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2 Novembre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Tanti obiettivi, pochi soldi: com’è andata la COP17 sulla biodiversità di Erevan – 2/22/2026

Alla COP17 di Erevan i paesi adottano lo Yerevan Pathway per accelerare l’attuazione dell’accordo di Montréal sulla biodiversità; Daniel Tarozzi commenta la chiusura definitiva dell’ex Ilva di Taranto; il ruolo dei social nella vittoria di Lula in Brasile.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Questa settimana, nella capitale dell’Armenia, è scoppiato uno scontro tra politici. Non si tratta della rissa di massa avvenuta in Parlamento, ampiamente documentata sui social media, ma di un confronto acceso tra i delegati di quasi 200 Paesi.

Le nazioni di tutto il mondo si sono riunite a Erevan per quasi due settimane, impegnate in negoziati e discussioni su un nuovo accordo per la tutela della natura.

Nelle prime ore di sabato mattina, diverse ore dopo la conclusione prevista dei lavori, i delegati hanno finalmente raggiunto un’intesa sui punti fondamentali di un nuovo piano d’azione. «E con questo è tutto. Perfetto», ha dichiarato il presidente della conferenza, Hambardzum Matevosyan. Quattro anni prima, gli stessi Paesi avevano firmato uno storico accordo, impegnandosi ad «arrestare e invertire» il declino della natura.

Siamo su BBC.com e Esme Stallard, giornalista senior per clima e scienza, racconta come è andata la Cop17 sulla biodiversità. 

Ne avevamo parlato giorni fa, ma riassumendo, nel 2022, a Montréal, gli stessi paesi avevano firmato un accordo considerato storico, il Global Biodiversity Framework, che alcuni hanno ribattezzato “l’accordo di Parigi della natura”. L’obiettivo era “fermare e invertire” il declino della natura entro il 2030, attraverso una ventina di obiettivi concreti, il più famoso dei quali è il cosiddetto 30×30: proteggere il 30% delle terre e dei mari del pianeta entro la fine del decennio.

Secondo una parte della comunità scientifica infatti siamo dentro quella che viene definita sesta estinzione di massa, con specie che scompaiono a un ritmo circa cento volte più veloce di quello naturale, a causa delle attività umane.

Il problema è che oggi, dopo 4 anni, quindi a metà strada fra il 2022 e il 2030, scrive BBC, il mondo è in linea con appena uno di quei target. Uno su 20. 

E quindi? Com’è andata questa COP? Diciamo che non è stata una COP entusiasmante, ma nemmeno un fallimento. 

Il documento principale, diciamo l’accordo finale, si chiama “Yerevan Pathway”, il percorso di Erevan. In pratica è la risposta alla prima grande verifica dell’accordo di Montréal. I paesi hanno messo nero su bianco che quello che hanno fatto finora non basta, e hanno fissato delle priorità per accelerare da qui al 2030. Le principali sono: rivedere i propri piani nazionali per la biodiversità, con un’attenzione particolare agli ecosistemi marini, costieri e d’acqua dolce, che finora sono stati un po’ trascurati; accelerare il taglio dei sussidi dannosi; aumentare i fondi verso i paesi più poveri; e allineare la spesa pubblica agli obiettivi sulla natura. 

Poi c’è una novità sul tema dei finanziamenti. Per la prima volta alcune grandi economie emergenti – anzi ormai ben più che emerse – come la Cina e i paesi del Golfo sono state invitate a contribuire come donatori, anche se su base volontaria. Perché sapete che in questi processi spesso i paesi sono divisi fra i donatori, ovvero le economie ricche e inquinanti, e i paesi che ricevono aiuti, ovvero Paesi che spesso subiscono le conseguenze senza essere responsabili delle cause. E c’è più o meno da sempre, su ogni tavolo Onu, la questione se alcuni Paesi, che storicamente hanno contribuito meno ai danni ambientali, ma che oggi sono – diciamo – in prima linea, debbano figurare fra gli o fra gli altri. Ecco, in questa sede e per la prima volta sono stati considerati ufficilamnete fra i donatori, anche se senza vincoli.

Al solito il nodo vero sono stati proprio i soldi. Nel 2022 i paesi si erano impegnati a mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno per la natura entro il 2030, e di questi 30 miliardi l’anno dovrebbero andare dai paesi ricchi a quelli più poveri. Ma nel frattempo è successo un po’ di tutto: molti governi hanno spostato i fondi della cooperazione internazionale sulla difesa e sulle crisi energetiche, e già l’obiettivo intermedio, 20 miliardi l’anno entro il 2025, è stato mancato. A Erevan sono arrivate nuove promesse per poco più di un miliardo di dollari. E considerate che metà di questi soldi non viene dai governi, ma da filantropi, fra cui soprattutto l’organizzazione Re:wild di Leonardo DiCaprio.

Qualche passo avanti, ma piccolo, c’è stato sui sussidi dannosi per l’ambiente. Sarebbero i sussidi pubblici ad attività dannose per la biodiversità. Un esempio citato spesso è quello della pesca industriale a strascico, che molti governi finanziano nonostante devasti i fondali. 

L’accordo di Montréal chiedeva di tagliare questo tipo di sussidi di almeno 500 miliardi di dollari l’anno entro il 2030, ma la tappa intermedia del 2025 è stata mancata. A Erevan un gruppo di paesi, guidato da Colombia e Finlandia, ha lanciato una coalizione per aiutare i governi a individuare questi sussidi e a riorientarli. È un’iniziativa anche qui volontaria, ma è un segnale interessante. Fra l’altro l’Italia è stata citata come esempio virtuoso, perché ha un catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi, anche se per ora non ha aderito alla coalizione.

Un’altra roba abbastanza sintomatica della scarsa efficacia di questi processi è la storia del Cali fund. In pratica alla COP precedente, quella di Cali, in Colombia, era stato creato questo fondo in cui le aziende che fanno profitti usando il materiale genetico della natura dovrebbero versare una parte dei guadagni. 

Esistono centinaia di farmaci che derivano da piante, animali, funghi e batteri: antibiotici, chemioterapici, antidolorifici, farmaci per il cuore o contro la malaria. Molecole scoperte nel veleno di un serpente, nella corteccia di un albero, nella saliva di una lucertola che vengono usate a scopo farmaceutico. Oggi spesso le aziende non hanno nemmeno bisogno di raccogliere la pianta o l’animale, perché usano le sequenze genetiche già caricate nei database online, ma l’idea è che questo il valore su cui le aziende fanno profitto nasce da ecosistemi che si trovano spesso in paesi ricchissimi di biodiversità e poveri di risorse economiche, a cui non torna praticamente nulla. 

Quindi l’idea era che le aziende ridessero qualcosa indietro. Si stimava che il fondo potesse raccogliere fino a 3,6 miliardi di dollari l’anno. All’inizio della conferenza ne erano arrivati circa diecimila. Diecimila dollari. Anche qui a Erevan non si è fatto granché, anche perché il contributo è volontario e quindi è difficile fare pressione sulle aziende. 

Pensate che persino una cosa che doveva essere una formalità, ovvero l’approvazione dei rapporti scientifici sullo stato della natura, non lo è stata. Un piccolo gruppo di paesi, fra cui Arabia Saudita e Russia, avrebbe secondo l’articolo della BBC messo i bastoni fra le ruote.

Perché in questi grandi processi politici i rapporti scientifici li scrivono sì gli scienziati, ma poi i governi devono approvarli, e decidere se e come usarli come base per le politiche. E siccome si decide per consenso, basta un piccolo gruppo di paesi per rallentare tutto.  

Ma quindi, torniamo alla domanda vera, quella sul senso delle cose. Questo incontro è servito a qualcosa? Processi del genere servono ancora a qualcosa? Al solito, non ho una risposta chiara. Sicuramente me lo chiedo spesso guardando queste conferenze. Da un lato, senza questi processi non avremmo nemmeno un obiettivo comune. Il 30×30, il miliardo di ettari da ripristinare, i 500 miliardi di sussidi da tagliare sono numeri che esistono perché quasi 200 paesi si sono seduti a un tavolo e li hanno scritti. E sono numeri che oggi ci permettono di misurare quanto siamo indietro. Considerate che quasi il 90% dei paesi si è dato degli obiettivi nazionali sulla biodiversità. 

E comunque, avere degli obiettivi spinge perlomeno a fare qualcosa. Ad esempio, sul tema del ripristino della biodiversità, secondo il rapporto dell’Onu presentato proprio a Erevan, oggi nel mondo ci sono 252 milioni di ettari di ecosistemi degradati in fase di ripristino, in 149 paesi. È al tempo stesso il più grande sforzo di recupero mai documentato e molto meno di quanto era stato inserito come obiettivo e di quanto è considerato necessario dalla comunità scientifica.

E questo è un po’ il paradosso che viviamo. Stiamo facendo cose importanti, senza precedenti da alcuni punti di vista, ma nemmeno lontanamente sufficienti. 

Non voglio fare il disfattista, non penso che questi processi siano inutili, al tempo stesso non possiamo aspettarci che siano sufficienti. Serve molto altro, e a pochi giorni dall’inizio di Cop31 sul clima questa convinzione non è mai stata così forte. 

Venerdì abbiamo raccontato della sentenza che ha sancito definitivamente la chiusura dell’ex Ilva di Taranto. La chiusura dell’impianto più discusso d’Italia, dell’acciaieria più grande d’Europa, della Fabbrica con la F maiuscola, spesso chiamata il Mostro, a Taranto e dintorni.

È un evento dalla portata storica, e quindi ho chiesto a Daniel Tarozzi, che ha seguito dall’inizio questa vicenda, di raccontarci il senso, il valore di questa decisione storica. 

Contributo disponibile nel podcast

Quattro giorni prima di vincere le elezioni, il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva si è comprato il suo primo smartphone. Ha 81 anni, li ha compiuti martedì scorso, e fino a poche settimane fa il telefono non ce l’aveva proprio. Diceva che non voleva essere sommerso di chiamate in quei pochi momenti liberi che ha, e quando gli serviva usava quello dei suoi collaboratori.

A raccontare questo dettaglio, apparentemente futile ma in realtà centrale nella vittoria inaspettata di Lula, è il Guardian in un articolo di Tiago Rogero. 

Facciamo un passo indietro. Al primo turno, il 4 ottobre, era arrivato secondo. Davanti a lui c’era Flávio Bolsonaro, senatore di estrema destra e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che oggi è in carcere per il tentato colpo di Stato. Flávio aveva preso il 47% dei voti validi contro il 45 di Lula. E i primi sondaggi per il ballottaggio lo davano ancora avanti. Flávio è un politico mediocre, non ha né il carisma del padre né un granché da rivendicare dopo vent’anni da parlamentare. Ma ha dietro le tv e le potenti lobby dell’agribusiness e della chiesa evangelica. Perciò Lula stava perdendo.

Poi, il 25 ottobre, al secondo turno, Lula ha vinto con oltre 4,4 milioni di voti di scarto. Una rimonta che pochi si aspettavano e che l’articolo prova a ricostruire.

Le spiegazioni sono diverse. Alcuni analisti parlano della grande mobilitazione spontanea degli studenti, che hanno riempito le piazze di tutto il paese. Altri citano un pacchetto di aiuti pubblici che il governo ha approvato all’ultimo momento e che, secondo i critici, serviva a comprarsi il consenso degli elettori. Ma in tanti, e Lula per primo, indicano un altro fattore: il modo in cui la sua campagna ha completamente cambiato approccio ai social.

Tutto ha ruotato introno a un gruppo WhatsApp che si chiama “L’esercito di Lula”. Vedrete in tuttaquesta operazione un ricorso al gergo militare, abbastanza strano se volete, e su cui sarebbe anche interessante interrogarsi, ma che certamente ha funzionato. Dopo il primo turno il gruppo aveva circa 60mila iscritti. Nei giorni prima del voto erano diventati quasi 11 milioni. E ogni giorno gli iscritti ricevevano delle “missioni”: convincere qualcuno a votare, condividere e far girare i contenuti a favore del presidente.

A guidarlo c’era André Janones, deputato di 42 anni, che Lula nel discorso della vittoria ha chiamato “il nostro generale”. Janones ha spiegato che la campagna si combatteva su tre fronti. Il confronto fra candidati, e lì Lula vinceva a mani basse grazie all’esperienza. Le piazze, dove il centrosinistra portava molte più persone. E i social, dove, parole sue, non serviva essere dei geni per capire che stavano perdendo. Lula aveva più follower, ma i contenuti di Bolsonaro generavano fino a cinque volte più interazioni. In più la campagna di Lula ha denunciato al tribunale elettorale presunte interferenze di Meta a favore del rivale, fra cui 24 ore in cui Lula non è riuscito a sponsorizzare i suoi post su Instagram.

E allora la soluzione, secondo Janones, era far crescere il coinvolgimento spontaneo degli elettori di Lula. Ad esempio varie volte Janones ha chiesto ai membri del gruppo di interagire online con tutti i contenuti progressisti e pro Lula che capitavano per caso nei loro feed social, mettendo like, cuori, commenti, in maniera indiscriminata, al di là quasi del contenuto. 

Una settimana prima del voto agli elettori di Lula è stato chiesto di postare una foto con la maglia gialla della nazionale brasiliana, facendo una L di Lula con pollice e indice. Un’iniziativa dal forte valore simbolico visto che negli ultimi dieci anni quella maglia se l’erano presa i bolsonaristi. Il giorno dopo la vittoria ha creato su Google Drive un modello di “attestato di servizio militare” per i soldati dell’esercito, con le firme del “maresciallo” Lula e del “comandante” Janones, che è diventato virale.

Insomma, più che una strategia di comunicazione, quello che si è creato è un senso di comunità. Con anche un nemico da sconfiggere, intendiamoci, e da qui la scelta del lessico militare, che sappiamo essere una delle leve più forti per creare un gruppo, anche se insidiosa. Fatto sta che il gruppo ha dato agli elettori uno scopo, un modo per incanalare le energie e fare qualcosa di concreto.

Poi c’è stato anche un ricambio generazionale. La sera della sconfitta al primo turno Ana Elisa Santos, 21 anni, appena eletta come la più giovane deputata della storia del Minas Gerais, ha pubblicato un video molto visto in cui diceva che la sinistra doveva essere più umile e imparare a usare i social, perché ormai social e piazza sono la stessa cosa, e la base è anche su Instagram e TikTok. Lula l’ha convocata e lei, a quanto pare, l’ha convinto a fare quei video in stile selfie che fino a quel momento si era rifiutato di girare.

E arriviamo quindi allo smartphone. Janones aveva promesso in un video che se il gruppo arrivava a 5 milioni di iscritti Lula si sarebbe comprato un telefono e si sarebbe unito all’esercito. Il traguardo è stato ampiamente raggiunto, e così un collega gli ha regalato un cellulare e Lula stesso è entrato nel gruppo. 

Insomma, i social sono stati una chiave importante per Lula, e fra l’altro adesso il suo staff sta condividendo col mondo questa strategia, come parte di una strategia globale di lotta alle destre populiste che spesso usano i social in maniera molto scaltra. interessante.

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