Elezioni in Israele, il commento a caldo dei risultati – 28/10/2026
Elezioni in Israele: nessuna maggioranza chiara tra Netanyahu ed Eisenkot, affluenza record e partiti arabi possibili ago della bilancia.
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#ElezioniIsraele
The Guardian – Israel election results live: updates on exit polls, Netanyahu, Likud and Eisenkot
The New York Times – Israel’s Arab parties surge in the election
Haaretz – ‘Emergency’: Netanyahu Rails Nonstop Against Alleged High Arab Election Turnout
Haaretz – Live Israel Election 2026: Both Netanyahu and Eisenkot Short of Majority Without Arab Parties
Al Jazeera – Israel election turnout hits 77.7%, highest since 1999
Al Jazeera – Arab parties in Israel accuse Netanyahu of inciting hatred to scare voters
ANSA – Israele spaccato: Netanyahu regge, ma il blocco di Eisenkot è avanti
Common Dreams – Netanyahu Accused of ‘Incitement’ as Arab Israelis Face Intimidation and Surveillance at Polls
Times of Israel – Turnout among Israel’s Arab voters could make or break hopes to unseat Netanyahu
Trascrizione episodio
Puntata speciale, extra e più breve del solito sui risultati del voto in Israele, un voto che oggi è particolarmente importante perché gli esiti condizioneranno il futuro di molte persone, vista la situazione attuale. In genere mercoledì INMR non esce invece questa volta facciamo un’eccezione per fare un commento a caldo sui risultati.
Quindi come è andata? La prima cosa che possiamo dire è che c’è molta incertezza e al momento nessuno degli schieramenti sembra raggiungere una maggioranza utile per governare, al punto che alcuni analisti ipotizzano un necessario appoggio da parte dei partiti arabi, che invece hanno avuto un exploit gigantesco, per formare un governo.
I due principali sfidanti erano Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot. Il primo è il premier uscente, che governa Israele quasi ininterrottamente da più di quindici anni, leader del partito di destra Likud e e alla guida di un’alleanza di estrema destra, la stessa dell’attuale governo israeliano.
Eisenkot invece è un ex capo di stato maggiore dell’esercito, cioè un generale, di centrodestra, ma a capo di una coalizione molto eterogenea e accomunata da essere contro Netanyahu: c’è l’ex premier Naftali Bennett, che viene dalla destra nazionalista, c’è la destra laica di Avigdor Liberman e c’è il centrosinistra dei Democratici di Yair Golan. Anche per questa assenza di sfida destra-sinistra e la creazione di un blocco accomunato solo da essere contro Netanyahu, molti giornali alla vigilia leggevano questo voto come un referendum sull’attuale premier.
Nel mezzo a questi due blocchi (cioè, non nel mezzo dal punto di vista del posizionamento politico, ma nel senso, come terzo incomodo) c’erano i partiti arabi. Da una parte la Lista Comune, dall’altra Ra’am di Mansour Abbas, che è l’unico partito arabo ad aver già fatto parte di un governo, quello di Bennett nel 2021. Questi partiti non stanno ufficialmente con nessuno dei due blocchi, ma hanno un obiettivo dichiarato, ovvero mandare a casa Netanyahu.
Ieri sera gli exit poll davano l’opposizione di Eisenkot leggermente avanti. Nella notte sono stati corretti verso una sostanziale parità, e i primi dati reali dello scrutinio, a circa metà delle schede contate, mostrano invece il blocco di Netanyahu in leggero vantaggio. Nel momento in cui registro siamo 55 seggi per il blocco del premier, 50 per Eisenkot, 15 per i partiti arabi. Insomma, nessuno arriva ai 61 seggi che servono per governare. E a fare da ago della bilancia potrebbero essere proprio quei partiti arabi che Netanyahu ha passato tutta la giornata ad attaccare.
Al netto dell’incertezza, alcune cose le possiamo dire. Innanzitutto, l’affluenza è stata altissima. Ha votato il 77,7% degli aventi diritto, cioè quasi 5,7 milioni di persone su circa 7,3 milioni. È il dato più alto dal 1999 e oltre sette punti in più rispetto al 2022. E considerate che non è stata una giornata facile per uscire di casa. C’è stata un’alluvione al sud, strade chiuse per il maltempo, temporali con fulmini nel centro del paese, pioggia forte a Gerusalemme. Eppure le persone hanno fatto file lunghissime ai seggi fin dalle sette del mattino.
Il dato più impressionante però riguarda la minoranza araba, i cittadini palestinesi di Israele, che sono circa un quinto della popolazione. Nel 2022 aveva votato poco più della metà di loro. Stavolta, secondo le prime stime, siamo intorno all’80%, un record assoluto, confermato dal risultato storico dei partiti arabi.
Questa cosa a sua volta ha spinto più elettori ebrei ad andare a votare. Durante la giornata di ieri il premier Netanyahu ha pubblicato più di venti post e video, quasi tutti con lo stesso messaggio:, in cui diceva appunto che gli arabi stavano votando in massa, la destra è in pericolo, correte alle urne. In uno dei video invitava i suoi a portare a votare la nonna, la zia, il vicino,cose così. In altri post è andato molto più in là. Ha accusato gli elettori arabi e la sinistra di voler “rubare le elezioni” e ha definito gli elettori arabi “sostenitori dei Fratelli Musulmani” che “assaltano i seggi”. Ha presentato il voto come una scelta “tra la destra e la Palestina”.
Nelle stesse ore il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader di Sionismo Religioso e uno dei volti più estremisti del governo, ha parlato di “situazione di emergenza” per l’affluenza araba. Nel pomeriggio il Likud, insieme ad altri partiti della destra religiosa, ha chiesto di tenere aperti i seggi oltre le 22. La Commissione elettorale ha risposto che non c’era nessuna giustificazione e che l’alta affluenza “in tutte le popolazioni” dimostra quanto i cittadini siano coinvolti nel processo democratico.
Questa retorica comunque era iniziata già prima del voto e Likud e Sionismo Religioso avevano annunciato che avrebbero mandato quasi duemila attivisti nei seggi delle comunità arabe, per vigilare su presunti brogli di cui non è mai stata portata alcuna prova.
E infatti nei seggi arabi la giornata è stata tesa. Le organizzazioni per i diritti della minoranza araba, come Adalah e il Mossawa Center, hanno denunciato la presenza di coloni e attivisti di destra, anche armati, che, secondo loro, ostacolavano e rallentavano il voto. Hanno segnalato tensioni in molte città arabe e ad Haifa, e file che in alcuni casi si sono fermate del tutto. Haaretz racconta anche di agenti di polizia che controllavano i documenti degli elettori, un compito che per legge spetta agli scrutatori.
Ora si apre uno scenario abbastanza incerto, in cui paradossalmente proprio i bistrattati partiti arabi potrebbero giocare un ruolo decisivo.
Come racconta Liam Stack sul NYTimes: “Mansour Abbas, leader di Ra’am, ha dichiarato in un’intervista televisiva che l’affluenza dimostra come gli elettori arabi, che rappresentano circa il 20% della popolazione israeliana, abbiano trasformato la loro “frustrazione e disperazione” in “speranza”.
Ha detto di voler sostituire il governo Netanyahu “in ogni modo possibile”. Ha aggiunto che la sua prima priorità è “garantire che ci sia la possibilità di formare un governo” capace di raggiungere questo obiettivo.
Il buon risultato dei partiti arabi potrebbe renderli l’ago della bilancia. Ma in Israele costruire una coalizione di governo con la partecipazione araba resta un’impresa delicata. Molti ebrei israeliani ritengono che una maggioranza parlamentare non debba dipendere dal sostegno dei deputati arabi.
La maggior parte dei cittadini arabi discende dai palestinesi rimasti nelle proprie case durante la guerra arabo-israeliana del 1948, all’epoca dell’indipendenza di Israele.
Oggi vivono per lo più in città separate da quelle degli ebrei israeliani e devono fare i conti con la violenza e con politiche abitative discriminatorie.
Nel corso dei decenni molti elettori arabi si sono tenuti lontani dalle urne per via di vari motivi di dissenso, tra cui la natura di Israele come Stato ebraico.
Questa settimana molti elettori arabi si sono detti furiosi con Netanyahu. Lo accusano per il trattamento riservato ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e per politiche che a loro avviso trattano i palestinesi di Israele come cittadini di serie B. In effetti, per tutta la campagna elettorale, Netanyahu ha fatto appello in modo esplicito ai pregiudizi anti-arabi.
Dei due partiti arabi che hanno ottenuto un buon risultato martedì, solo Ra’am ha fatto parte in passato di una coalizione di governo. È successo nel 2021, quando entrò nella breve coalizione anti-Netanyahu del primo ministro Naftali Bennett.
La partecipazione di Ra’am a quel governo indignò molti elettori ebrei di destra. Quando il governo cadde, dopo circa un anno, quegli elettori sostennero Netanyahu, che formò poi il governo più radicale della storia di Israele.
Ora quel governo rischia di cadere per un risultato elettorale profondamente segnato dalla forte affluenza araba.
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