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29 Ottobre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

In carcere per terrorismo per aver organizzato una protesta? Il caso Siher e il suo rilascio – 29/10/2026

Scarcerato Youssef Siher; in Israele nessuna coalizione ha la maggioranza; Bolsonaro jr. fugge negli Stati Uniti dopo la sconfitta; scontro tra due treni in Spagna.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Ieri Youssef Siher è uscito dal carcere. Youssef Siher è il trentenne che la procura di Milano considera la “mente” del Movimento 17 ottobre. E ieri la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni ha deciso di non convalidarne il fermo e di non applicare nessuna misura cautelare. 

I giornali ne parlano da giorni e mi pare che ci sia una discreta confusione sul tema. Quidi innanzitutto proviamo a mettere in fila i fatti. 

Sabato 17 ottobre a Milano c’è stato il famoso corteo degli studenti contro il carovita in cui ci sono stati scontri e le famose vetrine rotte. Il corteo seguiva quello della giornata precedente, il no Meloni day, anche se aveva organizzatori diversi. Ed è stato un corteo pacifico, in realtà, ma intorno ad esso, e poi di nuovo domenica, alcuni di ragazzi molto giovani, spesso a volto coperto, hanno dato in escandescenze. Hanno cominciato a scontrarsi con la polizia e a prendersela con le vetrine. E domenica è andata peggio: dopo che i video del sabato erano girati moltissimo sui social, sono arrivati centinaia di ragazzi, questa volta senza nessun corteo, con il solo obiettivo di saccheggiare i negozi del centro.

Molti giornali e politici hanno usato per definire questi ragazzi il termine “maranza”, un termine un po’ dispregiativo che si usa per i ragazzi di seconda generazione delle periferie. In realtà è una semplificazione perché i dati sui ragazzi fermati dicono cose un po’ diverse. Erano giovanissimi, quasi tutti minorenni, alcuni anche sotto i 15 anni, erano in gran parte italiani, sia figli di italiani sia figli di immigrati e non venivano tanto dalle periferie di Milano, quanto dalle altre province lombarde. Secondo gli investigatori, poi, si trattava probabilmente di gruppi di ragazzi senza un’affiliazione politica, che si muovevano senza un vero coordinamento, seguendo inviti rilanciati sui social, soprattutto su TikTok.

Abbiamo già fatto qualche puntata fa un’analisi del fenomeno, provando a dare qualche lettura un po’ più articolata, se vi interessa vi lascio la puntata fra le fonti.

Qui proseguiamo con la ricostruzione. Innanzitutto qui c’è un dettaglio importante. Come nota Alessio Mannino su Inside Over il corteo del 17 non l’aveva organizzato il Movimento 17 ottobre, ma un altro gruppo nato sui social a inizio mese, Italia in Piazza, con rivendicazioni molto concrete: carovita, casa, diritto allo studio. Il Movimento 17 ottobre nasce dopo, domenica sera, quando i disordini erano già avvenuti. 

Che roba è? Più che un movimento vero e proprio è il nome di una pagina IG e di un profilo TG (Alcuni giornali riportano anche di un gruppo Whatsapp). Nel gruppo viene usato un linguaggio piuttosto radicale, che richiama la sinistra antagonista e le primavere arabe. Secondo la procura a gestirlo sono appunto Youssef  Siher, un ricercatore italiano di origine marocchina vicino al gruppo dei Giovani Palestinesi, e sua moglie.

Il gruppo cresce in fretta, passa da circa seimila a oltre undicimila iscritti in pochi giorni, e convoca manifestazioni in otto città per sabato 24 ottobre. In Italia scatta una sorta di psicosi di massa. A Milano il governo schiera 500 soldati e molti negozi chiudono per paura.

Ma poi venerdì 23, alla vigilia, il Movimento annulla i ritrovi annunciati. I nuovi luoghi dovevano essere comunicati con dei messaggi programmati, che però la polizia postale blocca. E sabato Siher viene fermato dalla polizia che lo trova a Milano a casa di un’amica e lo porta in questura, e la Procura ne dispone il fermo in serata. Da viene condotto al carcere di San Vittore, dove viene rinchiuso in una cella di sicurezza dove è rimasto fino a ieri. 

Le accuse sono molto pesanti: istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Fra l’altro questo è un un reato nuovo, introdotto dal decreto sicurezza che il governo ha approvato una settimana fa proprio come risposta ai disordini di Milano. 

Ma qual è l’ipotesi della procura? L’accusa è di aver approfittato delle proteste del 17-18 ottobre per organizzare un “progetto rivoluzionario” contro il governo, cercando di ricreare manifestazioni violente come quelle di Milano. I pm scrivono anche che Siher “è a conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Quindi, ecco, sarebbe un tipo potenzialmente pericoloso, sospettato di tramare un piano rivoluzionario contro il governo.   

Il fatto però è che le prove portate a sostegno della tesi non sembrerebbero così solide. Le prove citate sono di tre tipi. Il primo sono alcuni messaggi nel gruppo Telegram in cui si dicono cose tipo “spaccare gli istituti di credito è giusto” oppure “se si vuole cambiamento servono sacrifici”. Solo che quei messaggi non li scrive lui: li hanno scritti altri utenti, e a Siher si contesta di non averli fermati. 

Le famosi doti informatiche che lo avrebbero reso potenzialmente capace di organizzare una rivolta sono:
– l’invito a spostarsi su Signal;
– la cancellazione dei sottogruppi delle città per “non lasciare alla polizia prove scritte”;
– i messaggi programmati con i nuovi luoghi di ritrovo per il 24, poi bloccati dalla polizia postale.

Non esattamente un hacker insomma.

Poi i pm portano a testimonianza la crescita del gruppo, che dimostrerebbe che l’istigazione funzionava. Infine c’è un documento con istruzioni su come comportarsi in corteo, che però non contiene inviti alla violenza.

Quindi capite che di effettivamente contestabile c’è ben poco. E in effetti la giudice che ieri ha deciso di non convalidarne il fermo scrive Nel provvedimento che Siher non prospetta mai il ricorso alla violenza o ad altri reati. Scrive anche che non ha mai richiamato i disordini del 17 e 18 ottobre come modello, anzi non li ha proprio menzionati. Secondo la gip Siher ha evocato la “disobbedienza civile” e ha promosso una mobilitazione di protesta contro le politiche del governo, con manifestazioni settimanali. Ma per lei non ci sono quei “gravi indizi di colpevolezza” che giustificano un fermo cautelare. 

Ora, attenzione: questo non significa che Siher sia stato assolto. La gip ha deciso solo che non c’erano le condizioni per tenerlo in carcere, e l’indagine va avanti, anche sulla moglie, sul cui presunto ruolo non si capisce moltissimo. 

Se questa è la situazione, mi spingo a dire che, o ci sono elementi di cui non siamo ancora a conoscenza, oppure il fatto che una persona sia stata incarcerata e messa alla gogna mediatica con accusa di terrorismo per aver “promosso una mobilitazione di protesta contro le politiche del governo, con manifestazioni settimanali” è una roba molto grave e molto preoccupante.

Torniamo brevemente sul voto in Israele. La situazione è rimasta piuttosto simile a quella che si prospettava ieri mattina. La coalizione di destra di Benjamin Netanyahu è arrivata prima con 53 seggi, il blocco di opposizione guidato dall’ex capo dell’esercito Gadi Eisenkot ne ha 48, e poi ci sono i partiti arabi, che con 19 seggi fanno il risultato più alto della loro storia, anche grazie a un’affluenza record del 77,7 per cento, la più alta da quasi trent’anni. 

Considerando che per governare servono 61 seggi su 120, e quindi nessuno ce la fa da solo. Mancano ancora circa 650mila “buste doppie”, soprattutto i voti di militari e diplomatici, che potrebbero spostare qualche seggio. Ma a oggi gli scenari evocati da quasi tutti gli analisti sono essenzialmente tre. Il primo: Eisenkot prova a governare con l’appoggio dei partiti arabi, dentro il governo o anche solo dall’esterno con un governo di minoranza, e insieme arriverebbero a 67 seggi. Sarebbe una cosa quasi inedita per Israele, e Netanyahu ha già detto che non lo permetterà. Fra l’altro questa cosa non sarebbe vista con favore da buona parte degli elettori ebrei, e la tenuta del governo sarebbe da subito a rischio.

Il secondo è una sorta di governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot, una grande coalizione che terrebbe fuori gli arabi e che lascerebbe invariata la situazione nei confronti dei palestinesi. Il terzo: non si trova nessun accordo, e quindi si torna a votare nel giro di pochi mesi, che è proprio quello che il presidente Herzog ha chiesto di evitare. Ora toccherà comunque ad Herzog di fare la prima mossa scegliendo colui a cui affidare il primo incarico per provare a formare un governo. 

Dopo l’inattesa e insperata vittoria di Lula alle presidenziali in Brasile a tenere banco è stata soprattutto la Fuga del suo sfidante Flavio Bolsonaro.

Inizialmente Flávio, appena chiuso lo spoglio, ha detto che era “impossibile riconoscere” il risultato e che avrebbe chiesto l’annullamento del voto. Una richiesta evidentemente campata in aria, al punto che il giorno dopo il suo stesso partito, il Partito Liberale, ha diffuso una nota firmata dal presidente Valdemar Costa Neto in cui invece riconosceva la sconfitta.

Bolsonaro a quel punto è sparito. Per buona parte di martedì sono circolate voci non confermate, poi la notizia è stata verificata da diversi giornali brasiliani e statunitensi: Bolsonaro ha lasciato il Brasile ed è arrivato a Miami con la moglie e le due figlie. 

Che non ci sarebbe niente di strano, uno potrebbe pensare. Sarà andato a trovare il fratello Edoardo che vive lì da parecchi anni. E sì, è così in effetti, solo che Flávio non poteva lasciare il Paese. Poco prima la Corte suprema brasiliana gli aveva annullato tutti i documenti di viaggio e gli aveva ordinato di consegnarli entro 24 ore. Ordine che Bolsonaro non aveva rispettato. 

Ma perché la Corte suprema temeva la sua fuga? Perché il buon Bolsonaro jr in realtà è coinvolto in diverse indagini. Una riguarda un presunto giro di riciclaggio ed evasione fiscale legato alle scommesse online, con soldi che sarebbero finiti su conti offshore. Un’altra riguarda 24 milioni di dollari ottenuti da un banchiere, Daniel Vorcaro, per finanziare Dark Horse, un film sulla vita di suo padre. E poi ci sono sospetti di finanziamenti irregolari alla sua campagna elettorale da parte di organizzazioni statunitensi.

Fino ad ora Flavio, essendo senatore, godeva del cosiddetto foro privilegiato. Che non è una immunità parlamentare vera e propria, che in Brasile non esiste, ma è una norma per cui i parlamentari possono essere processati solo dalla Corte Suprema, e questo rende tutto più difficile. Solo che il 31 gennaio il suo mandato scade e lui non si è ricandidato al Senato, visto che ha puntato tutto sulla presidenza. E quindi, avendo perso, da febbraio si ritrova senza nessuna carica per la prima volta da più di vent’anni. E quindi molto facilmente processabile. 

E quindi è fuggito. Secondo alcune ricpostruzioni sarebbe passato attrvaerso l’Argentina del govenro amico Milei, per poi volare in Florida. Il governo Trump ha già fatto sapere che concederà un visto a lui e alla famiglia, Trump stesso ha aggiunto che le elezioni brasiliane gli sono sembrate “molto strane”. E secondo la Folha de S.Paulo il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe partecipato attivamente all’organizzazione della fuga.

Inoltre secondo alcune fonti repubblicane in Florida, raccolte dal Fatto Quotidiano, i due fratelli Bolsonaro starebbero lavorando a una sorta di “opposizione in esilio”, un governo ombra sul modello di quello di Juan Guaidó in Venezuela. L’idea sarebbe fare pressione su Washington e presentare il Brasile di Lula come un regime non democratico. Attenzione, sono ricostruzioni, quindi vanno prese con cautela. Però c’è in effetti il precedente del fratello Eduardo, già condannato in Brasile, che ha spinto l’anno scorso per i dazi e le sanzioni americane contro il Brasile, come ritorsione per il processo al padre, poi condannato per il tentato colpo di Stato.

La giornata di ieri è stata caratterizzata anche da una notizia di cronaca, molto pesante, che arriva dalla Spagna. Poco prima delle 9 di mattina, due treni ad alta velocità si sono scontrati sulla linea Madrid-Siviglia, all’altezza di Urda, in provincia di Toledo: un treno della compagnia pubblica Renfe ha tamponato un treno della compagnia privata Iryo che era fermo sui binari. Alcune carrozze sono finite giù da una scarpata. Il bilancio ufficiale per ora è di almeno 64 morti, ma è destinato a salire, e i feriti sono decine, molti gravi. 

Sulle cause si sa ancora poco. Il governo regionale ha spiegato che circa mezz’ora prima un guasto ai computer aveva mandato in tilt il sistema di controllo automatico della circolazione su un tratto di 63 chilometri, e si ipotizza un errore umano: un operatore avrebbe dato il via libera al treno. Solo che è il secondo grande incidente sull’alta velocità spagnola nel giro di pochi mesi: a gennaio un deragliamento vicino a Cordova, in Andalusia, aveva causato decine di morti. 

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