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19 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

La crisi di Cuba si aggrava: il petrolio finito, i droni, gli incontri con la Cia – 19/5/2026

Dalla crisi energetica e geopolitica di Cuba al nuovo abbordaggio della Global Sumud Flotilla, fino al ddl sul ritorno del nucleare in Italia e ai dubbi sul suo possibile uso militare.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

La crisi energetica a Cuba continua ad aggravarsi. Intanto pochi giorni fa c’è stata una visita davvero inusuale del capo della Cia a l’Havana, che ha incontrato i vertici del regime cubano. E la stampa internazionale parla di centinaia di droni militari di cui si sarebbe dotata l’isola per difendersi da un possibile attacco statunitense, o forse per attaccare la base di Guantanamo. Proviamo a capire che cosa sta succedendo, in ordine.

Innanzitutto, se non avete ancora ascoltato la puntata di INMR+ dedicata alla crisi di Cuba, vi consiglio di farlo, perché Valentina Saini è una giornalista espertissima che spiega tutto per filo e per segno e penso sia un pezzo di comprensione fondamentale della situazione attuale.

Comunque, vi faccio un riassunto. Cuba sta vivendo un collasso energetico senza precedenti. Le riserve di petrolio si sono ormai del tutto esaurite e i blackout — anche di venti ore consecutive — colpiscono quotidianamente tutta l’isola, L’Avana compresa. Tant’è che come ci raccontava Valentina Saini, più che di blackout ora si parla di light spot, di momenti in cui c’è l’elettricità. Perché il balckout è la norma. 

La crisi cubana è di lunga data. Un decennio di sanzioni, la pandemia, il crollo del turismo e una serie di riforme fallite hanno svuotato le casse dello Stato. 

Ma il punto di non ritorno è stato l’arresto di Maduro a inizio gennaio: il Venezuela ha interrotto le forniture, che coprivano circa un quarto del fabbisogno cubano. Cuba produce internamente solo il 40% del petrolio di cui ha bisogno, e per di più si tratta di greggio pesante, ricco di zolfo, che accelera il deterioramento di centrali già vecchie di oltre quarant’anni e mai adeguatamente mantenute. E l’embargo totale imposto dagli Usa rende quasi impossibile reperire carburante o ricambi altrove. Da allora l’isola è sprofonda

L’acqua arriva a singhiozzo, i trasporti sono paralizzati, gli ospedali funzionano a malapena. L’agricoltura è ferma per mancanza di gasolio, e dato che Cuba importa tra il 70 e l’80% del cibo, gli scaffali dei supermercati sono vuoti. La zona orientale dell’isola, più povera e ancora segnata dai danni dell’uragano Helena dello scorso settembre, è la più colpita.

La frustrazione ha portato la gente in strada. A L’Avana sono scoppiate proteste spontanee — i tradizionali cacerolazos con pentole e padelle — a cui la polizia ha risposto con la repressione. Ci sono stati anche incendi.

In questo contesto drammatico, un po’ a sorpresa, è arrivata venerdì la visita del capo della Cia a l’Avana. Scrive Lucia Capuzzi su Avvenire: “Il “suo” uomo all’Avana. Donald Trump ha mandato nell’isola ribelle il capo della Cia, John Ratcliffe, emblema vivente, nella retorica rivoluzionaria, del «potere dell’imperialismo statunitense». Non è la prima volta che un dirigente dell’intelligence americana si reca a Cuba. Né che incontri emissari del governo. Il fatto inedito è che la riunione sia stata ampiamente pubblicizzata – con tanto di foto – dai media super controllati del Paese. Ratcliffe, oltretutto, è arrivato in pompa magna, con tanto di aereo ufficiale della Casa Bianca. Non ne atterrava uno dal viaggio di Barack Obama, dieci anni fa. 

Tanta enfasi sembrerebbe indicare uno snodo cruciale nei nebulosi negoziati in corso da quattro mesi tra i due nemici storici a partire dal cambio della guardia in Venezuela e dal blocco petrolifero decretato da Washington. Il condizionale è d’obbligo dati i segnali contraddittori inviati dall’Amministrazione al riguardo. Non ultimo la notizia, diffusa dalla Cbs, di una proposta di incriminazione nei confronti di Raúl Castro da parte del dipartimento di Giustizia per l’abbattimento, quarant’anni fa, di due voli di linea civili pilotati da oppositori. Indiscrezione che Trump non ha voluto confermare. Anche nel labirinto di specchi in cui sono intrappolate le due sponde del Mar dei Caraibi, è comunque possibile individuare un filo sottile per restare del tutto smarriti”.

L’articolo prosegue spiegando che non è chiaro su cosa stiano effettivamente trattando L’Avana e Washington. Di sicuro, spiega la giornalista, non è sul tavolo delle trattative il tema della democratizzazione dell’isola. I cubani parlano di “dittatura Coca Cola”, alludendo al fatto che Washington vorrebbe un cambio di facciata senza toccare la struttura del potere, sul modello di quanto tentato in Venezuela. 

A venire sacrificato potrebbe essere il presidente cubano Díaz-Canel che però non ha il potere reale, ancora saldamente nelle mani del clan Castro, incluso Raúl a 94 anni. Tuttavia, un ricambio interno scontenterebbe gli esuli di Miami, che vogliono tornare a guidare l’isola e rappresentano una base elettorale cruciale per il movimento MAGA e per Marco Rubio, già candidato alle presidenziali 2028.

Intanto, mentre queste nebulose trattative sono in corso, dagli Usa arriva, con un timing quantomeno sospetto, la notizia diffusa dall’intelligence che Cuba avrebbe acquisito oltre 300 droni militari e che funzionari cubani avrebbero discusso internamente l’ipotesi di impiegarli contro obiettivi americani, fra cui la base navale di Guantanamo Bay, le navi militari USA e potenzialmente Key West in Florida.

Gli USA segnalano anche la presenza di consiglieri militari iraniani a L’Avana, che avrebbero fornito supporto tecnico. Come dicevo però il tempismo di queste rivelazioni è abbastanza sospetto. E viene da tornare a chiedersi a che gioco sta giocando l’amministrazione Trump: minaccia di attaccare per oliare i negoziati e ottenere di più, oppure negozia per avere poi la scusa per attaccare?

Il problema, come sottolinea l’articolo su Avvenire, è che il regime di Cuba può offrire a quello Usa diverse cose, fra cui cooperazione su sicurezza, migrazione, narcotraffico — dossier su cui i due paesi collaborano da sempre, al di là della retorica. Ma secondo alcuni analisti, tipo l’economista cubano ricardo Torres, per Washington il vero obiettivo sarebbe l’isola stessa: la vicinanza alle coste americane, il potenziale turistico enorme, il patrimonio immobiliare da recuperare, le infrastrutture da ricostruire. E poi le riserve di minerali critici — nichel, cobalto, terre rare, insomma un sacco di risorse strategiche a poche miglia dalla Florida. Trump ci prova dal 1998, quando la sua compagnia avviò i primi contatti con L’Avana nonostante l’embargo.

Il regime cubano, al momento, regge. Secondo Arturo López-Levy, analista politico e ricercatore dell’Università di Denver, il sistema è molto più strutturato di quello venezuelano: il governo “amministra la scarsità” e mantiene il controllo politico anche in condizioni estreme. E non sembra esserci una figura disposta a negoziare dall’interno come Delcy Rodríguez a Caracas. Almeno per ora. Ci aggiorniamo.

Ieri la marina israeliana ha nuovamente attaccato e abbordato la Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta verso Gaza che vuole rompere l’embargo totale via mare imposto da israele alla striscia. Dalle 9 italiane di ieri la flotilla è stata attaccata e nel giro di 4 ore sono state intercettate almeno 19 imbarcazioni, mentre altri due scafi hanno perso i contatti con il resto della missione e di 5 non si hanno notizie. A bordo delle navi fermate, c’erano oltre 150 persone. 

Scrive Andrea Sceresini sul manifesto (direttamente da una delle imbarcazioni al momento non fermate): “Si tratterebbe di un’azione molto simile a quella condotta tra il 29 e il 30 aprile scorsi al largo di Creta, che portò all’abbordaggio di 22 barche e al sequestro di 181 attivisti.

Anche oggi (ieri per noi), esattamente come meno di tre settimane fa, l’IDF avrebbe messo in campo ben quattro fregate da guerra e una nave cargo militare, sulla quale presumibilmente verranno rinchiusi gli attivisti man mano che saranno arrestati a bordo delle loro imbarcazioni.

L’attacco è avvenuto ancora una volta in acque internazionali, a 250 miglia dalle coste di Gaza (la Flotilla era salpata dalla Turchia soltanto domenica mattina). I 52 velieri che compongono la missione hanno a bordo oltre 400 persone provenienti da 45 paesi, tra cui diverse decine di italiani.

Quale sarà il loro destino nelle prossime ore? La presenza della consueta nave-prigione fa pensare che l’epilogo possa essere simile a quello dello scorso abbordaggio: se tre settimane fa i sequestrati furono sbarcati sulla costa di Creta, questa volta potrebbe essere la volta di Cipro, le cui autorità, esattamente come quelle greche, godono di un rapporto privilegiato con lo Stato di Israele.

Tuttavia, in un articolo pubblicato sul Jerusalem Post, si parla espressamente della possibilità che i detenuti vengano “condotti ad Ashdod”, ovvero che siano deportati in Israele”.

Nel momento in cui registro questa puntata non è ancora chiara la sorte degli attivisti fermati. 

Nel frattempo ieri sera è a Roma e in altre città sono partiti dei cortei a sostegno della Flotilla. Ieri c’era uno sciopero generale indetto da Usb, quindi c’erano già dei presidi sparsi, che in diversi casi si sono trasformati in cortei.  

Intanto il governo Meloni sembra voler accelerare sul ritorno del nucleare in Italia, peraltro con una sfumatura abbastanza preoccupante. eggo sull’Indipendente, articolo a firma di salvatore Toscano:

“L’esame del disegno di legge delega sull’energia atomica è entrato nel vivo alla Camera, con le commissioni riunite Ambiente e Attività produttive impegnate nella discussione dei circa 500 emendamenti presentati. Tra questi c’era anche la proposta di Alleanza Verdi-Sinistra Italiana (AVS) di limitare in modo chiaro l’uso del nucleare ai soli scopi civili. I partiti di maggioranza hanno però bocciato l’emendamento senza fornire alcuna spiegazione. Così, mentre da un lato il governo Meloni non riesce né a condannare né ad appoggiare l’aggressione all’Iran, mossa in teoria dalla volontà di impedirgli la realizzazione dell’arma atomica, dall’altro non esclude l’uso militare per il nucleare italiano”.

L’articolo racconta poi che le commissioni Ambiente e Attività produttive, riunite alla Camera, stanno analizzando i 4 articoli totali che compongono il disegno di legge delega. Un Ddl delega è un testo che viene proposto dal Governo che, una volta approvato dal Parlamento, delega il governo stesso a legiferare, su materie complesse. Il Parlamento quindi si limita a fissare i limiti, i principi, i criteri direttivi e la scadenza temporale entro cui il Governo deve agire. 

Insomma, se il ddl passa, sarà il governo in autonomia a decidere dove mettere le centrali, come smaltire le scorie, cosa fare delle vecchie strutture.

Però, ecco, pare che fra le regole di base, la maggioranza parlamentare non vuole che si dica chiaramente che il nucleare italiano sarà solo per usi civili. La maggioranza ha bocciato questo emendamento senza dare spiegazioni. Il che fa venire qualche sospetto, che dietro a tutta questa enfasi e ritorno di moda del nucleare ci sia qualche obiettivo che non è solo produrre energia.

L’unica buona notizia di questa situazione è che Salvini sta spingendo per accelerare e si è sbilanciato con delle date: dice che siamo già in ritardo, che la dipendenza energetica dall’estero non è più sostenibile e che “il nucleare non è una scelta, è un obbligo”. Vorrebbe portare il ddl in aula entro fine mese per aprire subito il settore ai privati. Ha detto anche che sui tempi per vedere i reattori accesi: «Se avessi due numeri da giocarmi sulle ruote di Roma e Milano, mi giocherei 32 e 33 per il primo nucleare», intendendo il 2032-2033.

Dicevo buona notizia perché su queste cose, il ministro dei trasporti e vicepremier è abbastanza una garanzia, quando vuole accelerare e tira fuori una data, nove volte su dieci quella cosa non si fa. 

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