirono allora a trovare un accordo comune anche perché molte delegazioni insistevano sulla necessità di affrontare meglio proprio questo punto. Il compromesso finale non introduce un divieto dei brevetti, ma misure di trasparenza e monitoraggio.

Con l’approvazione da parte del Consiglio dell’Ue resta solo un ultimo passaggio per completare l’iter legislativo europeo, che prevede che Commissione, Consiglio e Parlamento approvino lo stesso testo. Manca dunque solo il voto finale del Parlamento europeo, atteso per il 18 maggio: se Strasburgo approverà il testo concordato, il regolamento sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea ed entrerà poi in vigore secondo i tempi tecnici previsti. La questione però continua a far discutere.

Ho chiesto un commento sulla vicenda a Riccardo Bocci, direttore di rete semi rurali, una rete di associazioni e organizzazioni impegnate nella tutela dell’agro biodiversità.

Contributo disponibile nel podcast

“Sono state trovate le carcasse di 18 lupi in un parco nazionale italiano nell’arco di una settimana, in quella che sembra essere una serie di avvelenamenti che gli ambientalisti descrivono come il più grave crimine contro la fauna selvatica in Italia dell’ultimo decennio”.

A scrivere è Angela Giuffrida sul Guardian, in un articolo che ieri è rimasto per tutto il giorno in homepage del giornale britannico. So che può sembrare strano leggere una notizia italiana su un giornale straniero, ma in realtà è un esercizio che trovo interessante, sia perché ci permette di osservarci dall’esterno, sia perché ci aiuta a rimettere in discussione la nostra agenda setting. Pensate che a parte qualche rivista di settore, nessun grande giornale italiano aveva questa notizia in homepage o in prima pagina.

Proseguo la lettura: “Le autorità del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise hanno detto che negli ultimi giorni sono stati trovati otto lupi morti in tre diverse aree del grande parco, che si aggiungono alle dieci carcasse scoperte la settimana precedente. Sono stati trovati morti anche tre volpi e una poiana.

“La delusione si mescola alla disperazione… È un dolore che va dalla sofferenza più profonda all’incredulità”, hanno scritto le autorità del parco in una nota. “Speriamo di non dover affrontare altre brutte notizie. Ribadiamo ancora una volta che, qualunque sia la motivazione, illegalità e crimine non possono essere giustificati in alcun modo.”

La scorsa settimana è stata aperta un’indagine penale dopo che i guardiaparco hanno trovato alcune esche sospettate di essere avvelenate nei pressi di cinque lupi morti nell’area di Alfedena, facendo pensare che anche altri cinque lupi trovati a Pescasseroli possano essere morti nello stesso modo.

Sono in corso analisi per stabilire con esattezza come siano morti gli animali, anche se le autorità del parco hanno spiegato che la morte contemporanea di altre specie fa pensare con forza a un avvelenamento volontario.

La situazione è particolarmente preoccupante vista la presenza dell’orso marsicano, una sottospecie dell’orso bruno in pericolo critico di estinzione, diffusa lungo i monti Appennini all’interno del parco.

Il WWF Italia ha detto che le presunte uccisioni dei lupi rappresentano “il più grave crimine contro la fauna selvatica degli ultimi dieci anni” e segnano “una deriva criminale inaccettabile in un paese civile”.

Il WWF Italia attribuisce in parte queste morti anche alla decisione dell’Unione europea, presa l’anno scorso, di declassare lo status del lupo da “strettamente protetto” a “protetto”, in una mossa pensata soprattutto per rendere più facili gli abbattimenti e la gestione di popolazioni in crescita. Il declassamento è arrivato dopo le pressioni degli allevatori, dovute all’aumento degli attacchi al bestiame, ed è stato sostenuto con forza dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dopo che un lupo aveva ucciso il suo pony di famiglia, Dolly.

Si stima che nei paesi dell’Unione europea vivano circa 20mila lupi selvatici. La maggior parte si trova in Italia, seguita da Romania, Bulgaria, Grecia, Polonia e Spagna.

In Italia, la caccia al lupo — che un tempo veniva classificato come “nocivo” — è stata a lungo incoraggiata. Ma negli anni Settanta, quando la popolazione era arrivata vicina all’estinzione, il governo italiano approvò una legge che ne garantiva la protezione ufficiale e vietava la caccia”.

Così si conclude l’articolo. Credo che con l’aumentare del numero di lupi sia essenziale affrontare la questione in maniera complessa. Il lupo può essere un vicino scomodo per alcune persone. La scorsa settimana, all’interno dell’approfondimento proprio sulla relazione fra lupi ed esseri umani, abbiamo pubblicato un’intervista a un piccolo allevatore di ovini, che ha raccontato come siano aumentate le predazioni a discapito della sua attività e di come nessuno li avesse informati, messi in guardia né spiegato quali tecniche utilizzare per minimizzare le perdite.

Credo che la questione vada affrontata nella sua complessità perché c’è molto forte il rischio di strumentalizzarla per fini politici, ingigantendo la minaccia e creando la psicosi, o dal lato opposto di minimizzare il problema, promuovendo un’immagine un po’ da immaginario Disney del selvatico che non è attinente alla realtà. La natura selvaggia è affascinante e al tempo stesso spaventosa. 

Credo che il lupo possa rappresentare bene la sfida di trovare un equilibrio con il selvatico, lasciando che si riprenda i suoi spazi, magari anche dentro di noi. Il che significa che dobbiamo fare qualche passetto indietro. Mollare il controllo, accettare che non sempre le cose vanno come vogliamo noi e che siamo uno dei tanti attori su questo pianeta. Altrimenti, per controllare tutto, finiremo per distruggere noi stessi, sia internamente che esternamente. 

La nuova missione della Global Sumud Flotilla è pronta a salpare dal porto di Siracusa. La nostra Elisa Cutuli è stata a incontrare attivisti e attiviste prima della partenza e oggi ce lo racconta in un bellissimo articolo su Sicilia che Cambia. Ve ne leggo un breve passaggio, voi leggetelo tutto, lo trovate fra le fonti.

“Tra gli attivisti presenti a Catania c’è anche Tony La Piccirella, che ha già partecipato a una precedente missione. Cuffie rosse alle orecchie, occhi espressivi, accento pugliese. Un saluto veloce, poi si entra nel vivo della conversazione. Gli chiedo cosa lo spinga a imbarcarsi nuovamente e se non abbia paura. La sua risposta è netta: «Non ho paura per me, ma per quello che sta succedendo nel mondo».

E spiega pure come siano aumentate nel corso degli ultimi mesi le ragioni per partire: un genocidio che non si è mai fermato, i valichi ancora chiusi, un blocco navale continuo e un’occupazione che si espande. Più della metà della Striscia è ormai sotto controllo, mentre l’altra metà è affidata al ‘Board of Peace’ che sembrerebbe perlopiù un progetto di speculazione. Nessuna tregua, nessuna pace, solo una violazione che si sta normalizzando ovunque.

Si stanno normalizzando operazioni militari contro i civili, e non solo in Palestina. Si sta normalizzando la negazione dei diritti fondamentali, l’accesso all’acqua, al cibo, alle risorse, alle medicine. È successo in Venezuela, sta accadendo a Cuba. E i protagonisti sono sempre gli stessi, gli Stati Uniti da un lato e Israele all’altro. Ciò che accade in Palestina non è un caso isolato, si inserisce in un quadro più ampio di tensioni globali che si riflettono anche nelle condizioni economiche e sociali di altri Paesi”. 

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